mercoledì, Novembre 25, 2020
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“Le dannate” arrivano alla Palazzina Azzurra con Massimo Giletti ed il suo giornalismo d’inchiesta

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Una serata di approfondimento e lettura con il giornalista che dà voce a chi non ce l’ha direttamente da “Non è l’Arena”

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Questa sera, a partire dalle 21.00, Massimo Giletti sarà a San Benedetto del Tronto, presso la Palazzina Azzurra nell’ambito degli “Incontri con l’Autore”. Con l’occasione presenterà il libro “Le dannate “, che tratta del caso di Mezzojuso, ben noto alle cronache.

Massimo Giletti si e’ occupato della vicenda in più tornate nel corso della fortunata trasmissione Non e’ l’Arena, andando a toccare nervi scoperti del “sistema locale”.

Le sorelle Napoli di Mezzojuso, in provincia di Palermo, avrebbero infatti subito per ben dodici anni  minacce da parte della mafia.

Sarà possibile seguire l’evento presso la Palazzina Azzurra tramite dirette Facebook ed Instagram sui profili di Massimo Giletti.

In caso di maltempo l’evento si terra’ all’Auditorium comunale. E’ stato organizzato dall’associazione “I Luoghi della Scrittura”, la “Fabbrica dei Fiori” con il patrocinio ed il sostegno dell’Amministrazione Comunale e dalla Regione Marche. Conversano con l’autore Maria Cristina Maselli e Roberta Alessandrini.

L’AUTORE

Massimo Giletti, giornalista, è autore e conduttore televisivo. Ha esordito nel 1988 a “Mixer” e negli anni ’90 ha presentato su Rai 2 “Mattina in famiglia”, “Mezzogiorno in famiglia” e “I fatti vostri”. Dal 2002 al 2017 è stato uno dei volti più conosciuti di Rai 1 e ha condotto “Casa Raiuno”, “Domenica in” e “L’arena”. Nel 2017 lascia la Rai e passa a LA7, dove ora conduce il fortunatissimo talk show domenicale “Non è l’Arena”.

IL LIBRO

«Ci sono storie che scegliamo noi di raccontare, le selezioniamo tra le mille da cui ogni giorno veniamo bombardati, e le curiamo, le coltiviamo fino a quando non sono pronte per andare in onda. Poi ce ne sono altre che, invece, si scelgono da sole; se ne stanno lì nascoste in qualche cassetto, in qualche ritaglio di giornale, e al momento giusto saltano fuori, ti chiamano, si rubano la scena. E a te non resta altro che lasciarle fare e ammirare in silenzio lo spettacolo.

Le prime sono, numericamente, la maggior parte. Sono quelle che compongono il nostro panorama informativo. Un po’ dei “polli da batteria”, diciamoci la verità, ma il nostro lavoro è fatto anche di questo.
Le seconde sono rarissime, però speciali. Hanno una vita tutta loro, durano quanto vogliono, vanno dove gli pare. E tu non le puoi fermare, non le puoi indirizzare. Al massimo puoi provare a capirle prima degli altri, per spiegarle meglio al pubblico, per farle “tue”.

La storia delle sorelle Napoli appartiene a questa seconda categoria. Dal momento in cui la lessi per la prima volta, sulle pagine della cronaca di Palermo della “Repubblica”, mi resi conto che dentro c’era qualcosa di fatale. Lì per lì non sapevo nemmeno io cosa fosse, ma dentro di me sapevo che nella battaglia condotta da quelle tre donne indomite contro la mafia c’era qualcosa che andava oltre ogni stereotipo.
Inizialmente pensai che ad attirare la mia attenzione fosse il contrasto femmine­­­-mafia: ho sempre sostenuto che la mafia sia un termine femminile “per inganno”, essendo invece la mafia in sé quanto di più maschile e maschilista si possa immaginare. Ma piano piano, puntata dopo puntata, mentre il grande pubblico si appassionava alla vicenda incredibile e vergognosa di Marianna, Ina e Irene, mi rendevo conto che nei fatti che si susseguivano nelle campagne di Mezzojuso c’era anche dell’altro.

C’era, sempre sospesa fra tragedia e operetta, l’eterna messinscena del potere. Una specialità molto italiana. Un teatro del reale nel quale distinguere i personaggi buoni da quelli cattivi, i giusti dagli ingiusti, non è solo complicato, è del tutto inutile. Perché l’unico criterio che distingue le persone, in posti come Mezzojuso, ma anche come Roma, Milano e Torino, nell’Italia del 2020, è un altro: chi ha il potere e chi non ce l’ha.
A ben guardare, tutto si riduceva a questo. Alla battaglia, antica come il mondo, tra potenti e soggiogati. Una battaglia che queste tre donne, in assoluta solitudine, hanno combattuto con fierezza e dignità. E che, alla fine, hanno vinto.»

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Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994, collabora regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero (dal 1994 al 1998 a Macerata, per la cultura , dal 1999 al 2002 a San Benedetto del Tronto, per la cronaca bianca, dal giugno 2005 al luglio 2007 ad Ancona per la cronaca nera e giudiziaria ), La Rucola, periodico maceratese di cronaca, cultura, satira (dal 1996 al 1998 a Macerata), Il Piceno, periodico della Provincia di Ascoli Piceno (2002 – 2003). Le esperienze più significative: dal dicembre del 2003 collabora con Il Resto del Carlino di Ascoli Piceno, testata per la quale si occupa di cronaca, politica, cultura, spettacolo, sanità, sindacale, inchieste, con servizi anche per il regionale. Il 5 gennaio 2005 conclude la propria esperienza di stagista (della durata di 6 mesi). Un mese dopo riprende la precedente collaborazione con Il Messaggero di Ascoli Piceno seguendo la politica locale, la cultura e la cronaca bianca con servizi anche per il regionale. Nel giugno 2005 si sposta su Ancona, dove si occupa per Il Messaggero di cronaca nera e giudiziaria. Dal 2006 collabora con La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Dal 3 agosto 2009 è direttore del quotidiano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Il contratto ha la durata di poco meno di un anno per chiusura della testata. E’ stata direttore della sezione giornalistica di Tvp, canale 119 del digitale terrestre nell'anno 2015. Ora direttore della testata giornalistica www.la-notizia.net

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