venerdì, Novembre 22, 2019
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Theresa May lascia: è caccia al successore

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Theresa May si dimette dalla carica di leader del partito conservatore e quindi anche da quella di Primo ministro. La sua esperienza è stata da molti definita disastrosa. La gara per la sua successione si aprirà lunedì. La lettera di dimissioni è attesa entro stasera. Rimarrà in ogni caso in carica come Primo Ministro finché non verrà scelto un nuovo leader conservatore, che dovrà poi formare un nuovo governo.  Il 24 maggio, aveva dichiarato che stava facendo un passo indietro dopo aver perso l’appoggio dei suoi parlamentari.

Durante il discorso, che era finito in lacrime, a Downing Street, aveva detto: “Ho fatto del mio meglio.

“Presto  – aveva aggiunto – lascerò il lavoro che ha costituito l’onore della mia vita. Sono grata per aver avuto l’opportunità di servire il paese che amo”. Lascia un compito difficile a chiunque le subentri, perché non è stata in grado di dare il via nemmeno alla prima fase di Brexit. Il primo ministro ha infatti fallito tre volte nel tentativo di far approvare il suo accordo dal Parlamento, in quanto i deputati lo hanno respinto. Anche i colloqui incrociati con il partito laburista di Jeremy Corbyn non sono riusciti a fornire nulla di sostanziale.

Ora undici conservatori sono in corsa per succedere a Theresa May come primo ministro del Regno Unito. Ognuno ha la propria visione di come risolvere la Brexit, e le loro opinioni sono così divergenti che chiunque vinca dovrà lottare per tenere unito il partito.

Il favorito sembrerebbe comunque essere l’ex ministro Boris Johnson, 54 anni. Il suo intento è quello di portare la Gran Bretagna fuori dall’Ue: con o senza un accordo. E’ stato uno degli artefici della vittoria della Brexit al referendum del 2016. Nominato ministro degli Esteri, è diventato la voce di punta dell’opposizione all’accordo di divorzio dall’Ue stipulato da Theresa May prima di dimettersi il luglio scorso per difendere la sua posizione a favore di una hard Brexit.  “Se vincerò – ha detto – , usciremo con o senza accordo il 31 ottobre”.


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