domenica, 29 Marzo, 2020
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Carlo Alberto dalla Chiesa, il Capitano Ultimo: “Lontano dai gerarchi che lo abbandonarono ieri e lo celebrano oggi”

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“Il 3 settembre 1982, a Palermo, killer mafiosi uccidevano il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente Domenico Russo. Nessuna Mafia, nessun Potere potrà spezzare il nostro Amore, la nostra Ammirazione, il nostro Orgoglio di essere stati e di essere per sempre Suoi carabinieri. Lontano dai gerarchi che lo abbandonarono ieri e lo celebrano oggi. Con Lui, lontano dai gerarchi che abbandonano la sicurezza dei loro uomini ai Prefetti e che si costituiscono parte civile contro quelli che avrebbero dovuto controllare, guidare e correggere. Oggi più che mai siamo accanto al Nostro Generale, alla Sua Fede al suo Esempio glorioso che nell’ umiltà ci ha insegnato l’ Amore per l’ Unico potere possibile :Il Bene Comune, l’ amore per l’ Unica Fazione possibile : il Popolo. Lui combatte , Lui Vive. Stasera alle 19.30 alla casa famiglia capitano Ultimo grideremo il Suo nome al cielo. Io ci sarò”.

Così il Capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio, sul proprio profilo Facebook. Carlo Alberto dalla Chiesa aveva capito che l’emergenza mafiosa era molto più grave è complicata rispetto a quella del terrorismo che aveva già combattuto e vinto, seppure osteggiato e ricacciato indietro dopo i primi successi. Solo all’indomani del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro lo Stato decise di affrontare seriamente il problema, e fu in grado di risolverlo anche grazie al lavoro e alle strategie del generale.

Contro la Mafia il generale Dalla Chiesa immaginava di poter seguire la stessa strada, ma purtroppo dovette fare i conti con una differenza fondamentale.

Mentre i terroristi erano schierati frontalmente contro le istituzioni, e dunque lo Stato unitariamente a un certo punto decise di fronteggiarli e sconfiggerli, i mafiosi avevano collegamenti e alleanze dentro le istituzioni, e non sarebbero bastati i proclami ufficiali e la sagacia investigativa di un carabiniere e qualche magistrato a toglierli di mezzo.

Il generale nominato prefetto lo intuì, e solo per questo divenne un pericolo, un ostacolo da rimuovere prima ancora che potesse entrare in azione.

Con la sua morte dalla Chiesa è diventato un simbolo ancor più sia significativo. Per i “siciliani onesti” che dopo l’omicidio videro perdere la speranza, come scrisse una mano anonima sul cartello che comparse in via Carini, il luogo della strage; e per quella parte di istituzioni che non voleva convivere con la mafia, bensì liberarsene.

Un simbolo importante se il giudice Giovanni Falcone, il 3 settembre 1985, per un giorno decise di tornare a Palermo – lasciando l’isola dell’Asinara dove era stato “deportato” insieme a Paolo Borsellino per poter scrivere in condizioni di sicurezza l’ordinanza di rinvio a giudizio del maxi-processo – e partecipare a Palermo alla commemorazione del generale-prefetto, nel terzo anniversario del delitto.

Lucia Mosca

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Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994 al 2015 ha collaborato regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero, Il Resto del Carlino, La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Nel 2009 è direttore del quotidiano teramano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Ora direttore della testata giornalistica on line la-notizia.net

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