mercoledì, Dicembre 8, 2021
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Espulsioni, scomuniche e allontanamenti. Il diritto dei movimenti di autotutelarsi

Alcune settimane fa un consigliere comunale della Lega di Amelia in provincia di Terni, ha commentato con un post, l’affermazione della cantante Emma Marrone che si era detta contraria ai “porti chiusi” con queste parole: “Faresti bene ad aprire le tue cosce facendoti pagare per esempio”.

Poco dopo è arrivata la “scomunica” del partito. “Ci dissociamo dal commento sessista espresso dal consigliere comunale di Amelia” ha sottolineato il segretario regionale umbro, l’onorevole Virginio Caparvi. Il quale ha annunciato la decisione “irrevocabile” di avviare sin da subito le procedure per l’espulsione di Galli dall’organizzazione politica. “Anche il dissenso più forte – ha continuato Caparvi – non può mai scadere in simili commenti. Le affermazioni del consigliere non solo sono inaccettabili, ma assolutamente distanti dallo spirito e dai valori espressi dalla Lega e dunque chiunque utilizzi questo linguaggio non può rappresentare il nostro movimento”.

Nelle parole del segretario locale il timore che un comportamento errato di un singolo, potesse disonorare il nome del partito gettando discredito magari su una maggioranza di iscritti che non condivide quel modo di porsi.

In tempi di libero pensiero, opinione e parola (sacrosanti!), c’è chi dimentica che quando si fa parte di un’aggregazione di persone costituita in circolo, partito, movimento, sindacato, associazione o gruppo religioso il rispetto delle regole interne non è poi così trascurabile. Chi devia, si ribella o viene meno al mandato che il gruppo si è dato, rischia di inficiare l’obiettivo e le finalità stesse che lo stesso gruppo si è proposto. E se il suo comportamento è in antitesi a uno statuto o regolamento che evidentemente il soggetto ha preventivamente accettato, il gruppo, chi dirige o un organismo appositamente istituito come i probiviri, si riserva provvedimenti disciplinare che come extrema ratio possono consistere nell’espulsione.

In alcuni casi possono essere scivoloni più o meno clamorosi; in altri casi, invece dissenso forte e pubblico dalla linea ufficiale. In un certo senso, prendendo in prestito il linguaggio religioso, si tratta di un atto di “apostasia” dal tracciato prescritto. E a proposito di religione va ricordato come sia sempre valido l’istituto della scomunica da parte della Chiesa Cattolica tanto che il Catechismo attuale recita: “Alcuni peccati particolarmente gravi sono colpiti dalla scomunica,la pena ecclesiastica più severa, che impedisce di ricevere i sacramenti e di compiere determinati atti ecclesiastici, e la cui assoluzione, di conseguenza, non può essere accordata, secondo il diritto della Chiesa, che dal Papa, dal vescovo del luogo o da presbiteri da loro autorizzati”. Tra l’altro una forma di espulsione quella cattolica, che si è ammorbidita nel corso del tempo datosi che Gregorio VII nel 1075 nel suo Dictatus Papae scriveva “che non si possa abitare sotto lo stesso tetto con chi il Papa ha scomunicato”. Tra le più note scomuniche recenti, quelle di Marcel Lefebvre e di Emmanuel Milingo. Nel primo caso si è trattato di scomunica latae sententiae cioè quella ipso facto, senza possibilità di giustificarsi eventualmente o di difendersi davanti a un organo giudicante.

Invece nell’ambito delle Chiese evangeliche pur essendo presente la scomunica è attivata molto raramente in maniera formale.

Al contrario molto rumore hanno fatto, specialmente sui media, amplificati dalla rete e da quel campo di battaglia e di odio che sono spesso i social, le espulsioni o disassociazioni dai testimoni di Geova nei confronti di chi è venuto meno alle norme e regole del movimento, che peraltro tutti gli associati conoscono bene, visto che si entra volontariamente nel gruppo religioso.

Il sacramento del battesimo che definisce la scelta fatta, avviene solo dopo che si è sottoposti a una specie di esame verbale da parte dei responsabili della comunità locale che in quella sede hanno il compito di accertarsi dei reali convincimenti del novizio. Altre situazioni assurte agli onori della cronaca nel corso degli ultimi anni, hanno visto tristi storie di “ostracismo” raccontate pubblicamente da chi ha lasciato il gruppo o è stato espulso. Si tratta indubbiamente di una risonanza esagerata quella ottenuta da alcuni degli ex testimoni di Geova, ingigantita a dismisura da un punto di vista numerico, visto che il totale dei testimoni di Geova praticanti rappresenta solo lo 0,4% della popolazione italiana; il che significa che coloro che vengono espulsi o se ne vanno e hanno da ridire sul provvedimento, rappresentano un numero quasi infinitesimale e percentualmente insignificante.

