giovedì, Dicembre 2, 2021
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Gerusalemme capitale di Israele: la ribellione dei palestinesi

Allerta ad Israele per possibili disordini e scontri oggi alla fine delle preghiere del venerdì sulla Spianata delle Moschee e in Cisgiordania per il terzo ‘Giorno di rabbia’ indetto dai palestinesi contro la decisione Usa di riconoscere la città capitale di Israele. L’esercito ha incrementato la sua presenza in tutta la Cisgiordania.

Donald Trump, su Twitter, ha ribadito di aver mantenuto la propria promessa elettorale. Questo in relazione all’annuncio di voler trasferire l’ambasciata Usa a Gerusalemme e aver dichiarato la città capitale di Israele.

Dalla Cisgiordania a Gaza, i palestinesi si sono però ribellati a questa decisione. Dalla Striscia il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, ha chiamato alla terza Intifada contro “l’occupazione e il nemico sionista”, mentre gli scontri nei Territori hanno fatto registrare oltre cento feriti.

“Il riconoscimento di Gerusalemme quale capitale di Israele – ha tuonato Haniyeh – è una dichiarazione di guerra nei nostri confronti”. Parole riecheggiate dai canali dell’Isis e di al Qaida, che hanno minacciato di attaccare le ambasciate americane e israeliane. Mentre dal Libano il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha annunciato “un’immensa manifestazione popolare” per lunedì a Beirut. In serata due razzi sono stati lanciati dalla Striscia verso il sud di Israele, ma sono caduti all’interno dell’enclave palestinese.

Al secondo giorno di rabbia palestinese, e alla vigilia del venerdì di preghiera, la tensione insomma cresce sempre di più. Il bilancio degli scontri nelle manifestazioni di oggi che hanno punteggiato i Territori (da Betlemme, i più gravi, a Hebron, da Ramallah a Tulkarem, a Nablus) è di oltre 100 feriti palestinesi. Molte le bandiere Usa bruciate e le effigi di Trump e Netanyahu date alle fiamme durante le proteste accompagnate dallo sciopero generale proclamato in tutti i Territori.

“Facciamo appello affinché domani 8 dicembre – ha rivendicato ieri Haniyeh – sia il giorno in cui si scatenino la collera e l’Intifada palestinese contro l’occupazione a Gerusalemme e nella Cisgiordania”. E mentre il premier Benyamin Netanyahu – che in questa fase ha unito maggioranza e opposizione – ha preannunciato che presto altri Paesi seguiranno gli Usa, il presidente Abu Mazen è corso in Giordania ad incontrare re Abdallah per “consultazioni urgenti”.

“Siamo in contatto con altri Paesi affinché esprimano un riconoscimento analogo – ha detto Netanyahu – e non ho alcun dubbio che quando l’ambasciata Usa passerà a Gerusalemme, e forse anche prima, molte altre ambasciate si trasferiranno. E’ giunto il momento”. Abu Mazen e Abdallah gli hanno risposto ricordando che la mossa di Trump “rappresenta una violazione del diritto internazionale e delle risoluzioni della legittimità internazionale”.

In un altro passo pieno di significato politico, il premier Rami Hamdallah è andato a Gaza per rilanciare la riconciliazione palestinese, in primis Hamas, appannatisi nei giorni scorsi. Nel subbuglio internazionale creato dalla dichiarazione di Trump, l’Europa ha preso le distanze dall’alleato Usa: l’annuncio della Casa Bianca su Gerusalemme – ha sottolineato il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini – ha “un impatto potenziale molto preoccupante”, perché avviene in un “contesto fragile” e potrebbe “farci tornare indietro ai tempi più bui”.