venerdì, Agosto 14, 2020
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Anticipazioni per il Grande Teatro di Eduardo De Filippo in TV del 1° agosto alle 16.45 su RAI 5: “Napoli milionaria!”

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Anticipazioni per il Grande Teatro di Eduardo De Filippo in TV del 1° agosto alle 16.45 su RAI 5: “Napoli milionaria!”

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Un grande classico di Eduardo De Filippo, nella versione da lui diretta e interpretata nel 1962 e dalla quale, nel 1977, Nino Rota trasse un’opera musicale: è “Napoli milionaria!” che Rai Cultura propone sabato 1 agosto alle 16.45 su Rai5, nell’ambito dell’omaggio al grande interprete e drammaturgo a 120 anni dalla nascita. Tra gli interpreti, oltre a Con Eduardo, anche Regina Bianchi e Carlo Lima. 
Durante la Seconda Guerra Mondiale, una povera famiglia napoletana accetta compromessi discutibili pur di campare: la miseria materiale viene aggravata da quella morale, che permane anche dopo il termine del conflitto. Durante la guerra Gennaro Iovine mal tollera che la moglie Amalia traffichi nel mercato nero per campare, ma soprassiede. Durante la retata di un brigadiere, per evitare l’arresto della donna, l’uomo si finge morto, rimanendo immobile nel letto anche durante i bombardamenti. Da quel momento di lui si perdono le tracce. A guerra finita, Amalia si è ormai arricchita grazie a commerci illeciti; la figlia Maria Rosaria è incinta di un soldato americano tornato negli Usa, mentre il figlio Amedeo è un ladro di pneumatici. Gennaro riappare improvvisamente e si rende conto che la nuova miseria del Dopoguerra non è più economica, ma morale. Quando la figlia minore si ammala gravemente, l’unico ad avere la medicina è il ragioner Spasiano, finito sul lastrico per colpa di Amalia e che per vendetta non vuole darle il medicamento, ma infine acconsente. Provata dal dolore, la famiglia si redime e la piccola guarisce. 

Napoli milionaria! è una commedia del 1945 di Eduardo De Filippo, prima opera della raccolta Cantata dei giorni dispari.

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«Poche settimane dopo la liberazione mi affacciai al balcone della mia casa di Parco Grifeo, e detti uno sguardo al panorama di questa città martoriata: allora mi venne in mente in embrione la commedia e la scrissi tutta d’un fiato, come un lungo articolo sulla guerra e le sue deleterie conseguenze.»
(Eduardo.[1])

La commedia venne composta nel giro di poche settimane e fu messa in scena per la prima volta il 15 marzo 1945 al Teatro di San Carlo a Napoli. Nel 1950 venne girato un film con la regia dello stesso Eduardo De Filippo, che contribuì alla sceneggiatura e al cast cinematografico, basato sullo stesso soggetto della commedia. Come tutte le commedie di De Filippo anche questa fu rappresentata in molti paesi europei, ma la rappresentazione forse più importante fu quella di Londra nel 1972. La commedia divenne inoltre un dramma lirico in tre atti, con libretto di Eduardo De Filippo e musiche di Nino Rota, che debuttò il 22 giugno 1977 al Festival dei Due Mondi di Spoleto.

Dalla commedia è rimasta celebre la frase entrata nell’uso comune «Ha da passa’ ‘a nuttata»[2] (deve trascorrere la notte) nel senso di dover sopportare le difficoltà dell’esistenza con la speranza che si risolvano.

Trama

Il sipario ancora una volta, come accade in molte commedie di Eduardo, si apre su un palcoscenico quasi completamente al buio. È la vita della commedia umana che sta nascendo dal buio.

Siamo nel 1942, in un tipico basso napoletano si aggira ciabattando Maria Rosaria, la figlia di Gennaro Iovine, con un’enorme caffettiera napoletana.

