lunedì, 24 Febbraio, 2020
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Cassazione: deve essere risarcito anche se non voleva trasfusione dopo incidente

Roma – Rifiutare un trasfusione e chiedere cure alternative anche in situazioni di emergenza non equivale a mettere a repentaglio la propria salute o la propria vita, ma è l’esercizio di un diritto previsto dalla Costituzione. Anzi quella di non accettare trasfusioni “ha acquistato una tale rilevanza anche nella coscienza sociale da non ammettere limitazioni di sorta al suo esercizio”. Ciò è vero e valido anche se le motivazioni della scelta fossero prettamente religiose.

In sintesi è questo quello che ha affermato la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 515 del 2020 di qualche giorno fa, come anticipato dall’Ansa, che ha riaffermato come “il rifiuto dell’emotrasfusione costituisce l’espressione di un diritto di rango costituzionale, vieppiù quando tale decisione sia assunta per ragioni religiose”. Il verdetto riguardava un mancato risarcimento in un incidente stradale, avvenuto nel 1993, in cui rimase vittima un uomo Testimone di Geova. In quel caso la responsabilità del sinistro fu attribuita interamente all’altra autovettura che impattò frontalmente l’auto guidata dal Testimone di Geova. Giunto in emergenza e in stato di incoscienza all’ospedale, l’uomo aveva con sé una dichiarazione scritta con la volontà espressa di non essere trasfuso per ragioni di coscienza religiosa. A seguito delle gravi ferite, morì poco dopo.

La pronuncia della sentenza era attesa dopo che la Corte di Appello aveva ridotto al 50% il risarcimento, sostenendo che la scelta di rifiutare le trasfusioni aveva contribuito alla morte e che la vittima per le sue convinzioni religiose aveva consapevolmente accettato di esporsi a un rischio di morte. La difesa del responsabile dell’incidente aveva tentato di far ricadere la colpa della morte sulla vittima perché non aveva accettato trasfusioni.

Questa decisione è stata annullata proprio dalla Cassazione che non ha ritenuto plausibile le ragioni della difesa, dando ragione al Tribunale di primo grado che aveva sentenziato in modo identico. Il verdetto della Cassazione chiede che il risarcimento per la vittima sia ora ripristinato in maniera completa. In pratica il risarcimento deve essere pieno, perché rifiutare una trasfusione, per qualsiasi motivo compreso il convincimento religioso, non significa che non ci siano strade alternative mediche; e se le cose dovessero andar male, come in questo caso, non vi sono elementi per affermare che con le trasfusioni il paziente sarebbe sopravvissuto. Si tratta di due scelte sanitarie legittime che devono essere poste sullo stesso piano.

La sentenza, seguendo quello che la giurisprudenza afferma da anni, ribadisce che il diritto all’autodeterminazione nella scelta delle cure è fondamentale e va rispettato in ambito costituzionale e legislativo. Ma va oltre. Afferma che curarsi senza trasfusioni è oramai una prassi consolidata e ampiamente riconosciuta a livello medico e sociale, e rientra nel novero delle libere scelte dei cittadini in campo medico.

Difatti, ogni anno sono 16.000 i ricoveri ospedalieri gestiti senza il ricorso alle emotrasfusioni anche in emergenza, sia per i testimoni di Geova che per i loro figli. A riprova del crescente sviluppo della medicina e chirurgia senza sangue, sono oltre 5.000 i medici in Italia che acconsentono di curare e operare i pazienti rispettando le loro convinzioni in questo campo.

Va detto che a questi spesso si aggiungono altri pazienti che chiedono gli stessi trattamenti sanitari per motivazioni e preferenze personali.

Roberto Guidotti

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Roberto Guidotti
Giornalista pubblicista iscritto all'Albo dei giornalisti delle Marche