domenica, Settembre 20, 2020
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MORIRE DI PRECARIATO, LA DENUNCIA DI MICHELE

“Ho resistito finché ho potuto. Grazie Poletti, lei ci valorizza”

A rischio almeno due generazioni, La prospettiva? Una lenta agonia

 

 

 

Ne hanno scritto in molti. Ma in quanti hanno capito davvero ciò che è accaduto a Michele? Questo giovane di 31 anni, stanco del precariato e della non-vita, ha deciso di attuare l’unica forma di ribellione a lui consentita: la morte.  L’alternativa? Una lenta agonia. Non esistono attualmente altre forme di ribellione di possibile attuazione. A nessuno è consentito di ribellarsi ad un sistema che garantisce benefici sfacciatamente ingiusti alla casta dei privilegiati (raccomandati, inetti, impiegati pubblici assenteisti, corrotti, per lo più con la terza media impiegati in mansioni relativamente alle quali in altri Paesi sarebbero definiti incompetenti e scartati). Ti cuciono la bocca, fanno sì che il tuo grido di dolore si trasformi in un urlo sordo, invalidano la tua esistenza, la tua esperienza, arrivano addirittura a dire il falso per consolidare la propria posizione a discapito di chi, onestamente, rappresenta il proprio disappunto. Michele si è tolto la vita perché stanco del precariato. Stanco di sopravvivere senza prospettive. I genitori hanno voluto pubblicare sul Messaggero Veneto, la lettera-denuncia del figlio, di cui riportiamo alcuni passaggi:  

 

“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi. Ho cercato di essere una brava persona, ho commesso molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte. Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità. Tutte balle.

 

Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo. Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle.

Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare. Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno. Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità.

Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.

Ho resistito finché ho potuto.”

 

Scrivo questo editoriale con le lacrime agli occhi, perché leggendo questa lettera ho ritrovato tutte le parole che ho detto a me stessa per anni. Solo che, non so perché, ho continuato ad andare avanti. Mi sono sempre detta che valeva la pena vivere finché non fosse morta la speranza. Ora la speranza è morta. Questo giovane, Michele, era intelligente, sensibile, sapeva a che cosa sarebbe andato incontro. Io, come tanti altri, ne siamo la rappresentazione. Una vita trascorsa a correre tra una schiavitù e l’altra, senza soddisfazioni, senza giustizia, senza gratificazioni. Per quanto riguarda me ho provato a ribellarmi, ho denunciato certi fatti alla giustizia, mi sono imposta, non mi sono piegata. Il risultato è stato quello di essere rigettata dal sistema. Una volta ero una giovane giornalista con il sogno di scrivere per dare voce a chi non ne aveva. Ho fatto tutto con le mie forze, finché ho potuto. Poi qualcuno, che ora ricopre alte cariche tra chi ci governa, segnò il primo punto a favore dei corrotti. E da lì è stato solo un lungo scivolone verso l’oblio. Michele sapeva. E si è rifiutato di piegarsi ad un mondo putrefatto, marcio fin dalle fondamenta. Sapeva di meritare di più. Una vita dignitosa, serena. La possibilità di mettersi in gioco e di scommettere su se stesso. Come lui, come me, in Italia ci sono due intere generazioni che per lo Stato sono solo numeri e lettere senza valore. L’importante è che facciano i propri affarucci e che godano del suono della propria voce nel corso degli interventi in Parlamento. Se fossi al potere proporrei per tutti i nostri politicanti un bel contratto a progetto. Senza ferie, senza malattia, senza tredicesima a 700 euro al mese. E se non raggiungi l’obiettivo a casa. Ricordatevi, cari politici, che siete voi gli assassini di Michele. La latitanza dello Stato in questi frangenti ha un nome ed è contemplato nel codice penale: si chiama ISTIGAZIONE AL SUICIDIO.

Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994 al 2015 ha collaborato regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero, Il Resto del Carlino, La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Nel 2009 è direttore del quotidiano teramano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Ora direttore della testata giornalistica on line la-notizia.net

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