domenica, Novembre 28, 2021
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Il trasformismo non paga più: dalla Sicilia avviso di sfratto ad Angelino Alfano

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Dai risultati delle elezioni regionali siciliane di lunedì giunge un inequivocabile avviso di sfratto dai palazzi del potere per la strana coppia costituita da Matteo Renzi ed Angelino Alfano .

Ricordiamo i dati definitivi: il candidato governatore del centrosinistra Fabrizio Micari ha ottenuto nelle urne 388 mila voti pari al 18,65% mentre le liste del Partito Democratico di Renzi e quelle di Alternativa Popolare di Alfano sono state votate rispettivamente da 250 mila elettori pari al 13,02% e da 80 mila elettori pari al 4,17%.

Al di là dei fallimentari tentativi provenienti dal centrosinistra di derubricare le consultazioni regionali nell’isola come mero fatto locale, e della allarmante annotazione del fatto che in un territorio importante come quello siciliano il consenso all’attuale governo – il quarto non votato dai cittadini dal 2011, come è sempre bene ricordare – è crollato ad un sesto degli elettori e quindi a meno di un cittadino su dieci, l’elemento più rilevante che emerge dalla sconfitta dell’alleanza stretta fra Renzi ed Alfano è la pratica scomparsa di quest’ultimo dalla scena politica nazionale.

Angelino Alfano in questo si accredita come degno erede della lunga schiera dei trasformisti che negli ultimi 20 anni si sono fatti eleggere dagli elettori del centrodestra per poi voltare la gabbana e precipitarsi a fare da stampella alla sinistra.

Dopo Buttiglione, Mastella, Follini, Casini, Fini tutti poi puniti nelle urne dagli elettori traditi dai propri rappresentanti, nella attuale legislatura è stato il turno di Alfano e compagnia pronti ad abbandonare il proprio mentore Berlusconi per accorrere in sostegno del governo Renzi – mai votato dagli Italiani – ove accomodarsi poi su tutte le poltrone disponibili.

E tale migrazione verso il centrosinistra ha visto ampie schiere di eletti di Forza Italia pronti a tradire il mandato ricevuto dai cittadini, puntando sulla fine politica di Berlusconi; ad Alfano si sono uniti i vari Verdini, Bonaiuti, Bondi e compagnia, costituita da personaggi che al Cavaliere dovevano tutto e che non si sono fatti alcuno scrupolo nell’attaccare chi li aveva portati alle comode posizioni ottenute.

Ma soprattutto Alfano, all’epoca delfino di Berlusconi poi accantonato per mancanza del famoso quid si è distinto in questa corsa a sinistra: dal Cavaliere aveva ricevuto la investitura per una grande carriera politica, ed aveva compensato il suo benefattore con il voltafaccia politico, l’abbraccio a Renzi come nuovo punto di riferimento e gli annunci dell’intenzione di svuotare Forza Italia dei suoi parlamentari da traghettare poi nel centrosinistra dove partecipare alle sorti magnifiche e progressive del Renzismo allora trionfante.

Come sia finito poi questo geniale ed ambizioso progetto politico è sotto gli occhi di tutti: Alfano è stato asfaltato dagli elettori in casa propria, finendo trombato nella sua Sicilia dove – pur reduce dagli incarichi di ministro della Giustizia, degli Interni e poi degli Esteri – non è nemmeno riuscito a superare la soglia di sbarramento restando fuori dalla Assemblea Regionale Siciliana con un partito come quello di Alternativa Popolare che perde pezzi ogni giorno.

Cosa dire di più della triste parabola politica di Angelino Alfano da Agrigento? Forse resta solo da ricordare la ingloriosa sorte dei pifferi di montagna, che partirono per suonare e si sa poi come tornarono.

Gianni Brandi