lunedì, Ottobre 25, 2021
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Rebibbia, l’ombra della mafia nigeriana sul duplice infanticidio

terracina

ROMA – E’ stata dichiarata “instabile”. E probabilmente lo è. Ma la paura, il terrore, spesso possono fare “brutti scherzi”. Interrogata, ha ribadito più volte di essere una buona madre, di aver voluto salvare i figli dalla “mafia”. Secondo indiscrezioni, non confermate in via ufficiale, avrebbe nutrito il timore di finire a casa di un nigeriano che l’avrebbe ospitata sotto richiesta del proprio compagno. Il 18 settembre, a Rebibbia, la detenuta Alice Sebaste ha ucciso i figli di due anni – un maschietto –  e di sette mesi, una femminuccia. La donna “era stata più volte segnalata per alcuni comportamenti, sintomatici di una preoccupante intolleranza nei confronti dei due piccoli” e il personale in servizio presso il carcere aveva segnalato “la necessità di accertamenti anche di tipo psichiatrico”. Ad affermarlo un documento firmato dal capo del Dap, Francesco Basentini. La trentatreenne tedesca era stata arrestata per il possesso di 10 chili di marijuana, occultati nei pannolini dei bambini. Insieme a lei, in auto, c’erano due nigeriani, rimessi immediatamente in libertà per insufficienza di prove. Ed è nigeriano anche il padre dei due bimbi spinti dalla madre giù per le scale interne del carcere. Ehis Eigebelelou, 33 anni, era stato tratto in arresto a Macerata per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti nel corso dell’operazione Revenant, lo scorso anno. Era stato fermato dagli agenti di polizia in zona Pace, mentre si trovava con altri due connazionali. Le indagini erano state avviate nell’ottobre del 2016. Poi, nel 2017 erano scattati gli arresti per nove soggetti – tra i quali Eigebelelou – , mentre in 18 risultavano indagati. Dopo la morte dei bambini, l’uomo è stato rintracciato in Germania, dove è risultato detenuto in carcere.  Alice era stata fermata il 26 agosto nei pressi della stazione Termini con la droga, insieme ai figli e ai due nigeriani. Non avendo fissa dimora, dove poter scontare la misura cautelare, era stata quindi trattenuta in carcere. Il legale della difesa ha lamentato il fatto che il magistrato non avrebbe valutato la possibilità di collocare la donna presso un nigeriano “onesto lavoratore e lontano da logiche criminali, dotato di permesso di soggiorno” a Napoli, trovato dal compagno di Alice. Soluzione, questa, che probabilmente il magistrato non ha ritenuto idonea, visto il contesto nel quale la donna sarebbe tornata. “Sono una buona madre – ha continuato a ripetere in sede di interrogatorio – , sono consapevole di quello che ho fatto. Volevo liberare i miei figli, avevo paura della mafia e li volevo proteggere. Ero impaurita dalle cose che leggevo sui giornali”. Il termine “mafia”, non viene, almeno sulla base di quanto è dato sapere, esplicitamente legato all’aggettivo “nigeriana”, ma vista e considerata la situazione in cui la donna si trovava a vivere, l’associazione di idee è inevitabile. E, seppure instabile, con problemi vissuti che l’avevano inevitabilmente segnata, il dubbio che sorge è che sia stata proprio la paura  – amplificata da una comprovata fragilità – a farle compiere nel carcere di Rebibbia un gesto estremo di liberazione. Una tragedia che non può che lasciare sgomenti. Ma che, soprattutto, deve far riflettere.

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