venerdì, 24 Gennaio, 2020
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Perchè togliere la scorta a chi combatte la mafia?

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Perchè togliere la scorta a chi combatte la mafia? Valeria Grasso, i magistrati applicati come consulenti della Commissione Parlamentare antimafia, il Capitano Ultimo. Supertestimoni, uomini al servizio dello Stato, rappresentanti di quella legge che dovrebbe essere applicata in modo corretto, ma che spesso non lo è. Casi eclatanti, che non possono non far riflettere. Per chi ha deciso di mettersi al servizio delle Istituzioni, di collaborare, di rischiare, la vita sembra farsi sempre più dura. Non si viene protetti da chi si cerca di proteggere. E questo è un gravissimo campanello d’allarme. Ma andiamo ai fatti. L’Ucis (Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale) ha di recente abbassato il livello di protezione, portandolo dal secondo al terzo (passano così da due auto blindate con tre agenti a una macchina con uno o due uomini), nei confronti di due magistrati consulenti della Commissione Parlamentare antimafia: Roberto Tartaglia e Marisa Manzini. Due magistrati in prima linea e che solo da qualche mese “prestano” le proprie competenze e professionalità al servizio dell’organo di Palazzo San Macuto.

Decisione, questa, che sarebbe stata basata, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, sull’assunto che i due pm a Roma sarebbero meno esposti ai rischi rispetto a Palermo e a Cosenza, le città dove lavoravano prima di arrivare nella capitale. Tale motivazione lascia piuttosto perplessi, come se la mafia fosse sottoposta ad un confine territoriale.

Poi c’è il caso di Valeria Grasso, testimone di giustizia contro il clan Madonia. A lei è stato revocato il servizio di protezione. “Nell’epoca in cui il Ministro dell’Interno è una donna – commenta il 24 dicembre- , e alla vigilia della Giornata contro la Violenza sulle donne, vengo lasciata sola, anche nel mio impegno contro la criminalità e la mafia che mi vede tutt’oggi in prima linea nella sensibilizzazione pubblica a sostegno della legalità e della giustizia perchè, l’ho dichiarato più volte, mi sento una donna dello Stato piuttosto che vittima della mafia”. E aggiunge: “Proprio quello Stato che ha ispirato il mio senso civico, con una condotta torbida, immotivata ed incomprensibile, sta lasciando a rischio me e i miei figli, di cui una è ancora minorenne. Mi appello al Capo dello Stato e a tutte le autorità”.

Non può infine che lasciare sbigottiti la vicenda del Capitano Ultimo, servitore dello Stato, in perenne lotta tra procedimenti penali e revoche della scorta. Solo nel giugno scorso, dopo una battaglia legale che aveva visto il colonnello Sergio De Caprio ricorrere al Tar contro la decisione del Ministero dell’interno che gli aveva revocato la tutela, la stessa gli era poi stata riassegnata.

Poi è arrivata l’ennesima doccia fredda con la la lettera, a lui indirizzata, avente ad oggetto: “Comunicazione di avvio del procedimento di revoca, ai sensi dell’art.7 della legge 241/1990. “Si comunica che, su conforme parere della Commissione Centrale Consultiva per l’adozione delle misure di protezione personale, di cui all’art.3 del DL 83/2002, convertito dalla legge 133/2002, è stato dato avvio al procedimento di revoca del dispositivo di 4° livello “tutela su auto non protetta” in atto a protezione della S.V., atteso che dall’istruttoria svolta in sede locale ed a livello centrale non sono emersi specifici indicatori di rischio riferiti alle ipotesi di pericolo o minaccia di cui all’art. 1 del DL. 83/2002, snche con riferimento agli episodi incendiari citati nella sentenza del Tribunale Amministrativo del Lazio n.8249/2019, che non sono risultati riconducibili alla Sua sicurezza personale, nè sono stati evidenziati ulteriori elementi che inducono a ritenere necessario il mantenimento di uno dei dispositivi di cui all’art. n.8 del DM 28 maggio 2003”.

La mafia non è stata sconfitta. E’ cambiata, “evoluta”, ha mutato conformazione e metodi. Ma è un pericolo ancora del tutto presente. Togliere la scorta al Capitano Ultimo equivale a dire che la mafia è autorizzata ad agire indisturbata e questo significa lanciare un messaggio ben preciso: ognuno di noi è a rischio. Siamo tutti in pericolo.

Le analisi moderne del fenomeno considerano la mafia, prima ancora che un’organizzazione criminale, un “sistema di potere” fondato sul consenso sociale della popolazione e sul controllo sociale che ne consegue; ciò evidenzia come la sua principale garanzia di esistenza non stia tanto nei proventi delle attività illegali, quanto nel consenso della popolazione e nelle collaborazioni con funzionari pubblici, istituzioni dello Stato e politici, e soprattutto nel supporto sociale.

Ora, il Tar del Lazio ha sospeso in via cautelare il provvedimento con cui il ministero dell’Interno aveva annullato la protezione per il colonnello Sergio De Caprio.  Ma è stata fissata per il  3 dicembre l’udienza per la trattazione collegiale del ricorso in camera di consiglio. Per cui nulla è ancora detto. Ed il sentore, purtroppo, sulla scia dei recenti accadimenti, è che la scorta gli verrà revocata.

L’unica domanda che è impossibile non porsi, a questo proposito è: “Perchè togliere la scorta a chi combatte la mafia?”

Non vogliamo arrivare a credere ciò che sarebbe logico credere. E ci auguriamo che la legalità ed il diritto, avallati dalla Costituzione italiana, possano avere la meglio sul sistema dell’illegalità moderna. Perchè l’Italia sta crollando e affondando, e tutti i nodi stanno ormai venendo al pettine.

Lucia Mosca

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Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994 al 2015 ha collaborato regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero, Il Resto del Carlino, La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Nel 2009 è direttore del quotidiano teramano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Ora direttore della testata giornalistica on line la-notizia.net

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