martedì, Agosto 4, 2020
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Anticipazioni per il “Simon Boccanegra” di Verdi del 7 maggio alle 21.15 su RAI 5: dalla Fenice di Venezia

simon boccanegra da la fenice

Anticipazioni per il “Simon Boccanegra” di Verdi del 7 maggio alle 21.15 su RAI 5: diretto da Myung-Whun Chung per la regia di De Rosa dalla Fenice di Venezia

Gran Teatro La Fenice - Wikipedia

È lo spettacolo che ha inaugurato la stagione 2014/2015 del Teatro La Fenice di Venezia il “Simon Boccanegra” di Giuseppe Verdi, che Rai Cultura propone giovedì 7 maggio alle 21.15 su Rai5 (canale 23). Sul podio è impegnato il direttore d’orchestra coreano Myung-Whun Chung, mentre la regia e le scene sono affidate ad Andrea De Rosa. “La mia lettura di Simon Boccanegra – dice De Rosa – è fortemente narrativa: nell’arco dei venticinque anni in cui la storia si dipana, i personaggi sono messi a dura prova sia dagli avvenimenti pubblici sia da quelli privati. Ho voluto raccontare l’evoluzione dei personaggi anche attraverso un video presente sullo sfondo della scena, nel quale si vedono scorci di immagini del mare. Ma solo alla conclusione dell’opera, con la morte del protagonista, l’orizzonte apparirà finalmente intero”. Protagonisti sul palco sono il baritono Simone Piazzola, nel ruolo del titolo, il soprano Maria Agresta, in quello di Amelia, il tenore Francesco Meli, che interpreta Gabriele Adorno, e il basso Giacomo Prestia nei panni di Jacopo Fiesco.

Simon Boccanegra è un’opera di Giuseppe Verdi su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez. La prima ebbe luogo il 12 marzo 1857 al Teatro La Fenice di Venezia. Oltre vent’anni dopo Verdi rimaneggiò profondamente la partitura. Le modifiche al libretto furono effettuate da Arrigo Boito, il futuro librettista di Otello e Falstaff. La nuova e definitiva versione andò in scena il 24 marzo 1881 al Teatro alla Scala di Milano.

Genesi

All’inizio del 1856 la direzione del teatro La Fenice propose a Verdi di scrivere un’opera nuova, ma il musicista rifiutò, essendo già impegnato in altri progetti (la composizione del mai realizzato Re Lear e i rifacimenti di Stiffelio e della Battaglia di Legnano) e trovandosi già in trattative con il San Carlo di Napoli e La Pergola di Firenze.

L’anno successivo il librettista Francesco Maria Piave gli rinnovò la proposta e a maggio Verdi, sospese le trattative con gli altri teatri e abbandonato il progetto di musicare Re Lear, firmò il contratto con il teatro veneziano.

Il soggetto della nuova opera è tratto, come quello del Trovatore, da un dramma di Gutiérrez, mai pubblicato in italiano, nel quale si narra la storia di Simone Boccanegra, il corsaro genovese che nel Trecento riuscì a salire al trono dogale grazie all’appoggio di un amico e che al termine di una vita funestata da tragici eventi – la morte della donna segretamente amata, appartenente a una famiglia patrizia, e la scomparsa della figlia – morì avvelenato da quello stesso amico.

Quest’oscuro dramma privato sullo sfondo di una guerra civile attirò immediatamente Verdi che, come in altre occasioni, stese personalmente un libretto in prosa affidandone la versificazione a Piave. Inoltre, all’insaputa del suo librettista, Verdi si rivolse per la versificazione di alcuni passi a Giuseppe Montanelli, un poeta e patriota toscano in esilio a Parigi per aver partecipato al governo rivoluzionario del 1849. Il musicista rispedì il testo ultimato a Piave, accompagnandolo con queste asciutte parole:

«Eccoti il libretto accorciato e ridotto presso a poco come deve essere. Come ti dissi in altra mia, tu devi mettere o no il tuo nome. Se quanto è avvenuto ti spiace, a me spiace pure, e forse più di te, ma non posso dirti altro che “era una necessità”.»

