domenica, settembre 15, 2019
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Conte (bis) è il sesto presidente del consiglio non legittimato dalle urne, ma per lui il record è doppio

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L’Italia, si sa, è una Repubblica parlamentare e la nomina del Presidente del Consiglio spetta al Capo dello Stato, a sua volta eletto dal Parlamento. La Seconda Repubblica, che ci aveva abituati ad un semipresidenzialismo de facto, con la legittimazione del Premier è definitivamente finita?

Giuseppe Conte non è il primo caso di capo dell’esecutivo incaricato dal PdR senza passare per le elezioni: prima di lui possiamo contare almeno altri sei casi (uno dei quali porta sempre la firma dell’Avvocato del Popolo) di Presidenti del Consiglio che non siedono in parlamento come deputati o senatori.

Il primo caso è stato quello di Carlo Azeglio Ciampi nel 1993. Egli venne incaricato dal presidente Scalfaro, dopo aver lasciato l’incarico di Governatore della Banca d’Italia, ma rimarrà al timone per pochi mesi, fino all’approvazione della nuova legge elettorale di gennaio 1994. Un governo “di scopo” diremmo oggi, che effettivamente in poco tempo è stato in grado di realizzare una riforma importante, che ha segnato l’inizio della Seconda Repubblica, in un periodo non semplice tra Tangentopoli, attentati di mafia ed inflazione alle stelle.


A Ciampi succede il primo governo Berlusconi, della cui squadra di ministri farà parte anche il secondo premier non eletto del nostro excursus: Lamberto Dini, che guiderà l’esecutivo per circa un anno, fino alle elezioni politiche anticipate del 1996.

Situazione analoga toccherà a Giuliano Amato, che succederà a Massimo D’Alema nel 2000. Rimane in carica per circa un anno e mezzo e, a differenza dei predecessori, non era totalmente nuovo all’incarico, avendolo già coperto nel 1993.

L’assetto bipolare che caratterizza il ventennio della Seconda Repubblica limita a questi casi più unici che raro la Presidenza del Consiglio c.d. “tecnica”, dove ben chiaro era lo scopo e la breve durata del governo che andava ad insediarsi (riforma elettorale, finanziaria di fine anno, traghettamento verso le elezioni anticipate, etc.).

La pratica che va a delinearsi in questi anni (almeno tra il 1994 e il 2008) è quella della presentazione delle alleanze di governo prima delle elezioni. Le coalizioni che concorrono (solitamente centrodestra e centrosinistra, più qualche raggruppamento elettorale) indicano prima del voto il candidato premier. Questo fenomeno non è totalmente rivoluzionario per l’elettorato italiano, poiché da qualche anno è stata riformata l’elezione diretta del sindaco, che fino al 1992 era nominato dal Consiglio Comunale, dopo le elezioni amministrative e l’assegnazione dei seggi.

Dobbiamo arrivare alla storia recente, per trovare altri due casi eclatanti di incarico assegnato ad un PdC senza mandato elettorale: nel 2011 ad appena cinque giorni dalla sua nomina a senatore a vita, Mario Monti, già commissario europeo in due occasioni e preside della Bocconi di Milano, riceve da Giorgio Napolitano (unico caso di Presidente della Repubblica per due mandati) la legittimazione per formare un governo. Pur essendo effettivamente un parlamentare, ci sentiamo di inserirlo in questa lista in quanto, la nomina a senatore parse più una formalità ed una garanzia ulteriore, che Napolitano volle dare al neo-nato governo che doveva scongiurare il pericolo Grecia-bis in cui l’Italia rischiava di trovarsi, con uno spread sui titoli di Stato alle stelle e nel pieno di una crisi economica continentale, dalla quale il Belpaese sembrava ben lontano dall’uscita.

Nel 2013, alle elezioni politiche, la coalizione di centrosinistra guidata da Pierluigi Bersani risulta vincitrice per un soffio, ma il nuovo soggetto politico che si afferma in parlamento (Movimento 5 Stelle) non ci sta a promulgare un accordo post elettorale, così l’esperienza di governo bersaniana naufraga prima ancora di iniziare. Sono anni di egemonia governativa del Partito Democratico, prima con Letta, regolarmente eletto in parlamento e poi con Renzi, che “serenamente” defenestra il primo ministro, dopo aver vinto per distacco alle elezioni primarie del suo partito, alle quali era arrivato secondo nella precedente edizione.

Matteo Renzi, outsider del parlamento italiano, governerà per oltre mille giorni, con una squadra di fedelissimi per lo più estranei all’elezione parlamentare, ma sicuramente molto fedeli alla linea del segretario. È con il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 che termina questa fase elettorale e il parlamentare Paolo Gentiloni riceve l’incarico di formare un esecutivo fino al marzo 2018, quando sono previste le elezioni politiche.

Il 4 marzo segna una soluzione di continuità rispetto al bipolarismo della seconda repubblica. Nessuno dei tre schieramenti che si propongono alle elezioni riesce a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi (con il Centrodestra che ci arriva molto vicino con il 37% dei voti ed i 5 Stelle che seguono con il 33%) e dopo tre mesi di paralisi e consultazioni, il Movimento 5 stelle apre alla Lega la possibilità di fare un esecutivo, che avrà alla guida una figura di garanzia: Giuseppe Conte.

Giuseppe Conte, erroneamente definito un tecnico puro, non è totalmente estraneo alla vita politica e partitica: era stato presentato proprio dai pentastellati come facente parte della squadra dei ministri, in caso di vittoria, poche settimane prima della data delle elezioni. In questi giorni è diventato virale anche il video in cui esulta durante lo spoglio elettorale della notte del 4-5 marzo 2018 per l’incredibile risultato raggiunto dal Movimento, in particolare al Sud Italia.

Dopo la crisi di governo innescata dal Ministro dell’Interno Salvini, complici le divergenze programmatiche tra gli esponenti del governo e un risultato elettorale delle elezioni europee del maggio 2019 che ribalta i rapporti di forza tra i due partiti che compongono la maggioranza, il PdC Conte si dimette e riottiene l’incarico che lo vedrà poche settimane dopo presentarsi a Montecitorio per spiegare il programma del neo-nato governo Pd-5 Stelle.

Giuseppe Conte, quindi, detiene un duplice record: il primo è certamente quello di essere riuscito a far alleare ben due volte il Movimento 5 Stelle (prima con la Lega ed ora con il Partito Democratico) che ha sempre fatto del trasversalismo la sua arma vincente, ad esempio nelle elezioni amministrative a doppio turno (come quelle di Roma in cui la Raggi, sfidando al ballottaggio il candidato Giachetti del centrosinistra, ottenne ben il 67% dei voti, aspirandone gran parte dal centrodestra rimasto escluso dalla competizione elettorale).

Il secondo record del Premier Conte è quello di essere riuscito ad ottenere la presidenza del consiglio per due volte consecutive senza alcuna legittimazione popolare, senza aver presentato un programma elettorale e senza avere vinto la competizione elettorale in alcun collegio.

La Terza Repubblica è davvero durata poco, come anche il modello tripolare che ha caratterizzato le elezioni del 2013 ed il 2018 e che ha aperto a quello che è, ad oggi, un sistema che a tutti gli effetti ricorda di più la Prima Repubblica, almeno negli aspetti peggiori, a cominciare dalla partitocrazia che il Movimento 5 Stelle si prefiggeva di sconfiggere.

 

Andrea Zappelli

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