mercoledì, Marzo 3, 2021
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Ricordo di Gianfranco Luzi, il Marchese di Votalarca

luzi

di Luciano Magnalbò

Ricordava sempre con scanzonato orgoglio che i suoi antenati erano “pecorari” dovuti scendere nel 1400 da Visso a San Severino per qualche malefatta, ruvidi ma ricchissimi, e quasi subito inseriti nella vita amministrativa della città, in quella casta ereditaria e dominante creata dagli statuti comunali che lo studioso Bandino Zenobi qualificò come nobiltà di reggimento; e raccontava anche la storia della Beata Marchesina, una fanciulla della famiglia Luzi del XVI secolo, violentata ed uccisa dal fratello Mariotto lungo la strada impervia e montana delle grotte di Sant’Eustachio: Mariotto fu privato dal Comune di tutti i beni, ma i Luzi – e qui Gianfranco rideva – pagarono, e i beni furono restituiti. Poi nel corso dei secoli la cultura entrò in famiglia, e nel 1756 troviamo un Luzi laureato in utroque giudice tutelare in Sanseverino. Ma la nuova grande ricchezza venne in epoca napoleonica con l’acquisto da mense ecclesiastiche di larghe estensioni di terreno lungo il Chienti, praticamente da Berta a Passo Treia, in unione al titolo marchionale, patrimonio poi ampliato nella seconda metà dell’800 dal senatore del Regno Carlo Luzi, ben tratteggiato da Libero Paci nella sua monografia sul Foglietti.

In un articolo degli anni ’80, pubblicato sul messaggero da Maurizio Verdenelli, tramite le cure di Gabor Bonifazi, così descrivevo Gianfranco Luzi: cinquantenne, discretamente mantenuto, sorriso mefistofelico e orecchie a punta, accento fiorentino stemperato nel treiese, marchese di Votalarca e grande possidente, con alle spalle collegio in Svizzera, dedito ad interminabili partite a carte e munito di fuoristrada made in Japan. Tanti anni dopo, nel 2014, nel mio giallo Assassinio in villa, interrogato il marchese dal colonnello dei carabinieri come testimone di un delitto commesso nel fermano, così lo vedevo: il colonnello si sentiva leggermente a disagio dinnanzi a quel pezzo di antiquariato, ancora un bel tipo, vestito di roba semplice ma strapieno di classe, anche con quella canottiera bianca sotto la camicia di un blu incerto, lasciata aperta. E ancora: il marchese, che anche in quella penombra teneva gli occhiali scuri, accennò ad un sì con la testa rasata di fresco per l’estate, da cui partivano due orecchie di buona fattezza, magari un po’ a punta come quelle di un cane lupo.

Gianfranco nei tempi gagliardi era una forza, si alzava molto presto la mattina e andava a giocare a ramino e a scala quaranta al bar del ponte di Passo Treia, detto la Svizzera perché – crede la gente – posto nel mezzo di tre confini comunali, Treia, Macerata e Pollenza, una specie di base extraterritoriale; poi si dedicava all’amministrazione, seguiva l’azienda agricola con cura e competenza, sempre primo nelle innovazioni culturali e tecnologiche, e gli venne in mente di valorizzare in modo moderno gli immobili di proprietà, fondando a Votalarca l’agriturismo Il Vecchio Granaio, allestendo nel cinquecentesco palazzo Tinti di San Severino un albergo ristorante, e nel palazzo di Firenze lungarno, ereditato dalla madre di famiglia ebrea, un residence di lusso. Tirava instancabile e con forza tutto il giorno, dopo la cena si coricava presto, e solo il sabato sera e la domenica li passava con gli amici più stretti.

Il Vecchio Granaio gli fece un po’ cambiare abitudini, la mattina, subito dopo la Svizzera,  andava ad acquistare le derrate e il venerdì, molto presto, il pesce, tutta una spesa che voleva controllare di persona e che suscitava le ironie di Gabor Bonifazi che gli diceva tu sei un tarpino facendolo ridere, perché come tutti i grandi signori sapeva stare allo scherzo anche sulla propria persona: e come tutti quelli che hanno realizzato qualcosa da soli, con semplicità aiutava a servire a tavola quando occorreva, come anche facevano i Meriggi a Chiesanuova.

