lunedì, Settembre 28, 2020
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Referendum, tutti compatti a favore del Sì (più o meno)

sì

Anche il PD  si schiera a favore del Sì al taglio dei parlamentari. Dopo settimane di discussioni interne e indecisioni, la direzione nazionale ha infatti approvato la proposta del segretario Nicola Zingaretti in favore della riduzione degli eletti. 

Il 20 e il 21 settembre gli elettori saranno chiamati alle urne votare per il referendum costituzionale confermativo relativo alla riduzione del numero dei parlamentari e per le elezioni suppletive del Senato della Repubblica, per le regionali e le comunali.

Sia i partiti di governo, sia i partiti di opposizione questa volta sono tutti (più o meno) dalla stessa parte, fatta eccezione per Italia Viva, che ha lasciato la libertà di voto, e Forza Italia che rimane orientata per il no (Silvio Berlusconi, dopo aver definito “demagogia” la riduzione del numero dei parlamentari senza una “riforma organica” della Costituzione, si è affrettato a pronunciarsi per la libertà di voto).

Pollice verso infine da Carlo Calenda, leader di Azione, e da Più Europa, che dopo il no della Corte costituzionale al ricorso contro l’election day ha deciso di rivolgersi alla Cedu.

Certo, se si doveva ipotizzare una convergenza così forte (almeno tra i partiti più influenti per ciò che concerne maggioranza ed opposizione – ed almeno ufficialmente), come mai non si è precedentemente manifestata con le votazioni effettuatesi nelle due Camere?


Si parla di risparmio, poi si indice un referendum che costa centinaia di milioni di euro, per poi avere da tutti i partiti e movimenti politici la stessa indicazione?

Il taglio dei parlamentari è previsto dalla riforma approvata in Parlamento in ottobre: quasi tutti i partiti un anno fa hanno votato sì, compatti. In tutti i partiti, oggi, c’è però chi fa campagna per il no (spesso smentendo il proprio voto in Aula). Insomma, tutto ed il contrario di tutto.


Le affermazioni di Zingaretti e le decisioni del PD, che fino a ieri erano orientate al NO, non lasciano margini al dubbio e non fanno che evidenziare la incredibile situazione che si è venuta a creare in Italia e il sempre più totale scollamento tra la popolazione ed i palazzi di potere.


Se da un lato, infatti, la proposta del M5S ha una sua identità, supportata da Fratelli d’Italia che fin da subito si è schierato a favore, e infine anche dalla Lega, il no più deciso è risultato provenire nel tempo dalla sinistra, ed in particolare dal PD.

Il cambio di governo ha tuttavia cambiato le carte in tavola e se la Lega è rimasta coerente, almeno sulla carta, riguardo alle decisioni iniziali, Zingaretti ha evidentemente cambiato fronte.


Riporta l’ANSA : “Il segretario del Pd Nicola Zingaretti propone il voto positivo al referendum, respingendo le “motivazioni banali” e spiegando che il motivo principale sta nel fatto che a questo atto possono seguire
altre riforme”.

Aggiunge il Ministro Dario Franceschini :”Si al referendum non è punto di arrivo, deve essere il punto di partenza per riforme più larghe costituzionali. Il referendum può essere la partenza di una seconda parte
della legislatura che provi a completare un percorso di riforme costituzionali che vada oltre i confini della maggioranza, includendo anche le forze di opposizione”.

Da Adnkronos rileviamo ancora : “E’ generico e anche un po’ strumentale prevedere che dalla vittoria del Sì partirebbe un vento populista inarrestabile, un pericolo per la democrazia”. Questo sostiene il segretario del Pd.

E aggiunge: “C’è un sovraccarico di politicizzazione che abbiamo prodotto un po’ tutti. Certo ci sarebbero difficoltà, ma credo che se dovessero prevalere i No, non cadrebbe il governo”.

Rileviamo poi, su Tgcom 24 che, secondo Zingaretti il Pd dopo il taglio dei parlamentari proporrà il superamento del bicameralismo perfetto per l’introduzione di un bicameralismo differenziato. Zingaretti ha quindi
fatto sua la proposta di Violante di una raccolta di firme per una proposta di legge di iniziativa popolare per il bicameralismo differenziato.

Per il cittadino quindi la confusione regna sovrana.

Ovviamente, in caso di vittoria dei sì (senza quorum) sì darà il via libera alla riduzione del numero dei parlamentari, con la modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione. È un taglio lineare, che non tocca le funzioni di Camera e Senato (il bicameralismo paritario): il numero dei deputati passa dagli attuali 630 a 400, quello dei senatori eletti da 315 a 200. Cifre che includono i parlamentari eletti all’estero: con la riforma 8 deputati (oggi sono 12) e 4 senatori (oggi sono sei).

Tuttavia, ancora una volta, non si innesca un ragionamento ponderato e costruttivo che indichi una strada da percorrere con precise finalità, ma l’approssimazione indefinita, cosa che nella politica italiana trova
evidenza e sfogo in quello che possiamo definire “tifo da stadio”.

C’è forse da augurarsi forse che il popolo Italiano mantenga invariati gli assetti costituzionali, rimandando le scelte determinanti quando ci sarà più chiarezza, se mai ci sarà?

Di certo la vittoria del sì sarebbe un risultato importante per il M5S, nella speranza (per il MoVimento) che questo sia sufficiente a garantirne la sopravvienza.


Ettore Lembo

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