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Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci

carlo magno

CARLO MAGNO – Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci, Faville 39, Salerno Editrice Roma, 2006

Si esercitava continuamente cavalcando e cacciando, il che è proprio della sua gente, perché a stento si può trovare sulla terra un popolo che in questa attività si possa pareggiare ai Franchi. Si divertiva anche con i vapori naturalmente caldi delle acque, esercitando il corpo in frequenti nuotate; e nel nuoto fu così esperto, che nessuno può vantarsi di averlo superato. Anche per questo costruì la reggia di Aquisgrana, e lì abitò in perpetuo negli ultimi anni della sua vita fino alla morte. Al bagno invitava non soltanto i figli, ma anche i nobili di corte e gli amici, e qualche volta anche la folla delle guardie del corpo e di corte, cosicché a volte facevano il bagno con lui cento o più uomini.

Usava sempre l’abito patrio, cioè franco. Vestiva sul corpo una camicia e cosciere di lino, poi una tunica ornata da una striscia di seta, e gambali; stringeva le gambe nelle fasce e i piedi nei calzari, e d’inverno copriva braccia e petto con giubbetti di pelle di lontra o di martora; sulle spalle un mantello veneto sempre cinto di spada, il cui manico e il pomo era d’oro o d’argento. Qualche volta usava una spada gemmata, ma solamente nelle festività principali e quando riceveva ambasciatori di popoli stranieri.

Rifiutava tutti i vestiti esteri, benché bellissimi, e non sopportò di indossarne mai, salvo che a Roma, su richiesta del pontefice Adriano e di nuovo, per supplica del suo successore Leone, vestito di una lunga tunica e coperto da una clamide portava anche i calzari fatti all’uso romano. Durante le feste, si presentava con una veste intessuta d’oro, calzari gemmati e con una fibbia d’oro che teneva il mantello corto, ornato anche da un diadema d’oro e gemme. Negli altri giorni aborriva ogni abito che fosse anche poco diverso da quello della gente comune.

Nel cibo e nel bere fu temperante, ma nel bere ancor più temperante, come colui che abominava specialmente l’ubriachezza in qualsiasi uomo, e soprattutto in sé e nei suoi. Nel cibo non poteva astenersi così tanto, così che spesso si lamentava che il digiuno fosse di danno al suo corpo. Faceva pranzi conviviali assai raramente, e soltanto nelle festività principali, e allora sempre con gran numero di invitati. La cena quotidiana era solo di quattro portate, a parte l’arrosto, che i cacciatori solevano portare in tavola sugli spiedi; di questo egli si cibava più volentieri di qualsiasi altra vivanda.

Durante la cena ascoltava qualche musicista o un lettore. Si leggevano storie e gesta degli antichi. Si compiaceva anche dei libri di Sant’Agostino, e soprattutto di quelli che si intitolano La città di Dio. Era così parco nel bere vino ed ogni bevanda, che in tutta la cena raramente beveva più di tre volte. D’estate, dopo il pranzo, mangiando qualche frutto e bevendo una sola volta, deposti vesti e calzari, come faceva di notte, riposava due o tre ore. Dormiva la notte svegliandosi quattro o cinque volte e alzandosi dal letto.

Mentre si vestiva e si calzava, riceveva non soltanto gli amici, ma, se il conte palatino gli diceva che c’era qualche lite che non si poteva definire senza di lui, ordinava di introdurre subito da lui i litiganti e, come se sedesse in Tribunale, studiata la questione, dava la sentenza. E in quel tempo non faceva solo queste cose, ma anche organizzava tutti i doveri della sua giornata e tutto quello che doveva ordinare ai suoi ministri.

Era abbondante ed esuberante nel parlare, e poteva spiegare assai chiaramente tutto quel che voleva. Non soddisfatto della solo lingua patria, si diede da fare per imparare anche le lingue straniere. Fra queste, imparò così bene la lingua latina, che era solito parlare allo stesso modo in quella e nella sua lingua nazionale. Poteva capire il greco, meglio di quanto non lo parlasse. Era talmente facondo, da poter apparire perfino chiacchierone.

Continua: Coltivò con gran cura le arti liberali….

NOTA: 1- Eginardo fa di Carlo il ritratto di un uomo normale, modesto, saggio ed equo, senza alcun bisogno della autorevolezza derivante da ricche vesti o cose preziose, cioè dalla pompa, godendo di quella sua personale, che gli era sufficiente per mettere soggezione. 2- Possiamo immaginare quale fosse il linguaggio che usava, nella promiscuità tra il franco e il latino.

Luciano Magnalbò

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