venerdì, Settembre 18, 2020
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Papa Francesco, la “fine della cristianità” e l’improbabile nuova evangelizzazione

Alcuni osservatori hanno capito subito che fosse un discorso diverso dal solito, sebbene tra gli stessi fedeli, molti non vi abbiano fatto molto caso. Il discorso di Papa Bergoglio sulla “fine delle cristianità” alla vigilia (22 dicembre) del Natale ha lasciato attoniti coloro che seguono le vicende vaticane o cattoliche. Che poi i festeggiamenti  tipici del Natale facciano pensare a tutt’altro è abbastanza risaputo, visto che l’aspetto ludico da sempre sovrasta quello sacro, teologico e di fede.

Il Papa nel discorso di auguri alla Curia romana non ha proferito nulla sul Salvatore e Redentore e nemmeno lanciato una reprimenda sulla commercializzazione della festa, visione che rientra a pieno titolo in una personalità come quella di Papa Francesco.

Il Papa ha detto alcune cose sorprendenti e sentenziato qualcosa di insolito per un Pontefice: “Non siamo più in regime di cristianità, perché la fede specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente, non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa emarginata e ridicolizzata”.

In sintesi ha affermato Bergoglio, la cristianità e i suoi valori sono finiti specialmente in Occidente e non hanno più la forza per modificare lo status delle cose, o indirizzare le coscienze e la vita comune delle popolazioni europee. A detta di molti la constatazione del Papa suona come un fallimento, un’ammissione che la fede cristiana (in questo caso cattolica) non sia più in grado di far fronte ai problemi moderni della società attuale né di volgere le menti secolarizzate verso il messaggio di Cristo e nemmeno di mantenere l’adesione alla fede degli stessi credenti. Dopo tutto secondo le indagini più recenti, i credenti in Europa, compresa l’Italia sono in netto calo compresi quelli che frequentano le funzioni in chiesa. Tra l’altro, fra i praticanti, dicono gli studi, sono in tanti quelli che manifestano fastidio se non intolleranza verso gli immigrati contravvenendo al Bergoglio/Pensiero che vede Gesù e la Sacra Famiglia simili ai migranti in fuga.

Il rimedio per “rientrare nella cristianità”? Papa Francesco lo ha indicato: “Siamo in un mondo cristiano da una parte e un mondo ancora da evangelizzare dall’altra. Adesso questa situazione non esiste più. Le popolazioni che non hanno ancora ricevuto l’annuncio del Vangelo non vivono affatto soltanto nei continenti non occidentali, ma dimorano dappertutto, specialmente nelle enormi concentrazioni urbane che richiedono esse stesse una specifica pastorale. Nelle grandi città abbiamo bisogno di altre “mappe”, di altri paradigmi, che ci aiutino a riposizionare i nostri modi di pensare e i nostri atteggiamenti”.

Una nuova evangelizzazione per convertire o riconvertire l’opulenta società occidentale al cristianesimo e arrivare nelle periferie povere e violente dove la luce del Vangelo sembra rifulgere poco.

Difficile che ciò si realizzi. Già nel 1990 nell’enciclica missionaria “Redemptoris Missio” Papa Giovanni Paolo II coniò l’espressione “Nuova evangelizzazione”. Dieci anni dopo nella lettera apostolica Novo Millennio Ineunte papa Giovanni Paolo II scrisse: “Ho tante volte ripetuto in questi anni l’appello della nuova evangelizzazione. Lo ribadisco ora […]. Dobbiamo rivivere in noi il sentimento infuocato di Paolo, il quale esclamava: ‘Guai a me se non predicassi il Vangelo!’” Parlando di questa missione il papa aggiunse: “Non potrà essere demandata ad una porzione di ‘specialisti’, ma dovrà coinvolgere la responsabilità di tutti i membri del Popolo di Dio”

Anche Papa Benedetto nel giugno 2010 istituiva il “Pontificio Consiglio per la promozione della Nuova Evangelizzazione” proprio per dare slancio alla proclamazione del Vangelo.

Quasi trent’anni dopo siamo al punto di partenza, anzi messi pure peggio secondo il Papa (sempre nella sua ottica naturalmente). Nel frattempo le chiese evangeliche e pentecostali hanno guadagnato terreno in Italia, per non parlare dei Testimoni di Geova che hanno fatto dell’evangelizzazione una specie di modus vivendi. A proposito di questi Vittorio Messori già nel lontano 1982 nel libro Scommessa sulla morte scriveva: “Fa riflettere che proprio una di queste sètte apocalittiche — i Testimoni di Geova — sia la confessione‚ o religione‚ che in tutto il mondo cresce ai ritmi più elevati. I suoi seguaci sono ormai ovunque tra i primissimi gruppi religiosi . . . e sono forse il primo gruppo per fervore‚ zelo‚ attivismo‚ capacità di far proseliti. Questa impressionante forza di espansione -scriveva Messori – è incomprensibile soltanto a chi non voglia ammettere che . . . la lettura della Bibbia fatta dai Testimoni di Geova risponde evidentemente a bisogni autentici che altre teologie non soddisfano più”.

In pratica per evangelizzare sono necessarie determinazione, abnegazione, tenacia, unite anche a un “qualcosa” da dire realmente al di fuori delle sofisticate ma generiche espressioni teologiche che di per sé non propongono niente di nuovo ai miscredenti o ai delusi delle chiese. Un messaggio, un Vangelo da diffondere, ma nell’originale accezione del termine; in un certo senso, una Buona Novella vera e propria da annunciare ai poveri sia quelli veri che quelli in spirito. In quanti saranno capaci di raccogliere questo invito è difficile da prevedere come anche quali argomentazioni di fede debbano essere divulgate e come queste possano modificare la mentalità ormai delineata della maggioranza delle persone.

Papa Bergoglio ha pure citato nello stesso discorso la storica frase, pur non menzionandolo, del Gattopardo di Tomasi da Lampedusa ‘Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi’ mettendo in guardia dal finto cambiamento che operano molti, come quelli che indossano un vestito ma rimangono se medesimi.

Involontariamente Papa Francesco, richiamando il paradigma italiano risorgimentale, ha palesato il suo vero timore, ovvero che la crisi della cristianità non venga scossa o risolta da alcuno, che tutto rimanga uguale e la fede cristiana resti sulle soglie di quel punto di non ritorno, ratificato onestamente da lui stesso.

Roberto Guidotti

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Roberto Guidotti
Giornalista pubblicista iscritto all'Albo dei giornalisti delle Marche

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