domenica, Ottobre 17, 2021
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Pomezia, bimbo manipolato dal padre durante la separazione. E lei, senza lavoro, deve lasciare casa e pagare il mantenimento per il figlio

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Una storia che ha dell’incredibile eppure tristemente vera. Ce la racconta la diretta protagonista, che da tempo vive una situazione di alienazione genitoriale con connotazioni del tutto particolari. “Risiedo a Pomezia – racconta – e della mia vicenda si occupa il tribunale di Velletri. Sono brasiliana, vivo in Italia  da 12 anni. Mi sono sposata nel 2006, lui è di Roma. Siamo andati a vivere a Pomezia perché prendere un appartamento lì costava meno.
Ci siamo innamorati e siamo stati fidanzati per tre mesi. Ero venuta in Italia per una vacanza e così l’ho conosciuto. Sono poi rientrata in Brasile per rientrare in Italia e soggiornare per tre mesi a casa dei suoi. Il mio era un problema di permesso di soggiorno: Il mio tempo di permanenza poteva essere solo di tre mesi con visto turistico. Lui mi ha chiesto di rimanere e di sposarlo”. La voce della donna, provata dalla vicenda che sta vivendo, si increspa. “Subito dopo esserci sposati – aggiunge – siamo rimasti a vivere con i suoi genitori. Dopo sei mesi sono rimasta incinta. Non mi sentivo più di rimanere dai suoi genitori. Ma per lui l’affitto era uno spreco di soldi.  Aveva iniziato a lavorare col padre come promotore finanziario. Ma non c’erano soldi sufficienti per prendere una casa in affitto. I suoi genitori hanno messo la casa in vendita per acquistare una villa per stare tutti insieme, ma poi la casa non è stata venduta. Facevamo le vacanze tutti insieme e dopo la nascita del bambino la cosa mi è pesata ancora di più.
Poi abbiamo saputo di una casa a Pomezia con mutuo al 100 per cento e siamo andati a vivere lì”.

Da qui inizia la parte triste della storia. “Le cose – racconta – non andavano bene tra di noi, ma avevamo un bimbo piccolo. Dopo un anno sembrava che l’amore si fosse spento. Non lavorando, ed essendo da sola in Italia, le cose si sono complicate e ho avuto paura. Quando mio figlio ha compiuto 7 anni ho iniziato molto sporadicamente ad accompagnare qualche turista per le visite turistiche (ma non ho il patentino) ed ho preso la patente di guida. Così ho detto basta e gli ho chiesto la separazione. Da quel momento è diventato un’altra persona. Era aggressivo, ha provato a mettermi le mani addosso. A marzo 2016 mi sono rotta il piede, prima di chiedere la separazione. Ma già lo eravamo di fatto. Sono stata due mesi col gesso. Ero stufa di tutto e gli ho detto che sarei andata dall’avvocato. A quel punto lui mi ha detto che era d’accordo. Mi ha chiesto di pagare metà mutuo dicendomi che se ne sarebbe andato di casa. Questo il 27 marzo”.
“Abbiamo concordato – continua – di fare la separazione consensuale. Gli ho detto che saremmo andati dall’avvocato per metterci d’accordo. Lui rimandava con una scusa o con l’altra.
Io lasciavo tranquillamente mio figlio a lui negli orari stabiliti. L’amara sorpresa arriva quando scopro che mi ha messo un detective alle costole. Così, a settembre, ricevo la lettera in cui mi comunica che c’è la giudiziale. Diceva che io avevo un amante, ma all’epoca era un ragazzo che mi aiutava molto. In ogni caso eravamo già separati di fatto. Ora stiamo insieme. A quel punto cambio avvocato.
Il giudice chiede di ascoltare il bambino. Lo sente l’assistente sociale di Pomezia. Viene stabilito che il bambino rimanga con me a casa e che il padre ne debba uscire.
La madre di lui passava ogni sera a dormire in casa nostra. Mi riempivano di angherie per intimidirmi. Dicevano che ero una morta di fame e che dovevo tornare nel mio paese. Ho fatto una richiesta di allontanamento di questa signora da casa mia”.
“Lei e il figlio  – dice ancora – continuano a dormire lì. La mia richiesta non è stata accolta. Mio figlio ha visto e sentito tutto. Il giudice, nella seconda udienza, non ha ascoltato il parere dell’assistente sociale ed ha nominato una Ctu di Velletri. Al bambino venivano continuamente dette cose negative sulla madre.  Quando ha detto che aveva paura di me ha iniziato a piangere. Era evidentemente stato costretto.  LA CTU STABILISCE UN AFFIDO CONDIVISO DEL MINORE, CHE IL BAMBINO DEBBA RIMANERE FISSO NELLA CASA CONIUGALE, MENTRE IO E IL PADRE DOBBIAMO ALTERNARCI UNA SETTIMANA PER UNO. Il Giudice – io mi ero nel frattempo rivolta all’avvocato Carlo Ioppoli, Presidente dell’ANFI – Associazione Avvocati Familiaristi Italiani – non tiene conto nè della Relazione dei Servizi Sociali (che aveva stabilito il collocamento del bambino con la madre nella casa coniugale) nè della CTU. Stabilisce invece che io debba lasciare la casa coniugale, il collocamento del bambino presso il padre e addirittura che io debba versare euro 200 per il mantenimento del bambino! Io non ho lavoro fisso e allo stato sono disoccupata. Non posso neanche andare a prendere mio figlio a scuola. Ci ho provato una volta ed il padre ha chiamato i carabinieri. In questo momento vivo ancora in quella casa. Ma il bambino è a casa dei genitori di lui durante il giorno e viene riportato a casa dopo le 21.45 senza che io possa vederlo.  La nonna si prende cura di lui al posto mio. Questo perché sono sola”.
E conclude: “Nei fine settimana in cui ho il bambino mi reco da un’amica. Provano ad allontanarmi dal bambino in tutti i modi. Il giudice dice di fare un percorso genitoriale che io sto seguendo, ma mio marito si è tirato indietro. Ora il giudice è cambiato e non si è ancora pronunciato. Ho paura che mi buttino fuori. Non saprei dove andare e cosa fare. Per il momento devo stare in casa umiliata e senza poter vedere mio figlio e con ordinanza di precetto. Ma la casa è per metà anche mia”.

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