Nonostante gli aggiustamenti il libretto di Simon Boccanegra fu oggetto di forti critiche: un musicologo del tempo, Abramo Basevi, affermò di averlo dovuto leggere sei volte prima di riuscire a venirne a capo.

Terminata la stesura dell’opera in abbozzo nella sua villa di Sant’Agata, il 18 gennaio 1857 Verdi si trasferì a Venezia per completare la strumentazione, assistere alle prove e curare la messinscena. La prima ebbe luogo il 12 marzo: i ruoli principali furono affidati a cantanti di rango – Leone Giraldoni (Simone), Luigia Bendazzi (Amelia), Carlo Negrini (Gabriele) e Giuseppe Echeverria (Fiesco) – ma la serata deluse le aspettative di Verdi:

«Jeri sera cominciarono i guai: vi fu la prima recita del Boccanegra che ha fatto fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata. Credeva di aver fatto qualche cosa di passabile ma pare che mi sia sbagliato. Vedremo in seguito chi avrà torto.»

Ma l’esito non cambiò nel corso delle sei repliche e l’opera non riuscì ad affermarsi stabilmente in repertorio. A contribuire al sostanziale insuccesso della prima versione di Simon Boccanegra furono certamente l’intreccio oltremodo complicato e la tinta eccessivamente uniforme della partitura musicale, povera di squarci lirici e appesantita dall’impiego massiccio del canto declamato.

La seconda versione

Nel 1868 l’editore Giulio Ricordi suggerì di realizzare una revisione della partitura, giacente da tempo nei suoi magazzini; ma il musicista rifiutò affermando che mancavano i cantanti adatti e che l’opera era «triste e di affetto monotono». Ricordi però non si diede per vinto e una decina d’anni più tardi spedì a Verdi un grosso pacco contenente la partitura da rivedere. Anche in questo caso la risposta del compositore fu secca e, all’apparenza, definitiva: «Se verrete a S. Agata di qui a sei mesi, un anno due, tre, ecc, la troverete intatta come me l’avete mandata. Vi dissi a Genova che io detesto le cose inutili.»

Nell’autunno del 1879 prese il via la grande azione diplomatica che portò Verdi a tornare al teatro, dopo il lungo silenzio seguito ad Aida: durante una cena, Ricordi fece cadere il discorso su Shakespeare e Otello, di cui Arrigo Boito aveva già preparato un’ipotesi di riduzione librettistica, notando in Verdi un certo interesse. L’indomani Boito presentò al compositore il suo lavoro, Verdi lo esaminò e lo trovò eccellente. Iniziò così una delle collaborazioni più felici della storia del teatro d’opera. Fra il giovane letterato, intelligente, colto e aggiornatissimo, e l’anziano musicista, che per tornare alle scene aveva bisogno soprattutto di uno sprone convincente, nacque uno straordinario rapporto di lavoro e di amicizia destinato a dare ottimi frutti. Il primo fu appunto la revisione di Simon Boccanegra.

Dal punto di vista musicale il rifacimento impegnò Verdi per quasi sei settimane, dall’inizio di gennaio alla terza settimana di febbraio del 1881. Ma già nel novembre 1880 il musicista aveva tracciato a grandi linee il piano di revisione. Originariamente suddivisa in quattro atti (la locandina originale della prima veneziana riporta però un prologo e tre atti), l’opera venne ristrutturata in un prologo (l’antefatto del dramma: la tragica morte di Maria e l’elezione di Simone al trono dogale) e tre atti. Allo scopo di ravvivare il primo atto Verdi suggerì la citazione di due lettere di Francesco Petrarca, una scritta a Boccanegra, Doge di Genova, l’altra al Doge di Venezia. Alla fine la revisione comportò la sostituzione di un intero quadro (il secondo dell’atto primo), il radicale mutamento del prologo, l’eliminazione del preludio (in luogo del quale Verdi compose una brevissima quanto memorabile introduzione strumentale), la sostituzione del duetto tra Gabriele e Fiesco (atto primo), la composizione di una nuova scena per il personaggio di Paolo (atto terzo) e inoltre un immenso numero di modifiche, tagli, ritocchi, inserzioni. In un tempo molto limitato e sotto la costante supervisione di Verdi – attestata dalle numerose lettere che i due si scambiarono durante il lavoro – Boito apportò le modifiche necessarie al vecchio libretto e avanzò personalmente alcuni validissimi suggerimenti. Per ovvie ragioni d’immagine (distinguere i nuovi versi dai vecchi sarebbe stato ben difficile) preferì tuttavia non firmare il libretto e mantenere l’anonimato.Teatro alla Scala, Milano.

