venerdì, Gennaio 22, 2021
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I Testimoni di Geova e il nazismo: il triangolo dimenticato dalla Storia

Un presentatore in una recentissima trasmissione televisiva, menzionando le vittime dell’immane follia nazista, ricordava giustamente che nel buco che inghiottì milioni di ebrei, soffrirono e morirono anche slavi, oppositori politici, sinti, rom e omosessuali.

Mancava però nella lista una categoria: i Triangoli viola o i Testimoni di Geova.

La storia ha spesso strane trovate che la conducono a ignorare una parte del suo patrimonio. A metà degli anni novanta del secolo scorso due storici francesi Sylvie Graffard e Leo Tristan, pubblicando la loro ricerca sui Testimoni di Geova dal 1933 al 1945 (I Bibelforscher e il nazismo) utilizzarono per la loro opera un sottotitolo indicativo: I dimenticati della Storia.

Eppure è una vicenda che meriterebbe una maggiore considerazione. Senza generare equivoche sovrapposizioni con lo sterminio di massa, ma nemmeno senza operare ingiuste rimozioni storiche, la persecuzione dei testimoni di Geova nei dodici anni più tragici della storia del Novecento ha delle peculiarità che sorprendono ancor oggi gli storici e chi si avvicina con un approccio non superficiale alla conoscenza delle vicende della Shoah.

Principalmente sono tre i fattori che emergono dalle vicissitudini dei Bibelforscher.

Primo: dal 1933 in poi i testimoni di Geova denunciarono apertamente e sugli stampati che diffondevano le barbarie naziste. Se nel 1929 le loro pubblicazioni avevano già definito “il nazionalsocialismo un movimento al servizio del nemico del popolo, il Diavolo” dal 1933 in poi diffusero regolarmente notizie di prima mano sull’esistenza dei campi di concentramento e sulla deportazione e massacro di milioni di ebrei e di altri innocenti. Il tutto con dovizia di particolari, compresi schemi e disegni dei lager. Notizie che purtroppo non  furono prese in considerazione dall’opinione pubblica in generale.

Secondo: i Testimoni di Geova furono l’unico gruppo religioso a prendere una posizione coerente verso il regime nazista. Per questo nei campi di concentramento erano l’unico gruppo religioso riconoscibile da un simbolo sull’uniforme: il  triangolo viola.

Terzo: a differenza di altre categorie di prigionieri i testimoni potevano scegliere. Ciascun testimone avrebbe riottenuto la libertà semplicemente firmando un atto di abiura (uno strumento classico della repressione religiosa) dei propri convincimenti religiosi. Implicitamente, accontentandosi di una firma su un banale foglio, i nazisti riconoscevano coerenza e un alto rigore morale ai testimoni. Per la cronaca, la stragrande maggioranza dei triangoli viola non prese nemmeno in considerazione l’intenzione di rinnegare la loro fede.

Ma quali erano i motivi per i quali i nazisti si accanirono verso un’innocua minoranza religiosa che nella loro stessa pseudo classificazione razziale era composta da “ariani”? L’imparzialità e il rispetto dei testimoni nei confronti di tutti i popoli della terra, ebrei compresi. A tutti era necessario indistintamente proclamare il Vangelo e accomunare nelle loro fila come fratelli, tutti quelli che avrebbero accettato la loro fede a prescindere da nazionalità e condizione sociale. Elemento questo che i testimoni cercarono di chiarire subito alle autorità naziste che li accusavano falsamente  di essere sovversivi bolscevichi.

Una rigorosa neutralità e il rifiuto di entrare nei ranghi del Partito Nazista e nelle organizzazioni collegate a esse; decisione che portò subito al licenziamento e alla perdita dei benefici sociali per molti lavoratori.

Il rifiuto di partecipare alla guerra e allo sforzo bellico incluso qualsiasi attività anche lavorativa che fosse collegata alle armi o al servizio militare.

Infine, a differenza di molti cittadini comuni, il rifiuto di salutare con “Heil Hitler!“. Un riconoscimento quasi religioso al Fuhrer che i testimoni non avrebbero mai concesso visto che avrebbe tradito la dedizione al loro unico “Salvatore”, Gesù Cristo.

Commentando l’atteggiamento dei testimoni, Erica A. Jhoanson in Il terrore nazista osserva: “Rifiutare qualsiasi compromesso con un regime che consideravano sempre più l’incarnazione del diavolo in terra; i membri di questa comunità fecero di più che restare semplicemente fedeli al loro credo religioso: passarono all’offensiva coraggiosamente. La cosa peggiore per i nazisti – prosegue Jhoanson – fu che la maggioranza di loro dimostrò sfrontatamente la propria opposizione al regime riempiendo le cassette della posta e gli ingressi delle case con volantini che denunciavano le atrocità naziste, citavano gli aguzzini della Gestapo, della polizia e del partito per nome e chiamavano la popolazione tedesca ribellarsi al falso profeta Hitler”. Denunce che costarono un inasprimento della persecuzione, ma che per motivi morali, spirituali e civili non potevano essere taciute. “Come si può rimanere in silenzio?” chiedevano i testimoni nel libro “Fascismo o libertà” del 1938.

In quanti subirono le conseguenze della loro coerenza di fronte al regime? Secondo lo storico Detlev Garbe un terzo dei venticinquemila o trentamila che vivevano in Germania furono imprigionati, forse duemila mandati nei campi e circa milleduecento uccisi.

Questa loro forza morale e determinazione  ha permesso ad alcuni studiosi come Piergiorgio Viberti di definire i testimoni di Geova “eroi”: questo specialmente in considerazione del loro coraggioso comportamento all’interno dei campi. In un contesto dove la vita era appesa a un filo o a un capriccio di un SS, i testimoni non contribuirono mai allo sforzo bellico a favore dei soldati tedeschi. “Le persecuzioni proseguirono con la stessa intensità – si legge – ma i testimoni di Geova non si piegarono mai, anche se pagarono la loro ostinazione con un numero altissimo di vittime”. (Lager – Inferno e follia dell’Olocausto).

Un vicenda tragicamente singolare quella dei Bibelfoscher che non ha avuto ancora in Italia, un approfondimento che meriterebbe da parte di studiosi e storici se si eccettua alcuni studi come quello di Claudio Vercelli, Triangoli viola – La persecuzione e la deportazione dei testimoni di Geova nei lager nazisti del 2011, e alcune sporadiche citazioni in qualche libro sui campi di concentramento.

Nella prefazione del libro summenzionato, Tristan e Graffard si sono augurati che le loro ricerche “possano rappresentare il riconoscimento di una battaglia, di una resistenza, di una lotta, di un martirio, di un genocidio, della volontà dell’assassinio nazista di rifiutare alla sua vittima la scelta della propria spiritualità. Non dimentichiamo mai – concludono gli autori- che questo popolo cristiano fu suppliziato perché i suoi membri si chiamavano Testimoni di Geova, un popolo che porta il nome del suo Dio”.

Forse “il riconoscimento” pieno non c’è ancora stato come dovrebbe nell’opinione pubblica, ma una cosa è certa: “il martirio – stando ai due studiosi citati – dei testimoni di Geova è oramai una parte della storia e lo è in maniera inevitabile, indistruttibile e incancellabile”.

Roberto Guidotti

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Roberto Guidotti
Giornalista pubblicista iscritto all'Albo dei giornalisti delle Marche