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Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci

carlo magno

CARLO MAGNO – Da “La vita di Carlo Magno” di Eginardo, a cura di Valerio Marucci, Faville 39, Salerno Editrice Roma, 2006

Raccolse per iscritto quel che voleva si facesse di quello che aveva diviso, e il senso e il testo del documento sono questi:

Nel nome del Signore Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo.

Descrizione e divisione che fu fatta dal gloriosissimo e piissimo signore Carlo imperatore augusto nell’anno 811 dall’incarnazione di nostro signor Gesù Cristo, anno quarantatreesimo del suo regno in Francia, e trentaseiesimo in Italia, undicesimo dell’Impero, indizione quarta, che stabilì di fare con pia e prudente considerazione e compié con il consenso del Signore, dei suoi tesori e del denaro che in quel giorno si inventariò nella sua camera. Nella quale volle, soprattutto cautelarsi che non solo la distribuzione delle elemosine che si fa solennemente presso i Cristiani dalle sue possessioni si completasse di lui d’ordine e ragione delle sue sostanze, ma anche che i suoi eredi, rimossa ogni ambiguità, conoscessero bene quel che spetta ad ognuno e, senza lite e discussioni, potessero dividere il loro con una divisione consapevole. Dunque con questa intenzione e proposito divise in tre parti tutta la ricchezza e la suppellettile sua che in oro, argento, gemme e ornamenti reali si poteva trovare quel giorno in quella camera. Poi, suddividendo le medesime parti, di due di esse ne fece ventuno, tenendo intera la terza. Delle due parti divise in ventuno la divisione fu fatta con questo criterio, che, poiché nel suo regno si riconoscono ventuno città metropolitane, ciascuna di quelle parti dovesse pervenire a ciascuna città per opera degli eredi e degli amici, sotto forma di elemosina; e l’arcivescovo, che allora sarà rettore di quella chiesa, prendendo la parte data alla sua chiesa , la dividesse con i suoi suffragi in questo modo, che la terza parte sia della chiesa, e le altre due parti si dividano tra i suffraganei.

Di queste divisioni, che delle prime due parti sono state fatte e si riconoscono essere ventuno come le città metropolitane, ciascuna separata dalle altre giace nascosta in un deposito idoneo, con la soprascritta della città in cui deve essere portata. I nome delle città cui si deve fare questa elemosina, o largizione, sono: Roma, Ravenna, Milano, Cividale del Friuli, Grado, Colonia, Magonza, Iuvavo, cioè Salisburgo, Treviri, Sens, Besancon, Lione, Rouen, Reims, Arles, Vienne, Tarantaise, Ebrun, Bordeaux, Tours, Bourges. 

Della parte che volle tenere intera, ha deciso che, distribuite quelle due parti nelle divisioni soprascritte e nascoste sotto sigillo, questa terza si usi per le necessità quotidiane, come cosa che consta non essere alienata dalla proprietà del possidente da nessun obbligo o promessa; e ciò finché egli rimanga in vita o ritenga che il suo uso gli sia necessario. Dopo la sua morte o la volontaria rinuncia ai beni secolari, questa medesima parte si divida in quattro; una si aggiunga alle sopradette ventuno, la seconda sia divisa in giusta e ragionevole distribuzione  ai figli, alle figlie, e ai figli e figli dei loro figli; la terza sia distribuita in uso dei poveri, come si suole fra i cristiani, la quarta allo stesso modo, in forma di elemosina, sia distribuita per il sostentamento dei servi e delle serve impiegati nei servizi di palazzo.

A questa terza parte di tutta la somma, che, come le altre, consta d’oro e d’argento, volle che fossero aggiunti tutti i vasi e gli utensili di bronzo, di ferro e di altri metalli, con le armi, le vesti, e tutta l’ altra suppellettile, semplice preziosa, fatta per uso vario, come sono cortinaggi, coperte, tappeti, feltri, pelli, selle e tutto quel che in quel giorno si fosse trovato nella sua camera e nel guardaroba, in modo che da questo capitale si facessero ulteriori divisioni  e l’erogazione dell’elemosina potesse arrivare a più persone. Ordinò che i beni della cappella, cioè del ministero ecclesiastico, sia quello che lui stesso raccolse, sia quello che gli pervenne per eredità paterna, restasse integro e non sopportasse nessuna divisione. Se tuttavia si trovassero vasi, libri o altri ornamenti, che certamente risultassero non essere stati donati da lui alla medesima cappella, chi volesse averli li compri a giusto prezzo e li abbia. Il medesimo si faccia anche dei libri di cui raccolse nella sua biblioteca grande abbondanza, cioè che chi voglia averli li compri a giusto prezzo, e il prezzo sia donato ai poveri.

Fra gli altri tesori e denaro, consta che vi sono tre mense d’argento e una d’oro, di particolare grandezza e peso. Delle quali stabilì e decretò che una di queste, che in forma quadrangolare contiene una descrizione della città di Costantinopoli, sia portata a Roma alla basilica del beato Pietro, fra gli altri donativi che le sono stabiliti, e un’altra, che in forma ritonda rappresenta l’effigie di Roma, sia offerta al vescovo della chiesa di Ravenna. Stabilì poi che la terza, che molto supera le altre per bellezza del lavoro e peso del metallo, e che comprende in tre cerchi tutta la descrizione del mondo in figura minuta e sottile, e quella d’oro che chiamiamo la quarta, fossero di incremento a quella terza parte da dividersi fra i suoi eredi in elemosina.

Fece e definì questa costituzione e ordinazione davanti ai vescovi, abati e conti che allora poterono essere presenti, i cui nomi sono descritti in calce.

Vescovi: Hildibaldo, Richolfo, Arno, Wolfario, Bernoino, Laidrado, Giovanni, Teodulfo, Iesse, Heito, Waltgaudo.

Abati: Fridugiso, Adalungo, Engilberto, Irmino.

Conti: Walah, Meginheri, Otulfo, Stefano, Unruoco, Burchardo, Meginhardo, Hatto, Rihwino, Edo, Ercangario, Geroldo, Bero, Hildigerno, Hroccolfo.

Tutte queste cose suo figlio Lodovico, che per ordine divino gli successe, dopo aver consultato questo documento, si preoccupò di adempierle con somma devozione, dopo la sua morte, quanto più celermente potè.    

NOTA: 1- Questo è il testamento pubblico di Carlo Magno, re e imperatore, i cui tesori erano tutti contenuti nella sua camera e nel guardaroba, una ricchezza di modesta entità rispetto ai grandi tesori di Bisanzio e della stessa Roma. Da questo ultimo passo di Eginardo abbiamo la conferma dell’attenzione di Carlo verso i poveri, una attenzione che l’aveva spinto nel corso della vita ad una continua e largamente praticata assistenza, che aveva anche rischiato di mettere in crisi la cassa del palazzo. 2- Il prossimo 14°  capitolo conterrà il Capitulare de Villis; 3- Nel 15° ed ultimo capitolo, insieme ad una sintesi sulla figura di Carlo Magno come persona, e su ciò che rappresentò in ambito geopolitico al suo tempo, verrà brevemente illustrata una storia parallela, la storia frutto degli studi di Don Giovanni Carnevale e di suoi sodali, secondo la quale l’abbazia di San Claudio in territorio di Corridonia sarebbe la vera Aquisgrana.

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