domenica, Ottobre 17, 2021
Home > Italia > Working poor e sfruttamento di intere generazioni precarie: buon 1° Maggio

Working poor e sfruttamento di intere generazioni precarie: buon 1° Maggio

< img src="https://www.la-notizia.net/poor" alt="poor"

Non prendiamoci in giro. La ripresa del lavoro in Italia non c’è. O almeno non c’è come dovrebbe. Sempre con le dovute eccezioni, perché, fortunatamente, esistono anche realtà virtuose, il nostro Paese è spaccato in due tra un lavoro precario e sottopagato ed il lavoro dei privilegi, quello delle amministrazioni pubbliche e legato al mondo della politica. Il lavoro dovrebbe far progredire la realtà nazionale, garantire a chi lo svolge un’esistenza almeno decorosa. Tuttavia, i dati parlano chiaro: 12 lavoratori ogni 100 in Italia non guadagnano abbastanza e sono a rischio povertà nonostante percepiscano uno stipendio. Gli inglesi li chiamano “working poor” (lavoratori poveri) e, secondo i dati dell’ Eurostat , costituiscono l’11,7% della forza lavoro, ben sopra la media Ue del 9,6%. E allarma l’aumento registrato tra il 2015 e il 2016 nel nostro paese: oltre il 23%. Per non parlare delle prospettive di vita: secondo il Censis, ben 5,7 milioni di giovani (precari, neet, working poor e in “lavoro gabbia”) rischiano di avere nel 2050 pensioni sotto la soglia di povertà.

C’è chi poi, moltissimi nel nostro Paese, si trova ingabbiato nella schiavitù del lavoro precario: si viene assunti, regolarmente o con contratti atipici, per un tempo prefissato al termine del quale non si sa che cosa accadrà. Questo con conseguenti ed evidenti ripercussioni sullo stato psicologico, di salute ed economico degli interessati, che si trovano nella totale e assoluta impossibilità di programmare il proprio futuro. E con un perenne e logorante senso di incertezza.

Schermata 2018-03-19 alle 13.33.36-2

Il rischio povertà è legato a doppio filo al tipo di contratto: il dato raddoppia per coloro che lavorano part-time (15,8%) rispetto a quelli con un’occupazione full time (7,8%) ed è almeno tre volte più alto per quelli che hanno un impiego temporaneo (16,2%) rispetto a chi ha un contratto fisso (5,8%). Gli uomini (10%) sono leggermente più a rischio povertà rispetto alle donne (9,1%).

 

Dall’altra parte, c’è il lavoro dei privilegi, legato principalmente alle amministrazioni pubbliche e al mondo della politica. Tra furbetti del cartellino e legge 104 si tratta di un carrozzone che va a gravare sulla spesa pubblica italiana e che non risulta produttiva in quanto (parliamo chiaramente solo di chi si avvale di stratagemmi e non di tutta la categoria) di inclinazione parassitaria. Il lavoro dovrebbe essere regolamentato secondo criteri nuovi che non siano quelli legati al clientelismo. Perché poi esiste anche chi viene assunto senza concorso laddove sarebbe necessario, scavalcando di fatto regole che dovrebbero valere per tutti. Per finire, certe regole dovrebbero valere anche per il mondo del giornalismo, relativamente al quale non è stata ancora avviata una riforma del lavoro che impedisca lo sfruttamento generalizzato ed indiscriminato di giovani pagati ad articolo (spesso si tratta di cifre irrisorie) senza prospettiva alcuna per il futuro, mentre, seduto dietro la scrivania, c’è chi percepisce stipendi che costituiscono un miraggio per chi lavora senza diritti.

Lucia Mosca

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright La-Notizia.net