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Anno 1847-1947-2047: l’Italia è una espressione geografica. Ieri come oggi è sempre così?

italia

Era il 2 Agosto del 1847 quando Klemens von Metternich, prima Conte e poi Principe oltre che Ministro e Cancelliere di Stato dell’Impero Austrico, scrisse in una nota inviata al Conte Dietrichstein la frase famosa: «La parola “Italia” è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle», interpretata poi negativamente l’anno dopo dal quotidiano napoletano “il Nazionale” nel pieno dei moti
del 1848, ben prima quindi della spedizione dei mille che avvenne nel 1860.

Una frase in relazione alla quale gli storici possono tranquillamente disquisire, ma che certamente induce a riflettere chi, senza alcuna velleità, analizza i fatti da allora fino ad oggi proiettandosi forse fino al prossimo 2047, mancando oramai un po’ meno di 30 anni ed immaginando quale futuro la nostra Italia possa aspirare ad avere dopo questi 200 anni.

Che cosa è cambiato da allora ad oggi? E che previsioni possiamo fare alla luce dei fatti e dello status cui ci troviamo? E’ importante rilevare che malgrado tutte le evoluzioni, nel tempo nulla è cambiato, se non quella
immagine apparente e falsata che vogliamo darci ed in cui troppi interessi ci fanno immaginare in un cambiamento, ma che in fondo serve a mantenere sostanzialmente immutato lo status di espressione geografica.

In quegli anni l’Italia era divisa in piccoli stati sovrani e litigiosi tra loro e predominava l’interesse degli stati più grandi e vicini, tra cui per l’appunto l’Impero Austriaco, per cui il vero interesse era quello di lasciare inalterate le cose per permettere di esercitare una influenza politica maggiore sugli stati Italiani.

Tralasciamo ciò che portò alla spedizione dei Mille nel 1860, che segnò l’avvio degli eventi che porterà all’unità d’Italia nel 1861, completatasi poi nel 1870 con la breccia di Porta Pia, che segnò la presa di Roma. A torto o ragione, l’Italia divenne finalmente una Nazione sovrana apparentemente al pari delle altre nazioni Europee, e forse per questo scomoda e da tenere a bada, specialmente dopo la fine della prima guerra Mondiale nell’anno 1918, che l’aveva vista vincitrice. Erano anche i tempi in cui il colonialismo e l’espansionismo verso i paesi extraeuropei erano leciti, e l’Italia, come ultima nazione nata dopo secoli di divisioni, scalpitava per avere anch’essa le sue colonie, magari a discapito di qualche nazione vicina.

Fu in questo ambito che si vennero a formare alcuni di quei presupposti che portarono alla seconda guerra mondiale. Alleanze sbagliate? Scelte strategiche errate? Patti non rispettati? Tradimenti e vessazioni, inganni ed
abboccamenti da parte di chi aveva interessi di destabilizzare l’Italia e l’Europa? Chissà quando la storia potrà darci quelle verità che fino ad oggi nascoste e che non danno alcuna certezza.

Già l’8 settembre del 1943, giorno in cui fu diffuso alla radio quello che doveva essere un armistizio firmato qualche giorno prima a Cassibile in Sicilia, ma che in realtà altro non era che una resa incondizionata, lasciava intravedere come a breve l’Italia sarebbe tornata ad essere…. Uno stato in balia di altri stati, evitando così di definirla … colonia. Sintomatiche, quasi una continuazione di quelle del Metternich le parole di Alcide De Gasperi pronunciate 100 anni dopo non a caso nel 1947 alla conferenza di pace di Parigi, davanti gli stati vincitori della seconda guerra Mondiale, di cui rammentiamo le prime battute.

“Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

A queste parole seguiranno quelle di Benedetto Croce, al momento della ratifica in Parlamento, anche esse gravi e pesanti di cui anche in questo caso si riportano solo le frasi iniziali: “Io non pensavo che la sorte mi avrebbe negli ultimi miei anni riserbato un così trafiggente dolore come
questo che provo nel vedermi dinanzi il documento che siamo chiamati ad esaminare, e nell’essere stretto dal dovere di prendere la parola intorno ad esso. Ma il dolore affina e rende più penetrante l’intelletto che cerca nella verità la sola conciliazione dell’interno tumulto passionale.”

In pratica, se leggiamo entrambi i discorsi, ci rendiamo conto come. dopo cento anni, ci ritroviamo ad essere si uno Stato, ma con una sovranità limitata, quasi ad essere considerati una colonia. Quanti errori si sono sommati dopo l’unità d’Italia, quanti hanno tradito, remando contro i veri interessi dell’Italia, lasciando gli italiani allo sbando senza dare quelle indicazioni che chi aveva il dovere farlo, sia esso il Re che Governanti, lo abbia fatto, sottomettendosi o per compiacenza o per una ideologia anti
italiana. Ma gli Italiani, sanno riprendersi tanto da vederci protagonisti negli anni 50, 60, come paese industriale in pieno sviluppo ed in piena espansione da cui “ il Miracolo Economico”.

