giovedì, Dicembre 3, 2020
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Il Coronavirus, l’uguaglianza e l’impotenza

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C’è chi pensa che la stigmatizzazione che si trasforma in alcuni casi in avversione verso i runner, ovvero quelli che escono per la corsetta quotidiana sia un riflesso inconscio dell’impotenza generale che provano molti e non solo dunque la mancanza di senso civico indicata verso chi sgambetta all’aria aperta da parte di chi è recluso. Una specie di capro espiatorio più che un untore vero e proprio dunque.

Non sappiamo se sia realmente così. Indubbiamente le immagini dei camion militari che trasportano le salme fuori da Bergamo per la mancanza di loculi sono emblematiche della guerra intrapresa dagli uomini contro il piccolo microrganismo acellulare con caratteristiche di parassita obbligato, che ha messo al tappeto intere nazioni, comprese la più potenti del mondo. All’improvviso si è scoperto che stavolta, potere, soldi, gloria, fama non possono niente contro il contagio. Prìncipi di casate reali, capi di stato e i loro familiari, politici con la scorta, attori hollywoodiani, calciatori strapagati, perfino medici navigati che sapevano come muoversi in ambito sanitario hanno contratto il virus. Come tanta gente normale, accomunati tragicamente dall’impotenza verso qualcosa di sfuggevole ma devastante e forse fatale. L’unico dato statistico rilevante riguarda le donne meno colpite degli uomini. Ma non è una consolazione.

C’è in questa situazione un’uguaglianza nella tragedia, nel senso che le classi sociali, vengono azzerate, appianate davanti al contagio; la sopravvivenza da esso è associato a fattori che esulano dalla condizione economica. Parafrasando Churchill si può affermare che con il Covid 19 vi è un’equa distribuzione della tragedia, almeno a livello sociale oltre che politico. Non ci sono rifugi sicuri, isole felici, ne poteri intoccabili o inaccessibili. Per fare un esempio, dopo che Papa Francesco è uscito dal Vaticano e si è recato a piedi nella basilica di Santa Maria Maggiore, luogo fortemente simbolico per le epidemie, i contagi e i morti si sono susseguiti ugualmente ogni giorno un po’ dappertutto. Stavolta le “pagliacciate dei vivi” come diceva Totò non convengono perché difficilmente realizzabili. Lo scampo dal contagio è determinato dagli atteggiamenti responsabili e coscienziosi di tutti noi, come sembrerebbe e non dalla posizione, dal conto in banca, da conoscenze importanti né dall’intercessione dei molto umani “santi in paradiso”.

Sembra di rileggere le parole di Qoelet nella Bibbia quando ricorda al lettore che “non è degli agili la corsa, né dei forti la guerra e neppure dei sapienti il pane né degli accorti la ricchezza perché il tempo e il caso raggiungono tutti”. In questa situazione è emerso quanto il progresso medico/scientifico non riesca a fronteggiare tutti i problemi moderni dell’umanità assestando un altro colpo letale alla presunzione di poter dominare o controllare tutto, compreso la natura. Ce ne eravamo accorti con gli uragani, le tempeste tropicali, le bombe d’acqua i terremoti, gli tsunami e tanto altro.

Certo gli sforzi intensi di molti medici, ricercatori, scienziati potrebbero portare alla formulazione di un vaccino o di cure definitive per il virus, cosa che ci auguriamo avvenga prima possibile. In passato per fare qualche esempio gli studi e le scoperte di Louis Pasteur hanno elevato in maniera determinante  la qualità della vita del genere umano dall’800 in poi. Oppure per venire ai nostri giorni, il sacrifico personale del medico marchigiano Carlo Urbani morto nel 2003, ha permesso l’identificazione della Sars e permesso la sopravvivenza probabilmente di centinaia di migliaia persone. La nostra sicurezza e la salute dipendono spesso, anche se non sempre, da uomini come questi. E anche quando arriverà il vaccino, non potrà ad ogni modo cancellare la scia di morte e sofferenza causata.

Intanto la guerra contro il Coronavirus, con il carico pesante di paura, angoscia e alienazione connesse, continua. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire valori come umiltà, rigore morale, rinunce sensate, collaborazione, al posto (si spera) di contrapposizione, rivalità, odio: caratteristiche dell’animo umano, quest’ultime, che non portano a nulla se non a peggiorare la nostra già miserevole condizione. Oppure qualcuno potrebbe volgersi o riscoprire Dio, il Regno dei Cieli, la speranza, rimodulando nettamente la visione egocentrica dell’uomo che non deve rendere conto a nessuna entità trascendentale, come sostengono i materialisti da sempre.

Diceva Blaise Pascal “L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Tutta la nostra dignità sta, dunque, nel pensiero. In esso dobbiam cercare la ragione di elevarci, e non nello spazio e nella durata, che non potremmo riempire.” Una riflessione attuale per noi mentre sperimentiamo ancora oggi, dopo millenni di storia, la nostra cronica inadeguatezza di autogovernarci, di dominare i propri simili e di gestire maniera saggia la natura e l’intero globo terrestre.

Roberto Guidotti

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Roberto Guidotti
Giornalista pubblicista iscritto all'Albo dei giornalisti delle Marche

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