martedì, Agosto 9, 2022
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Anno 1854: quando il colera arrivò a San Benedetto e seminò morte

San Benedetto del Tronto – Boccaccio, Manzoni e La peste, il capolavoro letterario di Albert Camus. Sono tante le rievocazioni e citazioni delle epidemie dei secoli scorsi in questi giorni inquieti. Le paure ataviche del contagio e della morte e i comportamenti di fronte alla malattia sembrano molto simili in tutte le epoche.

Centosessantacinque anni fa un morbo mortale infettò San Benedetto provocando, terrore, desolazione e morte. Il “Cholera morbus” fece la sua comparsa in Riviera il 23 novembre del 1854, secondo il racconto di Enrico Liburdi in Per una storia di San Benedetto. Un certo Salvatore Ricci proveniente da Porto Recanati “unse” involontariamente San Benedetto.  Precisamente da via Laberinto dove abitava, il contagio si estese poi sia nelle case vicine che nel Castello. Il morbo fu letale per 23 sambendettesi su un centinaio infetti. Nel gennaio 1855 le autorità cittadine e sanitarie pensarono di essere usciti da quella che oggi chiameremmo “emergenza sanitaria”.

I guai però non erano passati definitivamente. Anzi. Dalla Romagna e dal nord delle Marche il virus arrivò di nuovo a San Benedetto verso l’estate. Forse non ci si rese conto subito che si trattava sempre del mortale contagio. Il 25 giugno Gianbattista Lucarelli, proveniente da Ancona dove l’epidemia si era diffusa morì e nello stesso tempo contagiò altri sambenedettesi. Dei 6.000 sambendettesi, quasi la metà fuggì per paura verso le campagne dell’interno dove spesso non furono accolti benevolmente dagli abitanti delle zone rurali. Probabilmente gli stessi in fuga contagiarono altri all’interno della provincia dove il morbo non aveva attecchito.

Il Municipio locale prese il provvedimento di isolare i malati poveri e soli nelle stanze dell’ospedale in costruzione di via Strada Nuova, poi Gioacchino Pizzi. Per circa un mese il futuro ospedale funzionò grazie al lavoro e abnegazione di alcuni medici locali. L’epidemia non durò moltissimo visto che il 18 luglio sembrò fermarsi. Il bilancio fu di 379 morti.

E’ in quel mese drammatico che fu fatto il voto alla Vergine Immacolata da parte del Consiglio Comunale dove fu promesso che se ci fosse stata un’intercessione da parte della Vergine Maria, la città si sarebbe impegnata a tributarle devozione e onoranze, specialmente ogni 8 dicembre. Il voto ben documentato dagli Atti Consigliari risale al 10 luglio 1855. Tra i fautori del voto anche il vescovo di Ripatransone Monsignor Fedele Bufarini, ricordato in un articolo di stampa da Ignazio Cantù fratello dello scrittore Cesare. L’ipotesi di Liburdi è che la cronaca dei tragici giorni, fosse stata suggerita a Cantù dal Cavalier Giuseppe Neroni Cancelli, suocero del patriota Secondo Moretti.

Ad ogni modo, appena tre giorni dopo il voto, si registrò il giorno più tragico per il paese, il 13 luglio. A perdere la vita in 24 ore furono ben 63 sambenedettesi. Sempre Cantù specifica che nella cifra totale dei morti non furono computati i bambini che furono contagiati dal morbo. Quelli “che soffrirono di più furono le donne incinte, poi le giovani, poi le madri, infine gli sgagliarditi e i paurosi” scrisse.

Insomma afflizione, strazio per i cari morti, donne rimaste vedove o sole e dolore tra i superstiti. Situazioni che sorprendentemente si sarebbero ripetute nel corso del tempo, nonostante il progresso medico/scientifico.

Roberto Guidotti

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