mercoledì, Maggio 12, 2021
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La Grande Legge dell’Uno: le età della felicità

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“La Grande Legge dell’Uno” e un modo di ragionare storico del XX sec. detta anche “la mentalità per cui tu debba essere solo un tipo di persona e fare una sola cosa per il resto dei tuoi giorni”.

Possiamo avere sogni? Sì ma…coltivare uno solo! Dobbiamo rispettare parametri ben precisi che prevedono una sola ed unica direzione altrimenti la società ci considera out. Ma alla nostra felicità ci devono davvero pensare gli altri?

Già prima di diventare maggiorenne ti riempiono di convinzioni spesso “storico-personali”. Appena maggiorenne si sogna una vita diversa ma sembra che gli altri abbiano le coordinate della felicità: a 20 anni ti dicono che devi studiare o andare a lavorare. Se scegli di studiare ti dicono “che bello non fare nulla dalla mattina alla sera, eh”. Se poi studi qualcosa che la massa ritiene inutile, come Filosofia, Lettere o Storia, allora sei ufficialmente un bamboccione.

Ti chiedono ossessivamente quando prenderai questa benedetta laurea, facendoti ben vedere quanto la ritengano un semplice capriccio. Il libro giusto per chi vuole trovare la propria strada nella vita. Se invece lavori è probabile che tu sia uno dei tanti ventenni sfruttati e sottopagati. Ogni tanto ti viene da pensare quale sia il senso di prendere insulti rinchiuso dentro un deprimente call center per €400 al mese oppure di lavorare dieci ore al giorno con un contratto da apprendista quando non stai apprendendo nulla ma ti stai solo spaccando la schiena per far guadagnare soldi a chi teoricamente dovrebbe insegnarti qualcosa.

Ma guai a lamentarti, non vorrai mica sembrare un bambino viziato: ti dicono che devi essere grato di aver un lavoro, seppur miserabile. E ti senti un fallito totale quando poi il contratto non te lo rinnovano, ti senti un incapace che non è nemmeno riuscito a tenerselo quel lavoro miserabi Alla fine, che tu stia studiando o lavorando, a 20 anni vai in confusione, ti deprimi e finisci per vivere con il solo obiettivo di aspettare il sabato sera, quel momento in cui ti devasti e finalmente puoi spegnere il cervello. A 30 anni devi iniziare a comportarti da adulto.

Devi diventare serio e responsabile, anche se ciò significa rinunciare a tutti i tuoi sogni di felicità. C’è di mezzo la carriera, c’è di mezzo il prestigio. Ti dicono di dare il massimo, perché è a questo punto che si decide tutto. Tu non capisci cosa intendano ma esegui: ti preoccupi solo di soddisfare le aspettative di successo più comuni. Fare carriera, aumentare il conto in banca, avere tanti oggetti da sfoggiare, essere il migliore sul posto di lavoro, trovare una persona qualsiasi da avere al proprio fianco pur di non restare (e soprattutto sembrare) solo/a. Ti dicono di sacrificarti e lo fai.

Ti dicono che sei giovane e fare le ore piccole in ufficio è normale e lo fai. Ti dicono che avrai tempo, un domani, per goderti la vita e ci credi. Quando perdi le motivazioni e ti viene voglia di mollare tutto, ti dicono che la concorrenza è spietata. Che qualcun altro è pronto a prendere il tuo posto, che sia sul lavoro o nella relazione di coppia. Ti fanno credere che i soldi che guadagni non siano mai abbastanza, che l’asticella si possa sempre alzare ancora un po’.

Così alla fine, pieghi la testa e obbedisci. Continui a correre senza sosta, giorno dopo giorno, senza nemmeno renderti conto del passare del tempo. Poi arriva la domenica sera, ti prende l’ansia e la tristezza scende sul tuo quadrato di vita. In quei momenti ti chiedi se ci sia un traguardo alla fine di tutto questo correre oppure se sia solo una bastarda illusione. Ma poi capisci che porti queste domande scomode ti renderebbe un diverso, un outsider.

Hai paura di restare da solo e allora trovi un po’ di falso conforto nel “mal comune mezzo gaudio”: in fondo tutti quelli che hai intorno a te sono un po’ depressi.

