venerdì, aprile 19, 2019
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Caso Italia: come ai tempi del Gattopardo tutto muta per non mutare

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Caso Italia: tutto muta per non mutare. Il 2018 volge al termine e il nuovo anno incalza. E’ stato un anno duro e difficile perché pieno di attese su previsti cambiamenti, politici, sociali, nazionali, strutturali, economici. Per ripercorrere i principali avvenimenti in Italia non basta un “articolo”.

L’anno che se ne sta andando è iniziato con la speranza di un mutamento forte: il 4 marzo il popolo Italiano è andato alle urne per scegliere il proprio governo, opzione per troppo tempo ignorata.

Ma l’Italia è divisa e frammentata, stanca e impoverita, per cui i risultati elettorali, frutto anche di informazioni e comunicazioni non sempre trasparenti e corrispondenti alla realtà, non hanno concesso ad alcuna forza politica di ottenere una chiara maggioranza in modo tale da poter formare un governo forte e deciso,  in grado di rompere gli schemi.


Lo dimostra il fatto che per i successivi tre mesi  è ancora il vecchio governo a tenere le redini, caso assolutamente anomalo. Questo fino a quando i due partiti che oggi governano, ma che poco o nulla hanno in comune, con grande forza di volontà fanno il salto.

E si è sperato a questo punto in un cambiamento forte, che desse la possibilità di risolvere le questioni che da troppo tempo affliggono il nostro Paese.

Un’illusione alimentata nel momento in cui si riesce a bloccare, almeno in parte, quella immigrazione incontrollata che ha permesso l’ingresso di centinaia di migliaia di clandestini in Italia, tanto da sembrare una vera e propria invasione.  Ma non è questo l’unico e solo problema: a far perdere il sonno agli italiani sono soprattutto disoccupazione, povertà, pensioni, ripresa e sviluppo.

Questioni che penalizzano fortemente l’Italia, oramai sfruttata e spogliata delle proprie risorse industriali, drammaticamente svendute o delocalizzate, per volere di politiche fondate sul concetto della globalizzazione.

Il governo con toni alti ha asserito che “giammai” avrebbe rinunciato ad un 2,4% nel rapporto tra deficit e PIL. Dall’altra parte l’Europa ha minacciato la procedura d’infrazione, imponendo così un massimo di 2,04. Imposizione varata dal Parlamento, non senza discussioni, allo scadere del 2018. Del resto era scontato, i trattati vanno rispettati se non si cambiano e…. il 2018 non ha visto cambiamenti o modifiche dei trattati, per cui…. tutto muta per non mutare.

Ettore Lembo

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