Il nuovo Simon Boccanegra andò in scena il 24 marzo 1881, alla Scala di Milano, sotto la direzione del più grande direttore d’orchestra italiano di quegli anni: Franco Faccio. La compagnia di canto era composta da nomi di grande prestigio: Victor Maurel (Simone), Francesco Tamagno (Gabriele), Anna D’Angeri (Amelia), Édouard de Reszke (Fiesco). L’opera ottenne un buon successo. Dalla Disposizione scenica del nuovo Simon Boccanegra, pubblicata da Ricordi, possiamo ricavare molte notizie sull’allestimento scaligero, l’atteggiamento scenico del coro e degli interpreti, l’età dei personaggi e soprattutto conoscere il punto di vista di Verdi sulla realizzazione di uno spettacolo che gli stava molto a cuore e rappresentava per lui sia il recupero di un lavoro ingiustamente dimenticato che un ritorno in grande stile al palcoscenico.

Nonostante l’iniziale successo, il cammino del rinnovato Simon Boccanegra non fu agevole. Alla fine dell’Ottocento l’opera era nuovamente uscita di repertorio e il definitivo recupero fu merito della Verdi–Renaissance tedesca. Dal 1929 l’opera fu infatti inserita nei cartelloni dei maggiori teatri tedeschi con prestigiosi registi e interpreti. Nel gennaio 1930 a Vienna venne diretta da Clemens Krauss sempre in lingua tedesca; fino ad oggi l’opera è stata presente per centoquarantaquattro volte nel cartellone dello Staatsoper. Nel 1932 trovò la sua consacrazione internazionale al Metropolitan di New York con Lawrence TibbettGiovanni Martinelli ed Ezio Pinza diretta da Tullio Serafin e negli anni successivi (centotrentanove rappresentazioni fino ad oggi), sull’onda del trionfo americano, venne ripresa con successo in Italia: a Roma, Parma, Firenze, Bologna. Nel Regno Unito la prima fu eseguita nel Sadler’s Wells Theatre del Borgo londinese di Islington il 27 ottobre 1948.

La ripresa della prima versione in forma di concerto, il 2 febbraio 2001 al Palafenice di Venezia (all’epoca la ricostruzione del Teatro La Fenice era ancora in corso), ha messo ancor meglio in evidenza i meriti della capillare revisione del 1881, certamente la più impegnativa e insieme la più efficace alla quale Verdi abbia sottoposto una sua opera.

La trama

Prologo

Una piazza di Genova – A destra il Palazzo dei Fieschi – È notte

È il 1339. Sta per essere eletto il nuovo Doge e in città fervono le lotte fra il partito plebeo, capeggiato dal popolano Paolo Albiani, e quello aristocratico legato al nobile Jacopo Fiesco.

Paolo confida al popolano Pietro di sostenere l’ascesa al trono dogale di Simon Boccanegra, un corsaro che ha reso grandi servigi alla repubblica genovese, e di attendersi in cambio potere e ricchezza. Giunge Simone, angosciato perché da molto tempo non ha più notizie di Maria, la donna amata che gli ha dato una figlia e che per questo è tenuta prigioniera nel palazzo gentilizio del padre Jacopo Fiesco. Paolo convince il riluttante Simone ad accettare la candidatura prospettandogli che, una volta eletto Doge, nessuno potrà più negargli le nozze con Maria. Pietro chiede al popolo di votare per Simone e avverte che dal palazzo dei Fieschi giungono dei lamenti di donna: forse è Maria, la fanciulla da tempo scomparsa (L’atra magion vedete?). Tutti si allontanano.

