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Precari a vita? No grazie. L’Italia garantisca dignità alle persone

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Il precariato è ormai una piaga sociale di cui nessuno parla. E non è solo una prerogativa dell’età giovanile. Precari si può essere a vita, pur lavorando, ma senza poter anelare ad una seppur minima garanzia. In tema di pubblico impiego le norme italiane non sono in linea con quelle di matrice europea. Il risultato è che l’Italia è il Paese dell’eterno precariato. Molte volte, la Corte Europea ha “bacchettato” il legislatore italiano affinché predisponesse una tutela «più energica» nei confronti dei lavoratori precari. Ad oggi, però, ancora non si è arrivati ad una soluzione che risolva definitivamente il problema. Tuttavia la questione non riguarda in maniera esclusiva il pubblico impiego, che pure esercita tutele maggiori rispetto al privato.

Co.co.co, co.co.pro. Spesso celano rapporti di lavoro subordinato a tutti gli effetti, mascherati sotto un contratto apparentemente autonomo o a progetto. Ferie, malattia, tredicesima, maternità. Sono un’utopia. Per non parlare della pensione. Vista la scarsità delle offerte di lavoro, chi “assume” personale, spesso con promessa di future assunzioni, lo fa, consapevolmente, con l’obiettivo di sfruttare i “dipendenti” per sostenere costi più bassi ed investire il proprio denaro in altri ambiti.

Sarebbe opportuno dare una giusta e chiara regolamentazione alla materia, in virtù del fatto che a fronte di un immenso numero di lavoratori precari senza tutele che svolgono orario lavorativo pieno con il continuo timore di perdere il posto di lavoro, ce ne sono troppi dotati di eccessivi privilegi a cui, forse, non interessa più di tanto brillare in quanto a produttività. Probabilmente una maggiore attività di vigilanza e controllo eviterebbero molti problemi. Parliamo di lavoratori precari in molti ambiti, in quanto i co.co.co/pro vengono ormai utilizzati un po’ ovunque, anche laddove sarebbe possibile effettuare una regolare assunzione.

L’uso di contratti atipici come co.co.co/pro è stato fortemente ostacolato dal Jobs Act. Tuttavia se sono ancora così diffusi evidentemente non c’è grande determinazione nel dare dignità vera a persone che spesso lavorano più di altre senza vedersi riconosciuto alcun diritto. “Se va bene è così – ci si sente spesso dire – più di questo non possiamo fare”. Frase, questa, che suona chiaramente come un ricatto. E’ assolutamente necessario che si adotti un sistema più equo e meno criminale.

E, a proposito di lavoro, come un tuono arrivano anche le parole di Papa Francesco: “Il lavoro non è un dono gentilmente concesso a pochi raccomandati: è un diritto per tutti!”. “Il premio – ha detto – sembra andare a quelli che sono sicuri in se stessi benché questa sicurezza sia stata sviluppata nella corruzione”.

Per concludere non si può non parlare del precariato giornalistico, regolato da una serie di norme complesse, artificiose e spesso di ostacolo a chi vuole intraprendere la professione in maniera seria. Lo sfruttamento dei collaboratori esterni, pagati a pezzo, spesso con il miraggio di una futura assunzione, meriterebbe non solo sanzioni severe ma anche l’apertura di procedimenti penali che siano da esempio e fungano da deterrente per salvaguardare così le prossime generazioni di giornalisti. Sono i pubblicisti i più sfruttati in assoluto. Nessuna tutela, nessun controllo. Quando va bene un co.co.co e via. Una volta che non servono più vengono gettati via e sostituiti da altri.

Lucia Mosca

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