domenica, agosto 25, 2019
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L’accordo di Parigi per la Libia va in pezzi

Dopo il disastroso esito della primavera libica di 7 anni fa voluta da Sarkozy per ottenere un cambio di regime a Tripoli con la eliminazione del colonnello Gheddafi con conseguente caos e libanizzazione della Libia ormai infiltrata dal terrorismo jihadista e divenuta teatro di guerre tribali e preda del traffico degli scafisti che scaricano in Italia il loro carico di clandestini (con la collaborazione demenziale di alcune ONG compiacenti) è comparso sulla scena l’enfant prodige Macron, affetto anch’egli da manie di protagonismo.

Il tanto strombazzato incontro di Parigi fra i principali concorrenti per il potere a Tripoli ovvero il Premier Al Serraj appoggiato dalla comunità internazionale ed il generale Haftar, leader dell’autoproclamato governo di Tobruk e della Cirenaica si sta rivelando ogni giorno di più un incredibile fiasco, a dispetto della tanto ostentata grandeur d’Oltralpe.

Basti considerare lo scambio di accuse ed addirittura le minacce di bombardamento aeronavale intervenuti fra Tobruk e Tripoli dopo la richiesta da parte del legittimo governo Libico di intervento nelle proprie acque da parte della Marina Militare italiana a supporto della guardia costiera libica impegnata nel contrasto alla mafia degli scafisti, trafficanti di uomini ed autentici schiavisti del terzo millennio.


Come al solito, le inconsulte ed infelici iniziative francesi nel teatro libico generano gravi danni, i cui costi vengono poi scaricati sull’Italia.

Dalla chiusura dei porti Francesi allo sbarco dei migranti, in barba alla tanto decantata accoglienza umanitaria transalpina, all’avventata e prematura iniziativa diplomatica spacciata per accordo definitivo e decisivo fra Tripoli e Tobruk che invece minaccia fantomatici bombardamenti, la politica di Parigi in Libia – tutt’altro che disinteressata essendo emerso chiaramente tutto l’interesse al petrolio ed al gas naturale del Paese nordafricano – ha collezionato solo disastri.

Ed ora ovviamente ricade sulle spalle dell’Italia, ovvero del Paese che aveva colonizzato la Libia nel ventesimo secolo modernizzandola e fornendole le infrastrutture che hanno consentito lo sviluppo economico del dopoguerra, l’onere dell’accoglienza dei clandestini ed il rischio di un intervento navale nelle acque di Tripoli per stroncare i traffici degli scafisti.

Un intervento non privo di pericoli, non fosse altro che per il caos che regna sovrano fra i centri di potere dello sventurato Paese nordafricano.

E speriamo bene che almeno stavolta l’Italia tiri dritto per la propria strada, evitando di fare da sponda alle improvvide manovre di Parigi, come già nel 2010-2011 che vide il disastroso assenso del nostro Paese alla esportazione della democrazia a Tripoli a suon di bombe, come organizzato dalla premiata ditta Sarkozy-Obama.

Stavolta nessun appoggio alle iniziative Francesi deve venire né dal governo di Gentiloni, né dal Quirinale: aveva ragione allora Berlusconi ad opporsi alla guerra contro Gheddafi che abbiamo visto quali e quante catastrofi abbia provocato.

 

                                                                                     Il Conte Rosso

 

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