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Il film nel pomeriggio in TV: “Music Box – Prova d’accusa” martedì 18 agosto 2020

film music box

Il film nel pomeriggio in TV: “Music Box – Prova d’accusa” martedì 18 agosto 2020 alle 16:50 su IRIS /Canale 22)

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Music Box – Prova d’accusa (Music Box) è un film del 1989 diretto da Costa-Gavras con Jessica Lange,Armin Mueller-Stahl, Frederic Forrest e Michael Rooker,

Nel 1990 la pellicola valse una nomination al premio Oscar come miglior attrice protagonista a Jessica Lange.

La famiglia Lazlo, di origine ungherese, vive tranquilla a Chicago finché il nonno, Mike Lazlo, non viene accusato di essere un criminale di guerra nazista che commise omicidi e stragi in Ungheria. Sua figlia, Ann Talbot, ex moglie del figlio di un illustre avvocato, in passato al servizio dell’Office of Strategic Services proprio durante la seconda guerra mondiale, è lei stessa un avvocato e decide perciò di difendere personalmente il padre che si dichiara vittima di un complotto comunista.

Anche l’opinione pubblica comincia naturalmente a interessarsi del caso e, mentre gruppi di attivisti iniziano sit-in di protesta davanti a casa Lazlo, altri cominciano invece a manifestare il loro sostegno all’imputato, ritenendo che tutte le accuse contro di lui siano semplicemente una messinscena allestita dal governo ungherese. Mike è costretto ad ammettere, dapprima alla figlia e successivamente alla Corte, di essersi arruolato nella gendarmeria ma di aver svolto esclusivamente mansioni d’ufficio poiché provava disgusto per ciò che facevano gli affiliati all’organizzazione filo nazista delle Croci frecciate, sostenendo di non aver mai partecipato ad alcun crimine; ammette inoltre di essere entrato illegalmente negli Stati Uniti d’America mentendo sulla propria identità ma solo per sfuggire alle persecuzioni che i comunisti attuavano in patria contro i membri della gendarmeria.

Ha inizio il dibattimento, che vede sfilare i vari testimoni dell’accusa. Una teste afferma che un giorno Mischa e un suo compagno fermarono una donna per strada accusandola di essere ebrea e al suo diniego la uccisero comunque insieme al suo bambino. Un altro racconta di essere stato prelevato al ghetto di Budapest da una squadriglia nazista di cui faceva parte anche l’uomo conosciuto come Mischa, che dopo aver colpito sua madre, impossibilitata a camminare, con il calcio del fucile alla testa, fece legare le rimanenti persone a gruppi di tre con del fil di ferro. Queste furono poi gettate nel fiume, sparando a una di loro; il testimone sopravvisse, riuscendo a slegarsi, ma perse quel giorno tutta la sua famiglia. Infine una donna racconta di come venne avvicinata, ancora adolescente, da Mischa e dagli altri, rapita e condotta a forza in una stanza dove fu violentata a turno e successivamente costretta, in mezzo alla neve, a fare delle flessioni sopra una baionetta.

Il processo, ampiamente seguito dai mass media, viene inevitabilmente spostato sul versante politico: i tre testimoni chiave vengono screditati perché iscritti al partito comunista o con parenti iscritti al partito; il giudice accoglie frequentemente le obiezioni della difesa respingendo quelle dell’accusa e infine si trova un teste che racconta di come il KGB avesse dato vita all’Operazione Arlecchino che consisteva nel creare documenti falsi per screditare persone sgradite. Poiché Mike Lazlo, cinque anni prima, si era “fatto notare” per aver contestato pubblicamente un balletto ungherese in tournée in America, si ipotizza che sia vittima di tale macchinazione anche quando vengono prodotte prove documentate che lo considerano affiliato al nazismo.

Ann viene tuttavia a sapere dalla sua assistente investigativa che suo padre ha inviato molti soldi in Ungheria a un uomo caratterizzato da una vistosa cicatrice, il quale potrebbe essere proprio l’amico di cui parlano i testimoni e l’unica ipotesi che appare plausibile è che questi, rimasto a Budapest, abbia continuato a ricattare per anni Mike Mitscha Lazlo. L’ultimo atto dell’inchiesta prevede una trasferta a Budapest per interrogare sul posto il quarto testimone, impossibilitato a muoversi per motivi di salute. Ann riesce a delegittimarlo e l’avvocato dell’accusa, che si sta avviando a perdere la causa, parla per l’ultima volta con lei, esortandola ad avere almeno dei dubbi, che comunque già nutre.

La donna si reca al “ponte delle catene” e in altri luoghi della memoria e fa visita alla sorella dell’amico del padre; in una fotografia appesa alla parete vede che il fratello aveva la vistosa cicatrice sul volto descritta dai testimoni. L’anziana le consegna la ricevuta di un banco dei pegni di Chicago, chiedendole di riscattarvi un oggetto. Una volta tornata in America, ormai in preda ai dubbi, Ann si reca al banco dei pegni per ritirare quell’oggetto: è un carillon, e dopo averlo azionato trova al suo interno delle foto che ritraggono suo padre accanto alle vittime delle violenze della sua squadra della morte.

Traumatizzata, lei stessa decide di riaprire il caso, consegnando il carillon all’avvocato come prova d’accusa contro il padre che però, posto davanti all’evidenza, perde la consueta bonarietà e riassume l’antica arroganza, minacciando la figlia, che si rifiuta di fargli rivedere il nipotino. Pochi giorni dopo, le prime pagine dei quotidiani riportano le immagini e il nuovo stato d’accusa e Ann decide di spiegare a suo figlio tutta la verità, per quanto dolorosa possa essere.

Regia di Costa-Gavras

Con: Jessica Lange, Armin Mueller-Stahl, Frederic Forrest e Michael Rooker

Fonte: WIKIPEDIA

Redazione
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