domenica, 15 Dicembre, 2019
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“Testimoni di Geova perseguitati da nazisti, sovietici e oggi in Russia”. La protesta degli attivisti dei diritti umani

La repressione contro i Testimoni di Geova russi che procede durissima non lascia tutti indifferenti all’interno della stessa Federazione Russa. Ed è una virtù non così scontata. I mezzi di informazione filo governativi continuano a fornire notizie negative sulle attività dei Testimoni di Geova accusati di estremismo religioso, condizionando fortemente l’opinione pubblica. Una tattica quella della propaganda denigratoria, comune in contesti autoritari, quando si prende di mira qualcuno o qualcosa. I cittadini anche quelli non politicizzati vengono così fuorviati sulla realtà delle cose.

Appare per questo sorprendente che ci siano degli attivisti dei diritti umani che si definiscono antifascisti, i quali protestano spontaneamente e pubblicamente contro le autorità russe per il trattamento riservato ai testimoni di Geova in Russia. Gli attivisti si piazzano con cartelli che riportano contenuti di questo tipo: “I testimoni di Geova erano al bando ai tempi di Stalin ed Hitler. Ora con Putin siamo in buona compagnia”. Oppure: “Dennis Christensen – 6 anni di carcere per la fede. I testimoni di Geova venivano incarcerati nell’Unione Sovietica e nella Germania nazista”.  “Non sono testimone di Geova. Sono cristiana. Quale sia la vera fede lo stabilisce Dio, non il governo” si legge in un altro cartello. E con significativi richiami ai Triangoli Viola, ovvero i testimoni di Geova perseguitati dai nazisti si legge: “Il nazismo tedesco è stato vinto nel 1945. I testimoni di Geova in Germania non minacciano nessuno. E in Russia?” oppure “Lo rifacciamo? In Germania dal 1933 al 1945 da 6 a 10 mila testimoni di Geova furono vittime del nazismo. 6262 incarcerati, 8322 nei campi di concentramento”.

Quella degli attivisti è una denuncia a viso aperto e senza remore. Un’equiparazione, da questa prospettiva, tra la Germania Nazista, l’Unione Sovietica e l’attuale Russia che evidenzia un comune denominatore: reprimere i testimoni di Geova.

Cosa rischia chi si presenta in una piazza o davanti a un tribunale di una città come San Pietroburgo con scritte di questo tenore? Ogni volta che gli attivisti partecipano ad un’azione dimostrativa e lo fanno quasi tutti i giorni, la polizia si avvicina e prende le generalità dei dimostranti. Fotografa i documenti, fotografa i cartelli dei dimostranti e li segnala agli organi federali; questi possono successivamente decidere quali misure adottare nei loro confronti nel caso sia stata violata la legge federale. La formula del ‘picchetto individuale’ è l’unica consentita dalla legge russa; andando oltre si rischia di cadere nella definizione di sommossa. Gli attivisti sanno già come muoversi in questo contesto scivoloso anche per loro. Si tratta di un gesto coraggioso e rilevante in ogni caso, anche se non ferma la repressione. Infatti solo pochi giorni fa è arrivata una condanna per un altro testimone russo (sei anni) reo di aver semplicemente professato la sua fede.

Spesso è più comodo e sicuro girare la testa dall’altra parte o semplicemente rimanere “indifferenti” come quelli che Alberto Moravia descriveva negli anni ’20 mentre l’Italia scivolava verso la dittatura fascista. E’ proprio l’indifferenza che apre la strada ai lager, sintetizzava Primo Levi nelle sue considerazioni sull’Olocausto.

Come abbiamo scritto in passato la vicenda tirannica e opprimente verso i testimoni di Geova russi riconduce per certi versi alla storia e alle gesta di Lev Tolstoj, inviso alla Zar e alla chiesa ortodossa. Dopo la sua conversione spirituale si impegnò tra le altre cose, a salvare i piccoli gruppi di ispirazione evangelica angariati dalle autorità e dalla chiesa ortodossa.

Allo scrittore forse sarebbero piaciuti i testimoni di Geova per le simmetrie tra il suo credo, un cristianesimo particolare, quasi nestoriano e alcune idee del gruppo che fa della rigorosa neutralità politica e del rifiuto alla violenza una caratteristica rilevante. Peculiarità questa che li ha spesso portati subire e a resistere stoicamente alle repressione di molti governi nel ventesimo secolo.

Ma anche chi protesta al giorno d’oggi, replica lo stesso modus operandi dello scrittore, senza poter ottenere gli stessi risultati per ovvi motivi. “Noi moriamo soltanto quando non riusciamo a mettere radice in altri” scriveva l’autore di Guerra e Pace.

In questo mondo c’è ancora qualcuno che ha deciso di non rinchiudersi nel proprio guscio. Come scriveva Tolstoy e come proclamano i testimoni di Geova in giro, amare il prossimo non è mai facile, ma si può e si deve fare. Ed è sempre la cosa migliore.

Roberto Guidotti

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Roberto Guidotti
Giornalista pubblicista iscritto all'Albo dei giornalisti delle Marche

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