Ma al di là dei numeri, considerato che dietro ogni singola storia c’è un essere umano con i suoi sentimenti, quello che lascia perplessi molti sociologi o esperti in campo religioso è l’affidabilità dei racconti forniti dagli ex aderenti e non solo dei testimoni di Geova ma anche di altri gruppi religiosi, compreso quelli cattolici come l’Opus Dei. A tal proposito il sito ufficiale dei testimoni di Geova jw.org rispondendo evidentemente ad alcune obiezioni sollevate in merito scrive: “Chi è disassociato può frequentare le nostre funzioni religiose. Se lo desidera può anche ricevere assistenza spirituale da persone qualificate, gli anziani della congregazione. L’obiettivo è aiutare la persona a soddisfare nuovamente i requisiti necessari per essere un Testimone di Geova. Se chi è disassociato vuole tornare a far parte della congregazione è sempre benaccetto, purché abbandoni la sua condotta inappropriata e mostri il sincero desiderio di seguire le norme bibliche”. Per quanto riguarda i rapporti con gli ex membri spesso raccontati su alcuni giornali da angolazioni negative il sito prosegue “Che dire se un uomo viene disassociato ma la moglie e i figli continuano a essere Testimoni di Geova? Dal punto di vista religioso le cose cambiano, ma i legami di sangue restano inalterati. Il vincolo coniugale e i normali rapporti familiari e affettivi proseguono.” La posizione nei confronti di chi non è più testimone sembra apparentemente abbastanza rigida vista dall’esterno, in quanto comporta la cessazione di rapporti sociali e conviviali. È anche vero che in questo caso, per una chiesa “stretta in entrata ma con la porta tenuta aperta” secondo la definizione dello studioso di religioni Massimo Introvigne, l’integrità su cui si fonda il movimento deve essere salvaguardata da eventuali trasgressori irriducibili che potrebbero intaccare la moralità dei confratelli o gettare discredito su tutta la comunità.

Ma forse non è neanche necessario ricorrere alle scienze sociali per concludere che “un ex” generalmente parlando, potrebbe in taluni casi, giustificare la sua uscita o destituzione da affiliato additando gravi responsabilità negative della comunità alla quale era associato. E’ quello che avviene spessissimo anche in molte relazioni interpersonali. Il coniuge o il partner che mette fine a un rapporto unilateralmente, tende molte volte ad addossare la responsabilità della propria scelta alle mancanze o lacune comportamentali dell’altro e quasi mai a quelle personali. Anche il calciatore esploso in una squadra minore a suon di gol e attirato dall’ingaggio redditizio di un’altra società, motiverà agli occhi dei tifosi il suo trasferimento “con l’impossibilità della squadra presente di giocare per traguardi più alti”; difficilmente ammetterà che se ne va per una mera questione di denaro, peraltro anche legittima.

Indubbiamente le espulsioni e i rapporti con gli ex membri di un gruppo costituiscono situazioni delicate da gestire e di sovente suscitano controversie sociali e politiche. Per esempio dopo l’arresto del Presidente dell’Assemblea Capitolina, il cinquestelle Marcello De Vito, il 20 marzo scorso, il capo politico del Movimento Luigi Di Maio ha detto “De Vito è fuori dal MoVimento 5 Stelle. Mi assumo io la responsabilità di questa decisione, come capo politico, e l’ho già comunicata ai probiviri. Quanto emerge in queste ore oltre ad essere grave è vergognoso, moralmente basso e rappresenta un insulto a ognuno di noi, a ogni portavoce del MoVimento nelle istituzioni, ad ogni attivista che si fa il mazzo ogni giorno per questo progetto.
De Vito non lo caccio io, lo caccia la nostra anima, lo cacciano i nostri principi morali, i nostri anticorpi”. E marcando anche una distanza fisica e una serie di relazioni sociali bruscamente interrotte Di Maio ha aggiunto: “Se vorrà difendersi potrà difendersi come vuole ma lo deve fare a chilometri di distanza dal Movimento 5 Stelle”.

Ma dicevamo non è solo una questione di scelte politiche. Un circolo culturale anche di un piccolo paesino, una Pro Loco, un Club Alpino o un associazione sportiva e simili hanno il diritto di stabilire norme precise di comportamento. In uno Statuto di un circolo tennis di una città del Nord si legge per esempio: “Il Socio espulso non può essere riammesso a far parte del Circolo, né essere invitato nei locali sociali per alcuna ragione o titolo”. Una parte dello Statuto questa che il socio ha sottoscritto volontariamente all’adesione.

Un espulsione, una scomunica, o una radiazione da un ordine, come per esempio, quello dei medici, degli avvocati, dei giornalisti può trovare la sua giustificazione quando si contravviene volontariamente al modus operandi dell’organizzazione stessa e del suo statuto, che chi aderisce, dovrebbe premurarsi di conoscere bene prima di accettare. Assumersi le proprie responsabilità sulle scelte e le conseguenze che comportano, dimostrano un grado di maturazione mentale ed emotiva che dovrebbe essere l’essenza stessa di una personalità prudente ed assennata.

Nella vita si è sempre liberi di cambiare idea e d’altra parte si dice che solo gli stolti non dubitano mai di niente. E anche vero però che chi è persuaso di un’idea e la pratica diligentemente e con impegno, nonostante le defezioni, fa sua la tesi contenuta nel noto aforisma di Ezra Pound, ecumenicamente accettato: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”.

Roberto Guidotti

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