giovedì, ottobre 18, 2018
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Nasce la polizia del Copyright

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Dopo aver analizzato i caratteri principali della nuova normativa del Copyright, possiamo concludere questa mini-serie con l’ultimo capitolo, ed accennare ai contenuti di un altro articolo che ha visto il Parlamento Europeo ed i principali mass media del continente, scatenarsi nel racconto di trame che sembrano più ispirate ad un episodio di Black Mirror, che ad un normale adeguamento normativo, su spinta comunitaria.

Stiamo parlando dell’articolo 13 del nuovo insieme di norme, che ricordiamo ancora una volta non essere vincolante per gli Stati membri, ma che serve solo a dare il mandato al Consiglio ed alla Commissione per sondare gli umori dei 27 Paesi, trovando poi delle basi comuni su cui discutere il testo definitivo, a partire dal prossimo gennaio.

L’articolo 13 parla di obblighi per i principali siti web, e quindi anche tutte le piattaforme di Social Media che usiamo tutti i giorni come Facebook e Instagram, ad “utilizzare le tecnologie di riconoscimento dei contenuti per individuare video, musica, foto, testi e codici protetti dal copyright”. In particolare, la discussione di questo articolo è stata accompagnata da una lettera siglata da 70 esperti del web (tra cui l’inventore del World Wide Web –leggi www.-, il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales, e molti altri) che sostengono che se applicato letteralmente esso potrebbe trasformare il mondo di internet in “uno strumento per la sorveglianza automatizzata per il controllo degli utenti”.

L’impostazione giuridica seguita finora è quella che mette al centro gli utenti, con diritti e doveri, ma principalmente la responsabilità dei contenuti condivisi. In caso di violazione, quindi, ad oggi verrebbe perseguito solamente l’utente, che aveva il compito di verificare eventuali titolarità dei contenuti condivisi; da gennaio lo scenario potrebbe essere ribaltato, con la responsabilità in primis per le piattaforme, che si dovrebbero quindi a loro volta tutelare, apportando anche maggiori controlli rispetto alle informazioni scambiate all’interno dei propri canali e social media.

Bruce Schneider, uno dei maggiori esperti mondiali di sicurezza e tra i firmatari della lettera sostiene che: “L’articolo 13 trasforma i social media e le altre compagnie di internet in una specie di polizia del copyright, costringendoli a implementare un sistema di sorveglianza altamente invasivo”. Per estensione, poi, tale modello di doppia sicurezza informatica potrebbe essere adottato anche dalle multinazionali, dai governi, potenziando ancora di più quello che viene già considerato un modello di sorveglianza anche troppo severo in certi casi. Va inoltre considerata la possibilità che nuovi soggetti nascano al solo scopo di gestire questo tipo di procedure, ma senza avere la legittimità del controllo che, quantomeno, si associa alla polizia informatica.

Per concludere, una nota di colore: l’articolo 13 è stato reintrodotto lo scorso 25 maggio dopo parecchi mesi di assenza. Il motivo di tanta incertezza è probabilmente il fatto che i legislatori sono molto incerti nel parlare di tecnologie per la prevenzione delle violazioni del copyright, poiché non ci riferiamo solo a filtri informatici che andrebbero ad intercettare il presunto plagio, ma anche tutta quella serie di procedure che ad oggi vengono effettuate per risalire alla fonte, soprattutto in caso di grandi database. Questo emerge dalla relazione della proposta di legge a firma Alex Voss, europarlamentare tedesco dei Popolari.

Andrea Zappelli

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