lunedì, marzo 25, 2019
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Luca Traini non conosceva Pamela, ma è stata la sua storia a far maturare l’idea della strage

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MACERATA – Si trova in isolamento nel carcere di Montacuto, lo stesso dove è rinchiuso Innocent Oseghale, il nigeriano presunto assassino di Pamela. Sei i feriti, di cui 4 in gravi condizioni, tutti di colore. Questo il bilancio della forsennata sparatoria che ieri ha gettato nel panico la città di Macerata. Nessun legame personale è stato riscontrato realmente tra Luca Traini e Pamela Mastropietro, malgrado inizialmente le dichiarazioni della segretaria provinciale della Lega avessero fatto pensare al contrario. Nell’immediatezza dei fatti, è infatti poi arrivata la smentita dello zio di Pamela, della comunità Pars di Corridonia e degli stessi investigatori.  Ma è stata proprio la storia di Pamela a far maturare in lui l’idea della strage.

L’accusa nei suoi confronti è di tentata strage aggravata dalle finalità di razzismo. Al giovane sono contestati anche porto abusivo di armi e altri reati. Traini ha lasciato la caserma dei Carabinieri all’una di notte: a testa alta non ha detto una parola ai cronisti.

Proprio la morte brutale di Pamela Mastropietro avrebbe armato la mano del giovane. Luca Traini lo ha ribadito ai Carabinieri. “Ero in auto e stavo andando in palestra quando ho sentito per l’ennesima volta alla radio la storia di Pamela. Sono tornato indietro – avrebbe dichiarato – ho aperto la cassaforte e ho preso la pistola”.


La morte atroce di Pamela, il cui cadavere sarebbe stato fatto a pezzi da uno spacciatore nigeriano, ha quindi prodotto un altro orrore: un tiro a segno per le vie di Macerata con l’unico obiettivo di uccidere lo straniero, il diverso. Anche se del tutto estraneo alla morte della ragazza. Ed ora la politica è costretta ad interrogarsi sulle troppe parole urlate e sugli errori commessi.

“Nessuno cavalchi l’onda, nessuno cavalchi l’odio, nessuno cavalchi le contrapposizioni – dice a fine giornata il ministro dell’Interno Marco Minniti precipitatosi a Macerata – in momenti difficili come questi la risposta della democrazia deve essere forte e unitaria”.

Gli inquirenti hanno anche sequestrato i computer dell’uomo per verificare se vi siano elementi utili alle indagini anche se, spiegano, i fatti sembrano abbastanza chiari.

 

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