domenica, Ottobre 24, 2021
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Hong Kong – 100 giorni di proteste

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Si può chiamare davvero un’estate di fuoco quella che ha infiammato le strade di Hong Kong, ex territorio della corona britannica passato alla Cina nel 1997. La scintilla scatenante è stata la tanto discussa – e ora ritirata – legge sull’estradizione voluta dal governo centrale e attuata per mano di Carrie Lam, governatrice della penisola. Ma i motivi che alimentano la protesta sono molti altri, radicati nel profondo di una società in conflitto.

Hong Kong è stata per più di un secolo protettorato britannico e ciò ha lasciato profonde tracce nella società: dal sistema economico di stampo capitalista, al sistema scolastico anglosassone ad una rete d’informazione più libera rispetto a quella della Cina (basti pensare che ad Hong Kong si può commemorare gli avvenimenti di Piazza Tienanmen). Il 1° luglio 1997, giorno in cui la Cina ha ripreso possesso del territorio, è entrato in vigore anche quello che viene chiamato un paese due sistemi, che regola e tutela la libertà di Hong Kong. Questo sistema, per quanto potesse essere fragile, regolava – e regola tutt’ora – il territorio, ma fin da subito e sempre più la pressione della Cina e del governo centrale si è fatta sentire. Una velata soppressione della libertà di stampa e del dissenso, l’impossibilità di eleggere i propri rappresentanti, un costo della vita sempre più insostenibile: sono queste le vere ragioni che hanno portato Hong Kong a scoppiare e a portare i suoi cittadini, di ogni strato sociale, nelle strade.

Proprio per questo le richieste dei manifestanti non si limitano a contrastare la ormai caduta legge sull’estradizione ma chiedono:

  • suffragio universale nelle elezioni del capo del governo e del consiglio legislativo
  • la soppressione da parte del governo della definizione degli scontri come sommosse
  • l’avvio di un’indagine completamente indipendente sulle azioni della polizia
  • il rilascio incondizionato di tutte le persone arrestate nelle manifestazioni

Punti fondamentali per instaurare una vera democrazia nell’ex colona inglese. Purtroppo, dopo le prime settimane di resistenza pacifica, è subentrata la violenza – sottoforma di alcuni gruppi non ben riconosciuti – che ha innescato una reazione sempre più dura da parte del governo. Fino a giungere agli ultimi weekend di protesta dove sono stati usati metodi sempre più aggressivi da entrambe le parti, con molotov, spari e cannoni ad acqua. Naturalmente Pechino è sempre più irritata e dopo che i manifestanti hanno richiesto a gran voce l’intervento degli Stati Uniti prima e dei loro ex governatori dopo – cantando addirittura God Save The Queen – il governo centrale ha intimato all’occidente di non muovere un dito. Una posizione non favorevole quella della Cina, ora che è in pieno scontro commerciale con Trump e che sicuramente non vuole peggiorare la sua immagine sopprimendo brutalmente le proteste. Proprio per questo ha usato metodi più subdoli, diffondendo fake news sui dimostranti attraverso i social network per raggiungere l’occidente – social network vietati in Cina, dunque è stato usato un altro sistema vietato in Cina per pubblicare queste notizie, una connessione VPN.  Fake news prontamente rimosse da Facebook, Twitter e anche YouTube.

Difficile dire cosa succederà d’ora in poi: da una parte una popolazione unita, che non si arrenderà finché non otterrà ciò per cui sta combattendo, e dall’altra un governo altrettanto ostinato. Ciò che è certo è che quest’estate ha cambiato per sempre Hong Kong.

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