Jacopo Fiesco esce sconvolto dal palazzo: Maria è morta. Voci pietose intonano un Miserere (A te l’estremo addio). Sopraggiunge Simone e, ignaro di quanto è accaduto, supplica il Fiesco di perdonarlo e concedergli Maria. Quando il patrizio gli pone come condizione la consegna della nipote, egli confessa che la bambina fu da lui affidata a un’anziana nutrice in un paese lontano, ma poi la nutrice morì e la bambina scappò via di casa e quindi scomparve. Svanita così ogni speranza di rappacificazione, il Fiesco finge di allontanarsi, ma di nascosto osserva Simone, che entra nel palazzo in cerca della prigioniera. Dall’interno dell’edificio giunge un grido disperato: «Maria!», e proprio in quel momento il popolo acclama Simon Boccanegra nuovo Doge.

Tra il prologo e il primo atto trascorrono venticinque anni e accadono molti fatti: il Doge ha esiliato i capi degli aristocratici, confiscandone le proprietà, e il Fiesco, per sfuggirgli, vive in esilio in un palazzo fuori di Genova, sotto il nome di Andrea Grimaldi, mentre Simone crede ch’egli sia morto. Anni addietro, però, il Fiesco e la famiglia Grimaldi trovarono una bambina nel convento in cui era appena morta Amelia, la figlia dei Grimaldi, e decisero di adottarla e di darle il nome della figlia morta per evitare che il Doge di Genova confiscasse le ricchezze della famiglia; ma quest’orfana, all’insaputa di tutti, altri non è che la vera figlia di Maria e Simone. Trascorsi venticinque anni, Amelia ama riamata un giovane patrizio, Gabriele Adorno, che, essendo l’unico a sapere che Jacopo Fiesco e Andrea Grimaldi sono la stessa persona, congiura con lui contro il Doge plebeo.

Atto primo

Quadro primo

Giardino dei Grimaldi fuori di Genova.

Amelia attende Gabriele in riva al mare, immersa nei confusi ricordi della sua fanciullezza (Come in quest’ora bruna), e quando il giovane la raggiunge lo supplica di non partecipare alla cospirazione contro Simone (Vieni a mirar la cerula).

Pietro annuncia l’arrivo del Doge e Amelia, temendo che egli venga a chiederla in sposa per il suo favorito, Paolo Albiani, supplica Gabriele di prevenirlo affrettando le nozze. Rimasto solo con Gabriele, Andrea Grimaldi (ossia Jacopo Fiesco) gli rivela che Amelia è in realtà un’orfanella a cui, lui e i Grimaldi, hanno dato il nome della vera figlia dei Grimaldi e, vedendolo degno di lei, lo benedice.

Squilli di trombe annunciano l’entrata del Doge, che porge ad Amelia un foglio: è la concessione della grazia ai Grimaldi. La fanciulla, commossa, gli apre il cuore, confessandogli di amare un giovane aristocratico e di essere insidiata dal perfido Paolo, che aspira alle sue ricchezze. Infine gli rivela di essere orfana (Orfanella il tetto umile). Simone, sentendo la parola orfana, la incalza con le sue domande e confronta un suo medaglione con quello che la fanciulla porta al collo: entrambi recano l’immagine di Maria! Padre e figlia si abbracciano felici.

Al ritorno di Paolo, Simone gli ordina di rinunciare ad Amelia e il perfido uomo, per vendicarsi, organizza per la notte successiva il rapimento della donna.

Quadro secondo

Sala del Consiglio nel Palazzo degli Abati.