A 40 anni ci sono due possibilità: hai un partner o una famiglia di cui occuparti e per cui annullarti oppure non hai nessuno al tuo fianco e allora hai sicuramente qualche problema. Nel primo caso devi chiudere i tuoi sogni nel cassetto e gettare la chiave, perché ormai non hai più l’età. Se provi qualcosa di diverso la gente ti ride dietro e tutti i segnali ti dicono una sola cosa: arrenditi.

Ora hai perso la tua identità per diventare un genitore o un partner. Sei “il padre di” o “la moglie di“. Non c’è più spazio per te, sei sommerso di responsabilità. Se invece a 40 anni non hai un partner e/o dei figli, sei semplicemente strano/a.

Ti guarderanno con occhi pieni di compassione, come se avessi fallito su tutta la linea. Come se una donna senza marito e senza figli perdesse il suo essere donna, come se un uomo che non è padre fosse incompleto. In ogni caso, è probabile che seguendo un percorso di vita sicuro e comune tu abbia conquistato una vita che per molti è sinonimo di successo: hai una casa grande (col mutuo), hai un’automobile costosa, hai un armadio pieno di vestiti costosi e un televisore enorme.

Ma fosse finita qui! Il bello arriva a 50 anni, quando ormai nessuno più vi chiamerà ragazzi se non qualche pensionato “allegro, simpatico e assai goliardico” ed il il 90% di amici e parenti vi diranno che siete quasi arrivati alla pensione, e che tanto vale aspettare con lavoretti anche umili pur di prenderla quanto prima.

Se poi avessi anche qualche bel progetto ti diranno che le ambizioni sono per i ventenni e devi “metterlo da parte”, e quelle che a 30 anni ti descrivevano come la tua principesca ragione di vita, sono completamente sparite e ti cominceranno ad assalire i dubbi che aver dedicato i migliori anni della tua vita a rincorrerle non sia servito praticamente a nulla, dimenticando tutti i “tuoi potenziali” nei ricordi di amici e parenti.

Hai superato il “mezzo del cammin” della tua vita e ti ritornano in mente Dante e Leopardi in primi con “la strage delle illusioni”: meglio 40 anni vissuti intensamente che 80 anni per arrivarci.

A 60 anni ti dicono che la pensione è rimandata e diventa un incubo vero e proprio perché sembra pure ti si allontani e devi zitto attendere “maggior fortuna”.

Poi pensi di avere un angioletto protettore o meglio ancora il tuo inconscio che ti fa notare che te lo dicevano già dieci anni fa, ma tu non hai ascoltato. E non lo ascolti nemmeno quando ti dice che il tempo a tua disposizione non è eterno. A 70 anni ti diranno tutti che sei fortunato che sei in pensione anche se più che contare i soldi il primo del mese conti “gli acciacchi che aumentano”.

Una vita intera di lavoro, fatiche e sacrifici per arrivare a questo momento: lo scopo era quello? Inizi a pensare che fra una decina di anni forse sarai fra i più ricchi del piccolo cimitero del paese. Poi ridi e pensi “ma si dai sono felice ce la ho fatta”. Ora puoi finalmente… non fare nulla.

Proprio così: hai tanto tempo libero per non fare niente. Perché non hai più il fisico, non hai più le energie, non hai più la voglia. Dovresti essere felice, perché hai completato il percorso che tutti ti indicavano come giusto. Hai seguito tutte le istruzioni alla lettera ma hai la tremenda sensazione che non sia servito a molto. Ti senti maledettamente inutile e inadatto ma ci passi sopra più volte al di.

A 80 anni, come ha detto il Dalai Lama qualche anno fa in visita in Europa “se ci arrivi”, ti senti troppo vecchio per tutto. Tanto vale aspettare i titoli di coda. Mentre ripercorri la tua vita fatta di sacrifici e duro lavoro nel nome del dio denaro, delle apparenze e di tutto ciò che ti hanno sempre descritto come assolutamente “giusto“, vengono fuori i rimpianti. Ma cosa ci puoi fare, ormai? È andata e dirai o penserai “io ho già dato” dimenticando che nessuno ti dà la medaglia per i sacrifici fatti e la felicità era solo un fatto proprio e di nessun altro!”

RD Leo

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