Economia, industria, occupazione, produttività, ecc. tutto che verte al meglio, portando comunque l’Italia ad essere una delle principali nazioni industrializzati e… forse destando l’insofferenza di qualche stato vicino che ci ha visto crescere ed espanderci nonostante tutto. Parte infatti dagli anni 70, la nuova destabilizzazione dell’Italia, con le prime crisi che ci investono, forse provocate da agenti e fattori esterni proprio per destabilizzare e “ricondurre alla ragione” quello stato, l’Italia che sembra abbia voglia di crescere ed affermarsi. Gli anni di piombo, la strategia della tensione, le Brigate Rosse, gli attentati della destra estrema, Ustica, Sigonella, Le stragi di Bologna, quelle del treno Italicus, Il delitto Moro, la trattativa Stato Mafia, la caduta della prima Repubblica, e così via dicendo, l’elenco sarebbe lungo.

Non si dice, non si scrive, ma tutti lo pensano o forse lo sanno: si tratta di fenomeni che non sempre partono da volontà Italiane, ma da precise regie extra – italiane inevitabilmente con la compiacenza e la diretta volontà
di chi può gestire dall’interno dello Stato/Colonia Italiana. Forse in altri Stati si chiamerebbe tradimento e si sarebbero avviate inchieste per trovare i diretti responsabili. Ma in Italia non si è mai riusciti a risalire ai responsabili e men che meno ai mandanti di tutti i fatti accaduti in quei periodo, ma non solo.

Per non parlare poi del disastro economico perpetrato dallo smantellamento dell’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, istituito nel 1933 durante il Fascismo, divenuto il punto di riferimento dell’intervento pubblico Italiano e che contava nel 1980 circa 1.000 Società dando lavoro a 500.000 dipendenti. Fino al 1993 si trova al 7° posto nel mondo tra le più grandi aziende non petrolifere al di fuori degli Stati
Uniti. Tuttavia, nel 1992, qualcuno decise di trasformarla in SPA e così, dopo 10 anni, cessò di esistere, anno 2002. Scelte scellerate o imposte? E se imposte, da chi? Voci di corridoio o mezze ammissioni da chi aveva il “potere decisionale” sembrerebbero indicare che si trattò di
scelte imposte.

E sarebbe significativo indagare sul chi e sul perché. Casuale la coincidenza di date:. partiamo dal 1992, con la trasformazione dell’IRI, e con le basi dopo la ratifica di vari trattati, tra cui quello di Maastricht, da parte di quella Comunità economica europea nata a Roma nel 1957 dalla quale nasce, casualmente 10 anni dopo, nel 2002, l’Unione Europea, con moneta unica. In quello stesso anno l’IRI cessa di esistere.
Le vicende attuali, le conosciamo e trattiamo continuamente, sono sotto gli
occhi di tutti. Sarebbe opportuno riflettere sul fatto che perdiamo, come Stato Italiano, sempre più la nostra possibilità di decidere in ogni ambito: economicamente, politicamente, istituzionalmente.
Certo, visto e considerato tutto non possiamo che soffermarci sulle parole scritte dal Metternich nel 1847, e, considerando i pochi anni che rimangono per completare il ciclo dei 200 anni, se gli italiani dovessero continuare a trascinarsi, inevitabilmente l’Italia, definita espressione geografica, continuerà ad essere solo ed esclusivamente una espressione geografica.


Ettore Lembo

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Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994, collabora regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero (dal 1994 al 1998 a Macerata, per la cultura , dal 1999 al 2002 a San Benedetto del Tronto, per la cronaca bianca, dal giugno 2005 al luglio 2007 ad Ancona per la cronaca nera e giudiziaria ), La Rucola, periodico maceratese di cronaca, cultura, satira (dal 1996 al 1998 a Macerata), Il Piceno, periodico della Provincia di Ascoli Piceno (2002 – 2003). Le esperienze più significative: dal dicembre del 2003 collabora con Il Resto del Carlino di Ascoli Piceno, testata per la quale si occupa di cronaca, politica, cultura, spettacolo, sanità, sindacale, inchieste, con servizi anche per il regionale. Il 5 gennaio 2005 conclude la propria esperienza di stagista (della durata di 6 mesi). Un mese dopo riprende la precedente collaborazione con Il Messaggero di Ascoli Piceno seguendo la politica locale, la cultura e la cronaca bianca con servizi anche per il regionale. Nel giugno 2005 si sposta su Ancona, dove si occupa per Il Messaggero di cronaca nera e giudiziaria. Dal 2006 collabora con La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Dal 3 agosto 2009 è direttore del quotidiano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Il contratto ha la durata di poco meno di un anno per chiusura della testata. E’ stata direttore della sezione giornalistica di Tvp, canale 119 del digitale terrestre nell'anno 2015. Ora direttore della testata giornalistica www.la-notizia.net

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