Aveva poi un filone di vita dedicato alla sua ideologia di destra forte, nata dal dolore e dall’emozione dell’assassinio del padre da parte di partigiani, un avvenimento che non poté mai dimenticare e che gli ha segnato tutta la vita, un dolore che non lo fece mai didascalicamente fascista, bensì  profondamente rivoluzionario in senso lato: si ribellava alle ingiustizie sociali, a quei poteri occulti che mafiosamente detengono il potere, a quelle consorterie che riescono sempre a galleggiare nel torbido alle spalle del popolo umiliato.  Era in prima fila in ogni manifestazione, anche in quelle paradossali, quando insieme ad altri agricoltori scaricò per protesta dei maialetti dinnanzi al portone della Regione Marche, lui, che per volere della madre ebrea, era stato educato in collegio in Svizzera insieme a Vittorio Emanuele di Savoia.

Credo che nell’arco di cinquant’anni non si sia mai preso un giorno di vacanza, che non sia mai andato al mare e messo in costume: lo ricordo negli anni ’80 una domenica in spiaggia, in uno di quei picnic che odiava, dove aveva accompagnato Elenina, vestito e con le scarpe, sdegnosamente seduto su di un muretto, smanioso di tornarsene a casa.

Ultimamente era molto provato, la vista gli si era abbassata a tal punto che non poteva più giocare a  burraco il sabato sera con i soliti amici, ma continuava con enorme forza e tenacia a fare il giro delle banche e degli uffici, e a fare la spesa per i negretti – come affettuosamente chiamava i suoi ospiti – che il Gus gli mandava: e andava in giro con un enorme pick-up nero, la gigantografia di un calabrone, guidato dal tuttofare Pasquale che lui, sempre affettuosamente, chiamava il fannullone.

Tutti quelli che l’hanno conosciuto sono rimasti colpiti dalla sua personalità, una personalità collegata ad una intelligenza speciale, che gli consentiva di padroneggiare ogni argomento e di afferrare ogni cosa al volo; e poiché ogni domenica faceva celebrare la messa nella cappella di famiglia da un prete esorcista, speriamo che questo gli giovi, scansati i dèmoni, per raggiungere subito la luce eterna.

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Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994, collabora regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero (dal 1994 al 1998 a Macerata, per la cultura , dal 1999 al 2002 a San Benedetto del Tronto, per la cronaca bianca, dal giugno 2005 al luglio 2007 ad Ancona per la cronaca nera e giudiziaria ), La Rucola, periodico maceratese di cronaca, cultura, satira (dal 1996 al 1998 a Macerata), Il Piceno, periodico della Provincia di Ascoli Piceno (2002 – 2003). Le esperienze più significative: dal dicembre del 2003 collabora con Il Resto del Carlino di Ascoli Piceno, testata per la quale si occupa di cronaca, politica, cultura, spettacolo, sanità, sindacale, inchieste, con servizi anche per il regionale. Il 5 gennaio 2005 conclude la propria esperienza di stagista (della durata di 6 mesi). Un mese dopo riprende la precedente collaborazione con Il Messaggero di Ascoli Piceno seguendo la politica locale, la cultura e la cronaca bianca con servizi anche per il regionale. Nel giugno 2005 si sposta su Ancona, dove si occupa per Il Messaggero di cronaca nera e giudiziaria. Dal 2006 collabora con La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Dal 3 agosto 2009 è direttore del quotidiano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Il contratto ha la durata di poco meno di un anno per chiusura della testata. E’ stata direttore della sezione giornalistica di Tvp, canale 119 del digitale terrestre nell'anno 2015. Ora direttore della testata giornalistica www.la-notizia.net

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