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Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci

carlo magno

Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci, Faville 39, Salerno Editrice Roma, 2006.

VITA DI CARLO MAGNO

1-La stirpe dei Merovingi, dalla quale i Franchi erano soliti nominare i loro re, si crede che sia durata fino a re Hilderico, che fu deposto, tonsurato e gettato in un monastero per ordine del pontefice romano Stefano. Ma sebbene possa sembrare che la dinastia sia finita con lui, tuttavia già da tempo non aveva alcuna forza, e non mostrava nulla di importante salvo il vuoto nome di re. Infatti le ricchezze e il potere reale erano tenuti dai prefetti di palazzo, che si chiamavano “maggiori della casa” (maggiordomi), e a cui competevano tutti i poteri.

Non restava altro al re se non che, soddisfatto del titolo reale, dei suoi capelli lunghi e di una barba fluente, sedesse sul trono in figura di dominante, ascoltasse gli ambasciatori provenienti dai vari luoghi e rispondesse loro, quando se ne andavano, nel modo che gli era stato consigliato o addirittura ordinato. Oltre all’inutile nome di re e a un precario appannaggio, che il prefetto reale gli dava come voleva, non aveva niente altro di proprio se non una sola casa di campagna, di scarso reddito, che era la sua dimora e dalla quale traeva un piccolo gruppo di servi, che gli riconoscevano ossequio, per le sue necessità. In qualsiasi luogo dovesse andare, andava col carro di campagna, tratto da buoi aggiogati e alla guida di un bovaro secondo l’uso dei contadini. Così andava a palazzo, così alle assemblee e pubbliche, che si celebravano annualmente per utilità del regno, e così era solito tornare a casa. Ma il prefetto reale era quello che curava l’amministrazione del regno e tutto quel che si doveva fare e disporre, in patria e fuori.

2-Questo ruolo di prefetto, quando Hilderico fu deposto, era tenuto da Pipino, padre del re Carlo, come fosse un titolo ereditario. Infatti suo padre Carlo – che schiacciò i tiranni che aspiravano al dominio di tutta la Francia e sconfisse i Saraceni, che tentarono di occupare la Gallia, in due grandi conbattimenti, uno in Aquitania, presso la città di Poitou, il secondo presso Narbona e il fiume Berre, così che li costrinse a ritornare in Spagna – tenne egregiamente quella carica lasciatagli dal padre Pipino. Questa responsabilità onorifica si affidava da parte del popolo soltanto a coloro che risaltavano sugli altri per nobiltà di stirpe e per ampiezza di mezzi finanziari.

Dopo che Pipino, padre del re Carlo, ebbe tenuto questo titolo lasciatogli dal nonno e dal padre per sé e per suo fratello Carlomanno, avendolo diviso con lui in totale accordo, per un certo numero di anni, sotto il re già ricordato suo fratello Carlomanno – non si sa per qual ragione, tuttavia pare perché infiammato da un desiderio mistico – lasciata la complessa amministrazione del regno temporale, se ne andò senza più impegni a Roma e qui, cambiato abito, fattosi monaco sul monte Soratte, costruì un monastero presso la chiesa del Beato Silvestro e godette per alcuni anni della desiderata quiete contemplativa assieme ai frati che si raccolsero presso di lui con la stessa finalità.

Ma poiché molti nobili venivano solennemente dalla Francia a Roma per sciogliere voti e non volevano trascurare lui, come loro antico signore, interrompendo con frequenti visite la solitudine in cui si compiaceva, questa situazione lo spinse a cambiare residenza. Infatti, avendo capito che le relazioni di tale frequenza ostacolavano il suo proposito, lasciato il monte si ritirò nella provincia del Sannio, presso il monastero di San Benedetto a Cassino, e lì finì quanto gli spettava di questa vita temporale nella contemplazione religiosa.

NOTA: 1- Secondo il Gregorovius non si sa se Hilderico o (Childerico) nel marzo 752 sia stato deposto da papa Stefano II o da Zaccaria suo predecessore, il quale morì il 14 di quel mese. 2- Il nome “Child-erico” può significare “bambino Enrico”, o così affettuosamente dalla nascita, o soprannome dato poi ad un uomo di poco intelletto quale si rivelò quel re; 3- I Merovingi discenderebbero dai figli di Gesù e Maddalena sbarcati a Marsiglia con la madre verso il 40 d.c.; 4- Il carro tirato dai buoi sarebbe il simbolo di antiche usanze religiose (il cocchio delle cerimonie) e non un indice di decadenza del re come Eginardo farebbe intendere; 5-Carlo Martello, figlio di Pipino d’Héristal, entrambi l’uno dopo l’altro Prefetti di Palazzo dei Merovingi, aveva sbaragliato nel 732 i saraceni a Poitiers.

Luciano Magnalbò

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