martedì, agosto 20, 2019
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Atri. “Il Delta dell’Occhio”, sabato 18 l’inaugurazione della mostra di Guy Lydster

Il Delta dell’Occhio
Sabato 18 novembre l’inaugurazione della mostra di Guy Lydster
Posizionate le sculture nelle sale delle Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva
Un grande occhio Big Wide Eye scolpito nella pietra serena
accoglierà i visitatori nel cortile d’ingresso

Atri – Sabato 18 novembre, alle ore 17.00, sarà inaugurata ad Atri, nelle ampie sale delle Scuderie Ducali di Palazzo Acquaviva, la mostra di Guy Lydster Il Delta dell’Occhio.
Nello scroso weekend lo scultore neozelandese, che da tempo vive e lavora a Bologna, è stato ad Atri per allestire la mostra, curando personamente il posizionamento delle circa cinquanta sculture, alcune di grandi dimensioni come l’occhio Big Wide Eye che accoglierà i visitatori nello splendido cortile del palazzo ducale. Sono stati esposti anche una ventina di disegni. Presenti ad Atri insieme all’artista anche gli organizzatori della mostra, Paolo Quartapelle e Pasquale Bonomo e il curatore Giuseppe Bacci.

La personale di Atri è la prima in assoluto in Abruzzo dell’artista neozelandese: le sue opere, famose le sue “headscapes”, le teste-paesaggio, lo hanno ormai imposto all’attenzione della critica come uno degli scultori più interessanti del panorama artistico italiano.
Guy Lydster, che si è detto soddisfatto della qualità formale e spaziale delle sale espositive e di come le stesse opere si esaltino negli ambienti delle Scuderie Ducali, ha spiegato lo spirito della mostra Il Delta dell’Occhio: “L’occhio umano è un microcosmo di mondi visibili e invisibili. Essendo il nostro principale mediatore con la luce, e con tutti gli altri visibili corpi celesti, è il baricentro che collega la nostra percezione della terra sotto i nostri piedi al movimento dell’universo. Oltre a permetterci di “vedere”, ci permette anche di “capire” e soprattutto di “ricordare” ciò che vediamo e capiamo.
La cultura contemporanea – secondo Lydster – non è al servizio del pieno potenziale dell’occhio umano. Nonostante la sua forte enfasi sulle capacità visive, essa condiziona l’occhio verso una sorta di cecità quotidiana. In altre parole una cultura che privilegia il visivo al di sopra di tutti gli altri sensi finisce paradossalmente per limitare questa stessa capacità visiva.
Il bombardamento dell’occhio è anche la sua prigionia. Nietzsche diceva che un filosofo vero deve guardare il mondo con un occhio lento. Ma quest’osservazione si potrebbe letteralmente allargare: ognuno di noi dovrebbe guardare il mondo con un occhio lento e largo.


Nella mostra “Il Delta dell’Occhio”, il ruolo dell’occhio come apertura verso una più grande dimensione del reale, viene esplorato attraverso una varietà di sculture di animali, teste e teste/figure. Al livello formale l’idea dominante riguarda la forma dell’occhio, non l’occhio come organo sensoriale anatomico, forma che richiama da una parte la curvatura convessa del campo visivo, cioè della terra stessa, e dall’altra l’aspetto concavo di una dimensione interiore della coscienza individuale. Questo duplice funzionamento di ricezione e selezione è metafora della condizione di tutti gli uomini, sia dell’artista che usa gli occhi in modo penetrante, sia degli spettatori che osservano i frutti delle sue esaurienti indagini visive.
Questa stessa dualità è ovunque visibile in natura. La qualità convessa e concava dell’ovale fanno parte della riproduttività del mondo naturale, dalla gravidanza, alla nascita ed alla crescita.
La forma essenziale dell’occhio – conclude Lydster – sta alla base anche delle sagome essenziali degli uccelli, dei pesci e delle balene”.

I primi esemplari di teste-paesaggio, “Headscapes” presenti anche nella mostra di Atri, sono stati esposti per la prima volta nel 2008 nel cortile di Palazzo d’Accursio, nella piazza centrale di Bologna, per la cerimonia d’apertura del Human Rights Nights Festival. Un’altra serie di opere è stata presentata l’anno successivo all’Oratorio di San Sebastiano a Forlì, all’interno della mostra “Headscapes 2”. Nel 2013, gli imponenti “Raft” (poi installato nel centro della città di Budrio) e “Spokesman” sono stati esposti nuovamente nel cortile rinascimentale di Palazzo d’Accursio. Negli ultimi dieci anni, le teste di Lydster sono state presentate in varie località italiane.

Scrive il critico bolognese Raffaele Milani:
“Ci fu un tempo del classicismo e ci fu un tempo del surrealismo. Le teste paesaggio di Guy coniugano le visioni del classico e del surreale, ma non invitano ad alcuna forma nostalgica, come non alimentano desideri del sogno o immersioni nell’inconscio. Esse vivono semplicemente nell’arcaico, hanno la forza di un’onda e la purezza di una zolla, suggeriscono profumi di terra e s’intridono di morfologie simboliche. Teste fasciate alla Magritte o barocche alla Corradini? Ricordi di miti lontani, di dei e di furie, dei loro rifugi inaccessibili? Montagne o gole che sembrano teste di donna o di uomo? No, solo teste fasciate di paesaggio, anzi teste concrezioni di un paesaggio per lo più selvaggio che si esprime dentro e fuori la forma che lo accoglie. Da una natura sconvolta e rappresa, muovono infatti emblematiche figure dall’identità misteriosa : donne uomini mare o donne uomini campo, esseri pietra o esseri cespuglio. Ma dov’è il grano, dove il riccio d’acqua che si increspa sulla marea che avanza, e dove l’erba distesa o erta, la roccia aspra o liscia?
Si dice che ciò che è rotto si radichi più dell’intero nella memoria, poiché possiede una sorta di superficie friabile cui la memoria può aggrapparsi; mentre sulla lucida superficie dell’intero, la memoria scivola via. Le teste paesaggio di Lydster testimoniano la speranza che, come un vascello affondato, l’intero possa essere recuperato, che le sue tracce esistano ancora e continuino a vivere insieme a noi.”

Lo scultore Guy Lydster nasce ad Auckland, in Nuova Zelanda, nel 1955. Nel 1963 si trasferisce con la famiglia a Vancouver, in Canada. Negli anni Settanta, dopo la laurea alla University of British Columbia, intraprende gli studi teatrali alla American Academy of Dramatic Arts a Pasadena, California. Durante questo periodo si avvicina alla pittura, sebbene una volta tornato a Vancouver si iscriva alla School of Sculpture della Emily Carr School of Fine Arts. Nei primi anni Ottanta decide di proseguire gli studi di scultura all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Al momento vive e lavora a Bologna.
Fra i maestri del Novecento, grande importanza ricopriranno per lui Henry Moore, Alberto Giacometti e in particolar modo Constantin Brancusi. Nei lavori di questi artisti ritroverà l’armonia con la natura e l’enfasi su un disegno essenziale. Non meno significativa è l’influenza del contatto con l’arte nativa: incisioni eschimesi e i totem della tribù Haida provenienti dalla stessa British Columbia, ma soprattutto le teste Maori intagliate nel legno e le imponenti figure dell’Isola di Pasqua.
Dopo gli studi, il lavoro di Lydster ha seguito tre linee interpretative principali: la testa (“head”), il paesaggio (“landscape”) e l’animale (“animal”). In seguito, ha tentato di arrivare a una sintesi di queste tre tendenze condensandole in un’unica forma: “Headscape”.

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