lunedì, Ottobre 21, 2019
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TRUMP, ASSEDIO PER IL NO A PARIGI: MOLTI NEMICI, MOLTO ONORE?

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Il presidente americano Trump è di nuovo sotto assedio: la vecchia Europa rappresentata dal nuovo asse italo-franco-tedesco, il Regno Unito, la Cina, l’India, l’opposizione statunitense (ivi compreso buona parte dell’establishment del partito Repubblicano) e financo il Vaticano hanno ricoperto l’amministrazione a stelle e strisce di critiche, censure e reprimende volte a stigmatizzare il tanto atteso addio all’accordo di  Parigi annunciato da Trump due giorni fa.

Ma tanti commenti scandalizzati contro l’ultima mossa di Trump saranno davvero giustificati? Proprio no, almeno a giudicare dall’andamento di Wall Street che continua indisturbato a macinare massimi storici, riflettendo l’approvazione dei mercati per la ribellione dell’amministrazione americana contro un accordo che – dietro il paravento di un ambientalismo di maniera, diventato ormai una autentica religione laica che ha contagiato ormai anch egli ambienti di Oltretevere – finisce per danneggiare ancora una volta l’industria manifatturiera americana ed occidentale, mettendo a rischio solo negli Stati Uniti oltre 4 milioni di posti di lavoro.

AMERICA FIRST aveva promesso Trump in campagna elettorale, e tanto sta mantenendo il neopresidente, infischiandosene altamente del cosidetto politically correct.


E d’altronde anche dal Cremlino giungono prese di distanza dalla dilagante isteria anti-Trump del momento, ricordando a tutti che la prima applicazione dell’accordo decorrerà dal 2021, e che quindi c’è tutto il tempo per rinegoziare un nuovo accordo,  magari meno sbilanciato a favore di Cina ed India e più rispettoso dei posti di lavoro messi a rischio nei paesi industrializzati.

Il ritorno di Trump ad una puntigliosa difesa degli interessi nazionali e dei propri lavoratori mette i politici Europei di fronte alle proprie enormi responsabilità: gli anatemi isterici che vengono sollevati da più parti contro il nuovo inquilino della Casa Bianca varranno a difendere i posti di lavoro nella vecchia Europa messi a rischi da delocalizzazione, dumping sociale, globalizzazione selvaggia, immigrazione clandestina e da ultima anche dall’ambientalismo radical-chic?

In questo caso davvero si può ben dire che Parigi non vale una messa, soprattutto se celebrata sull’altare di un ecologismo visionario ed integralista.

 

 

Il Conte Rosso

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