Il Senato si è riunito e il Doge chiede il parere dei suoi consiglieri: egli desidera la pace con Venezia, ma Paolo e i suoi vogliono la guerra. Dalla piazza giungono i clamori di un tumulto e, affacciandosi al balcone, Simone scorge Gabriele Adorno inseguito dai plebei. Pietro, temendo che il rapimento di Amelia sia stato scoperto, incita Paolo a fuggire, ma il Doge lo precede ordinando che tutte le porte siano chiuse: chiunque fuggirà sarà dichiarato traditore. Poi, incurante delle grida di «Morte al Doge!», fa entrare il popolo. La folla irrompe trascinando il Fiesco e Gabriele, che confessa di aver ucciso l’usuraio Lorenzino, l’uomo che ha rapito Amelia per ordine di un «uom possente» del quale non ha fatto in tempo a svelare il nome; poi, ritenendolo responsabile del rapimento, si slancia su Simone per colpirlo. Sopraggiunge Amelia, si pone fra i due e supplica il padre di salvare Adorno, raccontando di essere stata rapita da tre sgherri, di essere svenuta e di essersi ritrovata nella casa di Lorenzino. Poi, «fissando Paolo», dice di poter riconoscere il vile mandante del rapimento. Scoppia un tumulto, patrizi e plebei si accusano a vicenda, Simone rivolge all’assemblea e al popolo un accorato discorso, invocando pace e amore per tutti (Plebe! Patrizi! Popolo…). Gabriele gli consegna la spada ma il Doge la rifiuta e lo invita a rimanere agli arresti a palazzo finché l’intrigo non sia svelato. Si rivolge quindi a Paolo, di cui ha intuito la colpevolezza, e lo invita a maledire pubblicamente il traditore infame che si nasconde nella sala. Paolo, inorridito, è in tal modo costretto a maledire se stesso.

Atto secondo

Stanza del Doge nel Palazzo Ducale di Genova.

Paolo, bandito da Genova, chiede a Pietro di condurre da lui i due prigionieri, Gabriele e il Fiesco, e versa una fiala di veleno nella tazza di Simone. Non contento, egli chiede al Fiesco, l’organizzatore confesso della rivolta, di assassinare il Doge nel sonno e, davanti al suo sdegnato rifiuto, lo fa riportare in cella e insinua in Gabriele il sospetto che Amelia si trovi in balìa delle turpi attenzioni di Simone (Sento avvampar nell’anima). Quando giunge Amelia, il giovane l’accusa di tradimento con il Doge, di cui uno squillo di tromba annuncia l’arrivo. Gabriele si nasconde, Amelia in lacrime confessa al padre di amare l’Adorno e lo supplica di salvarlo. Simone, combattuto fra i doveri della sua carica e il sentimento paterno, la congeda. Beve quindi un sorso dalla tazza, notando che l’acqua ha un sapore amaro, e si assopisce. Gabriele esce dal suo nascondiglio e si slancia contro di lui per colpirlo, ma ancora una volta Amelia glie lo impedisce. È il momento della rivelazione: il Doge si risveglia, ha un violento scontro verbale con Gabriele, che l’accusa di avergli ucciso il padre, e infine gli svela che Amelia è sua figlia.

Il giovane implora Amelia di perdonarlo e offre al Doge la sua vita (Perdon, perdono, Amelia). Di fuori giungono rumori di tumulti e voci concitate: i cospiratori stanno assalendo il palazzo. In segno di riconciliazione il Doge incarica Gabriele di comunicare loro le sue proposte di pace e gli concede la mano di Amelia.

Atto terzo

Interno del Palazzo Ducale.

La rivolta è fallita, il Doge ha concesso la libertà ai capi ribelli, solo Paolo è stato condannato a morte. Mentre si reca al patibolo, egli rivela al Fiesco di aver fatto bere a Simone un veleno che lo sta lentamente uccidendo e ascolta con orrore le voci che inneggiano alle future nozze di Amelia e Gabriele.

Giunge il Boccanegra, che sta cercando refrigerio al malessere che già lo pervade respirando sul balcone l’aria del mare. All’improvviso gli si avvicina il Fiesco (nei panni di Andrea Grimaldi), che gli annuncia che la sua morte è vicina (Delle faci festanti al barlume). Da quella voce inesorabile, dopo averlo osservato bene in volto, Simone riconosce con stupore l’antico nemico, ch’egli credeva morto, e con un gesto magnanimo decide di rivelargli che Amelia è sua nipote. La commozione invade l’anima del vecchio patrizio, che troppo tardi comprende l’inutilità del suo odio. Un abbraccio pone fine alla lunga guerra.

Quando il corteo degli sposi torna dalla chiesa, Simone invita la figlia a riconoscere nel Fiesco il nonno materno, benedice la giovane coppia (Gran Dio, li benedici) e muore dopo aver proclamato Gabriele nuovo Doge di Genova.

Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994 al 2015 ha collaborato regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero, Il Resto del Carlino, La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Nel 2009 è direttore del quotidiano teramano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Ora direttore della testata giornalistica on line la-notizia.net

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