Dopo poco compare il figlio Amedeo, stravolto dal sonno non del tutto soddisfatto, che chiede se il padre stia ancora dormendo. Gennaro è sveglio da tempo: prima per il bombardamento notturno, e ora per le grida di un litigio che si sta svolgendo fuori in strada dove si distingue la voce alterata di sua moglie Amalia che sta animatamente discutendo con una concorrente del rione per la vendita abusiva di caffè. Amalia infatti, si arrangia con la borsa nera e con la mescita casalinga del caffè a cui i napoletani non rinunciano neppure in questo secondo anno della guerra. Gennaro si rassegna ad alzarsi e mentre si sta radendo arrivano i primi avventori, tra cui il ragioniere Spasiano venuto per comprare, a caro prezzo, qualche alimento per la sua famiglia da Amalia, che lo sta praticamente dissanguando delle poche proprietà che ancora gli rimangono. Gennaro non è d’accordo con i traffici della moglie, ma capisce anche che senza quella vendita illegale la famiglia farebbe la fame; perciò, avvertito dell’imminente arrivo del brigadiere Ciappa, venuto per arrestarlo, si rassegna a fare la parte del morto, steso immobile e rigido sul letto sotto al quale è nascosta una notevole quantità di cibarie. I familiari, che hanno allestito una veglia funebre con tanto di monache salmodianti in latino maccheronico, e che nascondono pantaloni sotto la veste, tra pianti strazianti implorano il brigadiere di rispettare il morto e il loro dolore. Il brigadiere, che ha capito il trucco, insiste perché Gennaro la finisca con quella farsa, tanto più che sta avvenendo in quel momento un nuovo bombardamento che ha causato una fuga generale degli addolorati presenti. Il brigadiere tuttavia rispetta ammirato il coraggio del finto morto, che non muove un ciglio tra le esplosioni e le rovine delle case colpite dalle bombe, e gli promette che non lo arresterà. Il morto a quel punto risorge.

È passato del tempo: Napoli è stata liberata dagli Alleati. Il basso è stato rinnovato e ristrutturato. Amalia, vestita a festa e carica di gioielli ha fatto fortuna associandosi – ormai la guerra al sud è finita – in commerci poco puliti con Settebellizze (un autista e proprietario di autocarro) di cui quel giorno si festeggerà il compleanno e che nell’occasione propone alla donna di unire i loro sentimenti d’amore agli affari. Ma Amalia, anche se a malincuore, rifiuta perché è convinta che Gennaro, pur scomparso da diversi mesi, alla fine tornerà a casa.

La guerra ha lasciato le sue rovine e la famiglia Iovine si sta disgregando: la figlia Maria Rosaria, non più sorvegliata e guidata dalla madre, è rimasta incinta di un soldato statunitense che l’ha lasciata ed è tornato al suo paese; Amedeo ruba pneumatici delle auto insieme a Peppe ‘o Cricco, specializzato appunto ad alzare le auto con la spalla per sfilare le ruote.

Questa è la famiglia che ritrova Gennaro tornato inaspettatamente quel giorno di festa. Vorrebbe sfogarsi, raccontare le sue sofferenze e peripezie ma nessuno sta ad ascoltarlo, tutti vogliono festeggiare Settebellizze e non pensare più alle pene della guerra ormai finita. Gennaro lascia amareggiato la compagnia e preferisce stare vicino alla figlia più piccola, ammalata.

«La guerra è finita» ripetono tutti, Gennaro invece è convinto che ora si stia combattendo un’altra guerra: quella della povera gente che ha perso, per le sciagure attraversate, tutti i valori e l’onestà della vita precedente e che ora deve recuperare. Questo dice Gennaro al commissario Ciappa venuto ad avvertirlo che arresterà il figlio se lo sorprenderà quella stessa sera a rubare nuovamente. Gennaro, rassegnato, lo invita a fare il suo dovere. Ma una disgrazia più grande sta per abbattersi sulla famiglia: la piccola, ammalata, morirà se non si troverà una medicina che sembra essere introvabile in tutta Napoli. Tutti si sono mobilitati alla sua ricerca, ma non c’è niente da fare e Amalia, disperata, sospetta che la tengano nascosta per farne alzare il prezzo: anche lei ha fatto così per la vendita delle sigarette, ma qui si tratta di una vita umana. La medicina la porterà il ragioniere Spasiano, ormai ridotto sul lastrico dalla stessa Amalia, che l’ha dovuta usare per i suoi figli: la darà ad Amalia senza pretendere niente in cambio ma facendole notare che, quando si trattava di non far morire di fame i suoi figli, Amalia non era stata altrettanto generosa, non pensando che «Chi prima, chi dopo, ognuno deve bussare alla porta dell’altro».

La bambina si salverà se supererà la nottata. Intanto Amedeo, rinsavito, non è andato a rubare e tornerà a lavorare onestamente mentre Maria Rosaria resterà in famiglia con il suo bambino. Anche Amalia ha capito di avere sbagliato a farsi prender dalla brama del denaro ed ora piange sui suoi errori confortata dal marito: «Mo avimm’aspetta’, Ama… S’ha da aspetta’. Comme ha ditto ‘o dottore? Deve passare la nottata.»[3]

Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994 al 2015 ha collaborato regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero, Il Resto del Carlino, La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Nel 2009 è direttore del quotidiano teramano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Ora direttore della testata giornalistica on line la-notizia.net

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