sabato, Gennaio 22, 2022
Home > Anticipazioni TV > Il film cult stasera in TV: “La grande bellezza” venerdì 20 novembre 2020

Il film cult stasera in TV: “La grande bellezza” venerdì 20 novembre 2020

film la grande bellezza

Il film cult stasera in TV: “La grande bellezza” venerdì 20 novembre 2020 alle 21 su Iris (Canale 22)

La grande bellezza.JPG

La grande bellezza è un film del 2013 diretto da Paolo Sorrentino ed interpretato da Toni Servillo, Carlo Verdone e Sabrina Ferilli.

La sceneggiatura è stata scritta dal regista assieme a Umberto Contarello.

È stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2013.[1] Ha vinto il Premio Oscar come miglior film straniero[2] del 2014, il Golden Globe e il BAFTA nella stessa categoria, quattro European Film Awards, nove David di Donatello (su 18 nomination), cinque Nastri d’Argento e numerosi altri premi internazionali.[3]

Il film si apre con una citazione da Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, che funge da chiave di lettura introduttiva per il “viaggio” narrato ne La grande bellezza: «Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato, è un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi, è dall’altra parte della vita».[4][5][6]

«A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?”. Ero destinato alla sensibilità. Ero destinato a diventare uno scrittore. Ero destinato a diventare Jep Gambardella.»

Jep Gambardella è un navigato giornalista di costume e critico teatrale, un uomo affascinante, impegnato per lo più a vagare tra gli eventi mondani di una Roma immersa nella bellezza della sua storia e nella superficialità dei suoi abitanti d’oggi, in un contrasto impietoso. Cimentatosi in gioventù anche nella scrittura creativa, è autore di una sola opera, L’apparato umano. Nonostante gli apprezzamenti e i premi ricevuti,[7] Gambardella non ha più scritto altri libri, non solo per sua pigrizia, ma soprattutto per un blocco creativo da cui non riesce a uscire[8]. Col tempo, lo scopo della sua esistenza è diventato quello di trasformarsi in “un mondano”, ma non un mondano qualunque, bensì “il re dei mondani”, come lui stesso confessa: «Quando sono arrivato a Roma, a 26 anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che potrebbe essere definito “il vortice della mondanità”. Ma io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. E ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire».

Partecipa ogni notte a un teatrino confuso e annoiato di amici intimi e compagni di sventure («Siamo tutti sull’orlo della disperazione, non abbiamo altro rimedio che guardarci in faccia, farci compagnia, prenderci un po’ in giro…»), tra cui Romano, scrittore teatrale mai realizzato e perennemente al guinzaglio di una giovane donna che lo sfrutta; Lello, ricco venditore all’ingrosso di giocattoli dalla parlantina sciolta e marito infedele di Trumeau; Viola, facoltosa borghese e madre di un figlio affetto da gravi problemi psichici di nome Andrea che si suiciderà schiantandosi volontariamente con l’auto (uno tra gli eventi che avrà un ruolo nel cambiamento di Jep forse perché, come sembra più chiaro nella versione estesa, Jep risulta essere suo padre)[9]; Stefania, egocentrica scrittrice radical chic; Dadina, la direttrice nana del giornale su cui Jep scrive.

Anche la vita culturale non è più in grado di fornirgli stimoli, come quando assiste a un’esibizione di un’osannata artista bambina [10] e ne mette in evidenza l’inconsistenza intellettuale.

Una mattina, tornando da uno di quegli insipidi salotti, incontra il marito di Elisa, donna che un tempo era stata il suo primo (e probabilmente unico) amore: l’uomo lo attende davanti alla porta di casa per annunciargli, piangente, che Elisa è morta, lasciando dietro di sé solo un diario chiuso da un lucchetto, che l’uomo ha violato, in cui la donna narra dell’amore, mai perduto, verso Jep; il marito ha scoperto così di essere stato, per 35 anni, nient’altro che “un buon compagno”. Il marito di Elisa ora afflitto e addolorato, ben presto, però, troverà consolazione nell’accoglienza affettuosa della sua domestica straniera.

Quest’episodio, unito al compimento del suo 65º compleanno, spinge Jep a una profonda e malinconica rivisitazione della sua vita, a una lunga meditazione su sé stesso e sul mondo che lo circonda, e soprattutto innescano in lui un pensiero che, probabilmente, albergava nascosto in lui da molto tempo, quello di cimentarsi ancora nella scrittura: «Ho una mezza idea di riprendere a scrivere», confida al suo amico Romano.

Roma diventa così teatro onirico di feste, vignette, presagi e incontri casuali, da Ramona, spogliarellista dai segreti dolorosi, al cardinale Bellucci, in cui è più viva la passione per la cucina che per la fede cattolica; ma, soprattutto, diventa il vero palcoscenico di Jep, sempre più convinto della futilità e dell’inutilità della sua esistenza. Il sogno di recuperare la sua identità di scrittore e letterato, di ritornare a quell’innocente bellezza del primo amore adolescenziale, sembrano infrangersi di fronte allo spettacolo aberrante e miserabile con cui Jep ogni sera deve e vuole confrontarsi.

Ben presto anche il suo “circolo vizioso” si rompe: Ramona, con cui aveva instaurato un rapporto innocente e profondo, muore per un male inguaribile; Romano, deluso dall’ingannevole attraenza di Roma, lascia la città salutando solo Jep; Stefania, umiliata da Jep che le aveva rivelato i suoi scheletri nell’armadio e le sue menzogne in faccia, abbandona il circolo mondano di Jep (rincontrandolo solo in seguito); Viola invece, dopo la morte del figlio, dona tutti i suoi beni alla Chiesa cattolica e diventa una missionaria in Africa.

La povertà di contenuti che continua a scorgere in queste feste trash e volgari lo induce infine, in un momento di ebbrezza, a un’amara confessione a cuore aperto: «Mi chiedono perché non ho più scritto un libro. Ma guarda qua attorno. Queste facce. Questa città, questa gente. Questa è la mia vita: il nulla. Flaubert voleva scrivere un romanzo sul nulla e non ci è riuscito: dovrei riuscirci io?». Sembra il segno di un fallimento durato un’intera vita: «Ho cercato la grande bellezza e non l’ho trovata» dice il protagonista.

Ma proprio nel momento in cui le speranze sembrano abbandonarlo definitivamente, ecco che l’illuminazione arriva: dopo un incontro, spinto da Dadina che vuole ottenere un’intervista, con una “Santa”, una missionaria cattolica nel terzo mondo, Jep si reca all’Isola del Giglio per un reportage sul naufragio della Costa Concordia[11]. E proprio qui, ricordandosi del suo primo incontro con Elisa in un flashback, si riaccende in lui un barlume di speranza: il suo prossimo romanzo è finalmente pronto per venire alla luce.

Sullo sguardo finalmente sereno di Jep, che osserva sorridente l’alba romana, si chiude il film, sulle note di The Beatitudes di Vladimir Martynov, suonato dal Kronos Quartet.

Regia di Paolo Sorrentino

Con: Toni Servillo, Carlo Verdone e Sabrina Ferilli

Fonte: WIKIPEDIA