martedì, Agosto 3, 2021
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Dodici denunce non bastarono: quando la giustizia arriva post-mortem

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Aberrazione, paradosso: ingiustizia in vita, giustizia, tra virgolette, post-mortem.  Non ci sono altre parole per descrivere la mala-gestione italiana relativa ad un caso che in questi giorni ha fatto discutere e suscitato polemiche. E quello che salta all’occhio, in questa circostanza come in tante altre,  è l’assoluta negligenza nel’assicurare alle persone perbene la tutela della propria persona e della propria sicurezza. Dodici denunce e la descrizione dell’arma con la quale sarebbe stata uccisa non sono bastate. E in questo caso la giustizia arriva, ma arriva troppo tardi. Sotto forma di risarcimento alla famiglia.

C’è una donna che poteva essere ancora viva. E nulla è stato fatto. “Mi ha minacciato con un coltello, non so più che devo fare: aiutatemi”: con queste parole Marianna Manduca si rivolgeva alla procura di Caltagirone, poco prima di essere uccisa dal marito, Saverio Nolfo, con sei coltellate al petto e all’addome il 4 ottobre del 2007 a Palagonia. Le denunce raggiunsero l’apice della drammaticità nel corso degli ultimi mesi di vita.

I pm non diedero seguito alle sue richieste di aiuto. E  come sempre, ormai, consapevoli di lanciare un grido nel vuoto ci chiediamo: ma questo Stato, questa Giustizia, a che cosa servono? Le forze dell’ordine sono molto attente nel corso dei controlli stradali, spiccando multe per ogni piccola infrazione. Ma poi, come nel caso di questa donna, che ha avuto fiducia nella giustizia, dov’erano, che cosa hanno fatto?

“All’epoca  – questa la laconica spiegazione – la questione fu considerata alla stregua di una lite familiare”.

Ed ora la procura di Caltagirone è stata condannata da tre giudici messinesi, due donne e un uomo, della corte d’Appello di Messina. A farsi carico del danno patrimoniale dovrà essere la presidenza del Consiglio (risarcimento di 260mila euro) mentre è stata riconosciuta la negligenza dei magistrati dopo un lungo, interminabile, iter giudiziario che arriva post-mortem.

L’azione legale di Carmelo Calì,  cugino della donna, che ha oggi adottato i tre figli maschi (15, 13 e 12 anni) ha avuto inizio cinque anni fa. Il processo infatti ha dovuto passare un giudizio di ammissibilità, richiesto nel caso di responsabilità dei magistrati. L’ammissibilità della richiesta era stata rifiutata dal tribunale di Messina, poi dalla corte d’Appello fino alla Cassazione che ha bocciato le corti messinesi. Solo dopo la sentenza della corte di Cassazione, dunque, che ha accolto la richiesta dei legali Alfredo Galasso e Licia D’Amico, il processo ha avuto inizio e il 7 giugno il tribunale di Messina ha depositato la sentenza riconoscendo la responsabilità negli ultimi sei mesi di vita di Marianna della magistratura.

La donna aveva solo 35 anni quando fu freddata da sei coltellate al petto e al torace inferte dal marito Saverio Nolfo, adesso in carcere, condannato a vent’anni per l’omicidio.  I giudici di Messina hanno riconosciuto il danno patrimoniale legato al fatto che i tre figli non hanno più goduto dello stipendio della madre: “Siamo parzialmente soddisfatti, ricorreremo in appello: c’è un danno morale che a Messina non è stato riconosciuto soltanto perché all’epoca la legge sulla responsabilità della magistratura era diversa ma non è un caso che sia stata modificata e che non riguardi più soltanto la limitazione della libertà personale”, ha concluso Galasso. Un plauso va a questo tentativo di fare giustizia. Ma post-mortem. E questa donna non tornerà di certo mai più in vita.

Lucia Mosca

Redazione
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