sabato, Ottobre 16, 2021
Home > Italia > Indro Montanelli e Destà: la caduta delle statue e l’umana ricerca della verità da restituire alla storia

Indro Montanelli e Destà: la caduta delle statue e l’umana ricerca della verità da restituire alla storia

indro

di Anna Maria Cecchini


Elvira è giovane e bella, sfrontata quanto basta, coraggiosa e non indietreggia di fronte al mito, iconografia di quel giornalismo asciutto e lucido, lo scrittore : Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli e mitraglia, con l’audacia e la brutalità di chi ha deciso di perseguire la verità, costi quel che costi. Lo sparo : “Quindi lei ha violentato una bambina di 12 anni?”.

E’ il 1969, siamo negli studi di “ L’ora della verità “, programma condotto da Gianni Bisiach, poche battute seguono tra Elvira Banotti e Indro Montanelli, poi si chiudono le tende, come accade a teatro, la trasmissione viene interrotta, gli attori lasciano il palcoscenico ma la storia resta, un macigno con cui fare i conti prima o poi.

Indro proverà ancora, 10 anni più tardi. a ripercorrere quell’ episodio della sua giovinezza, intervistato da Enzo Biagi racconterà la sua avventura in Africa. 

“Ebbi due anni di vita all’aria aperta, bella, di avventura in cui credetti di essere un personaggio di Kipling“.

Nel 1935 l’Italia invade l’Etiopia. Indro lavora come giornalista per l’americana United Press, si propone come inviato in zona di guerra ma l’agenzia rifiuta, in quanto da italiano non avrebbe potuto essere obiettivo nei suoi servizi, decide allora di lasciare il suo impiego e si arruola.

Indro Montanelli ha 23 anni, non conosce nulla dell’Africa ma gli viene dato da subito il comando di un esercito indigeno composto da 100 uomini. Ad un certo punto Enzo Biagi durante l’intervista decide che è giunto il momento e introduce l’argomento controverso della sposa bambina.

Indro risponde: “Aveva 12 anni, a 12 anni quelle lì erano già donne. L’avevo comprata a Saganeiti assieme ad un cavallo e ad un fucile, tutto a 500 lire. Era un animaletto docile, io gli misi su un tucul (modesto edificio a pianta circolare, provvisto di un tetto costituito per lo più da argilla e paglia), con dei polli). 

Ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi, insieme alle mogli degli altri ascari..Arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita”.

Poche parole per descrivere il madamato, una pratica molto in voga nel 1936. Non un vero e proprio matrimonio ma un contratto sociale, una sorta di accomodamento pergiustificare la sopraffazione, il dominio autoritario del colonizzatore sull’ indigeno, dell’uomo sulla donna, dell’adulto sul bambino, del ricco sul povero, del libero sul prigioniero, del forte sul debole. Storia antica (?). 

“L’ animalino docile” aveva 12 anni ed aveva già subito l’infibulazione, per cui il giovane Indro dovette pazientare ed attendere che la madre convincesse la bambina a sottostare con comprensibile e naturale riluttanza, alle sue necessità, come ricorda al suo intervistatore. 

Che fine fece Destà? Nell’Aprile del 1937 il regime fascista, che tollerava il madamato, preferendolo ai rapporti occasionali con le prostitute, muta idea, definendolo rovinoso per l’integrità della razza e per il prestigio dell’Italia imperiale.

Al fine di scongiurare che le relazioni con le belle abissine sconfinassero sul sentimentale, venne emanato un decreto: “Sanzioni per rapporti di indole coniugale tra cittadini e sudditi” ove si prevedevano punizioni esemplari per gli italiani che non rispettavano il codice di comportamento “razziale” dei dominatori.

La cultura fascista in sostanza garantiva ai nostri avi di potersela “spassare” in trasferta, ma non ammetteva l’insorgere di “turbamenti d’anima” da parte del colonizzatore nei confronti delle fanciulle nere. Eppure alcuni hanno sfidato il decreto e sono stati processati. Indro no. 

La sposa bambina rimase con i suoi polli, abbandonata come tante altre, a chi interessa in fondo della sorte degli oggetti sessuali (?).
Nei giardini di Porta Venezia a Milano vi è la statua di Indro Montanelli, la scelta non è casuale, in questi stessi giardini è stato gambizzato dalle Br il 2 Giugno del 1977. Nella notte tra il 13 e il 14 Giugno due ragazzi hanno imbrattato con della vernice rossa la statua, ai suoi piedi hanno scritto RAZZISTA, STUPRATORE

Rete Studenti Milano e LuMe hanno rivendicato la paternità del gesto, scrivendo un post che accompagna la pubblicazione nei social del video che documenta l’azione. “Chiediamo ad alta voce e con convinzione l’abbattimento dellastatua a suo nome. Un colonialista che ha fatto dello schiavismo una parte importante della sua attività politica non può e non deve essere celebrato in pubblica piazza”. 

“Siamo convinti che senza una giusta revisione critica, la storia non possa definirsi tale. Essa va intesa come materia viva, soggetta a cambiamenti, e non possiamo fingere di non sapere che le statue che ne celebrano i protagonisti hanno una funzione sociale collettiva, perché occupano lo spazio pubblicorappresentando ciò che una classe dirigente decide di celebrare della propria storia”. 

Concludono: “Non possiamo accettare che vengano venerati come esempi da imitare personaggi che hanno fatto dello schiavismo, del colonialismo, della misoginia, del fascismo e del razzismo una mentalità con ben pochi ripensamenti “.

Il sindaco Beppe Sala ha risposto dai social che la statua non verrà abbattuta e che si provvederà a ripulirla, pur ammettendo il proprio disorientamento di fronte ai toni usati dal giornalista, nella narrazione della avventura giovanile in Africa e del suo matrimonio, durante la trasmissione “L’ora della verità” di Gianni Bisiach.

Ma Indro Montanelli è stato di più, continua Sala, “Un grande giornalista che si è battuto per la libertà di stampa, un giornalista indipendente e forse è stato gambizzato per questi motivi. Noi quando giudichiamo le nostre vite, possiamo dire che la nostra esistenza è senza macchie, senza cose che non rifaremmo? Io metto le mani avanti: la mia vita no, ho fatto errori, ho compiuto azioni che vorrei non aver mai commesso, ma le vite vanno giudicate nella loro complessità. Per tutti questi motivi io penso che la statua non debba essere deposta”.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright La-Notizia