lunedì, settembre 16, 2019
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“Le dannate” arrivano alla Palazzina Azzurra con Massimo Giletti ed il suo giornalismo d’inchiesta

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Una serata di approfondimento e lettura con il giornalista che dà voce a chi non ce l’ha direttamente da “Non è l’Arena”

SAN BENEDETTO DEL TRONTO – Questa sera, a partire dalle 21.00, Massimo Giletti sarà a San Benedetto del Tronto, presso la Palazzina Azzurra nell’ambito degli “Incontri con l’Autore”. Con l’occasione presenterà il libro “Le dannate “, che tratta del caso di Mezzojuso, ben noto alle cronache.

Massimo Giletti si e’ occupato della vicenda in più tornate nel corso della fortunata trasmissione Non e’ l’Arena, andando a toccare nervi scoperti del “sistema locale”.


Le sorelle Napoli di Mezzojuso, in provincia di Palermo, avrebbero infatti subito per ben dodici anni  minacce da parte della mafia.

Sarà possibile seguire l’evento presso la Palazzina Azzurra tramite dirette Facebook ed Instagram sui profili di Massimo Giletti.

In caso di maltempo l’evento si terra’ all’Auditorium comunale. E’ stato organizzato dall’associazione “I Luoghi della Scrittura”, la “Fabbrica dei Fiori” con il patrocinio ed il sostegno dell’Amministrazione Comunale e dalla Regione Marche. Conversano con l’autore Maria Cristina Maselli e Roberta Alessandrini.

L’AUTORE

Massimo Giletti, giornalista, è autore e conduttore televisivo. Ha esordito nel 1988 a “Mixer” e negli anni ’90 ha presentato su Rai 2 “Mattina in famiglia”, “Mezzogiorno in famiglia” e “I fatti vostri”. Dal 2002 al 2017 è stato uno dei volti più conosciuti di Rai 1 e ha condotto “Casa Raiuno”, “Domenica in” e “L’arena”. Nel 2017 lascia la Rai e passa a LA7, dove ora conduce il fortunatissimo talk show domenicale “Non è l’Arena”.

IL LIBRO

«Ci sono storie che scegliamo noi di raccontare, le selezioniamo tra le mille da cui ogni giorno veniamo bombardati, e le curiamo, le coltiviamo fino a quando non sono pronte per andare in onda. Poi ce ne sono altre che, invece, si scelgono da sole; se ne stanno lì nascoste in qualche cassetto, in qualche ritaglio di giornale, e al momento giusto saltano fuori, ti chiamano, si rubano la scena. E a te non resta altro che lasciarle fare e ammirare in silenzio lo spettacolo.

Le prime sono, numericamente, la maggior parte. Sono quelle che compongono il nostro panorama informativo. Un po’ dei “polli da batteria”, diciamoci la verità, ma il nostro lavoro è fatto anche di questo.
Le seconde sono rarissime, però speciali. Hanno una vita tutta loro, durano quanto vogliono, vanno dove gli pare. E tu non le puoi fermare, non le puoi indirizzare. Al massimo puoi provare a capirle prima degli altri, per spiegarle meglio al pubblico, per farle “tue”.

La storia delle sorelle Napoli appartiene a questa seconda categoria. Dal momento in cui la lessi per la prima volta, sulle pagine della cronaca di Palermo della “Repubblica”, mi resi conto che dentro c’era qualcosa di fatale. Lì per lì non sapevo nemmeno io cosa fosse, ma dentro di me sapevo che nella battaglia condotta da quelle tre donne indomite contro la mafia c’era qualcosa che andava oltre ogni stereotipo.
Inizialmente pensai che ad attirare la mia attenzione fosse il contrasto femmine­­­-mafia: ho sempre sostenuto che la mafia sia un termine femminile “per inganno”, essendo invece la mafia in sé quanto di più maschile e maschilista si possa immaginare. Ma piano piano, puntata dopo puntata, mentre il grande pubblico si appassionava alla vicenda incredibile e vergognosa di Marianna, Ina e Irene, mi rendevo conto che nei fatti che si susseguivano nelle campagne di Mezzojuso c’era anche dell’altro.

C’era, sempre sospesa fra tragedia e operetta, l’eterna messinscena del potere. Una specialità molto italiana. Un teatro del reale nel quale distinguere i personaggi buoni da quelli cattivi, i giusti dagli ingiusti, non è solo complicato, è del tutto inutile. Perché l’unico criterio che distingue le persone, in posti come Mezzojuso, ma anche come Roma, Milano e Torino, nell’Italia del 2020, è un altro: chi ha il potere e chi non ce l’ha.
A ben guardare, tutto si riduceva a questo. Alla battaglia, antica come il mondo, tra potenti e soggiogati. Una battaglia che queste tre donne, in assoluta solitudine, hanno combattuto con fierezza e dignità. E che, alla fine, hanno vinto.»

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