sabato, Giugno 19, 2021
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Covid-19, test sierologici e immunità: proviamo a fare chiarezza

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Covid-19, test sierologici e immunità: proviamo a fare chiarezza

Sul tema Covid-19 esiste sicuramente, soprattutto a livello popolare, una grande confusione, ingenerata sicuramente da una grande pluralità di informazioni, che può capitare siano anche non allineate tra loro.

Fortunatamente vengono in nostro aiuto, per fare chiarezza quando ce n’è bisogno, professionisti che, fortemente preparati, preferiscono costruire dei percorsi informativi per la loro piccola utenza che amplificano poi attraverso i social.

Così il Dott. Raffaele Siniscalchi, farmacista, il quale ci ha già autorizzato a diffondere a mezzo stampa il post da lui pubblicato sui test sierologici.
Lo aveva già fatto in precedenza in un altro articolo da noi pubblicato, proprio per cercare di fare un minimo di chiarezza nel mare di confusione e di diffidenza generale che si è creata.
Riportiamo quindi il testo integrale che il dott. Siniscalchi, nel rispetto del suo ruolo etico e non commerciale, pur essendo titolare di farmacia privata, ha voluto scrivere.
“Test sierologici: affidabilità e utilità. Sarà la paura per se e/o per coloro che ci sono vicini (parenti/congiunti/affini, scegliete voi la qualifica più
confacente), sarà perché è di tendenza scimmiottare quanto viene proposto ed eseguito a livello governativo, fatto sta che anche in piccole realtà paesane gli amministratori locali hanno promosso quanto attuato in realtà metropolitane più grandi e territori con concentrazioni abitative maggiori.

Quindi test per l’individuazione del SARS-CoV-2 a iosa, senza alcun criterio preventivo di selezione e con il risultato di ingenerare una gran confusione nella popolazione, povera di conoscenze in merito e, allo stato attuale, anche di risorse economiche, a causa della chiusura di tantissimi esercizi commerciali e servizi che l’epidemia di positivi (ma non tutti infettivi!) ha ingenerato a seguito dei risultati ai test. Ma a quali test? Forse sarebbe opportuno fare un po’ di chiarezza in merito!

Il 29 aprile 2020, in una pubblicazione sulla prestigiosa rivista Nature Medicine, uno studio confermava lo sviluppo degli anticorpi in tutti i pazienti che si sono ammalati di COVID-19. In pratica veniva dichiarato, in tale pubblicazione, che soggetti che avevano superato la malattia possedevano immunoglobuline per impedirne una successiva infezione. Cioè avevano ottenuto l’immunizzazione che, disperatamente, si tenta di raggiungere con un vaccino. Tale scoperta, come è ovvio, schiude alla possibilità di realizzare test sierologici per l’individuazione di anticorpi specifici nella popolazione.

Ma nel contempo ci sono delle domande che meriterebbero risposta:
a) quanto dura l’immunità?
b) qual è il grado di affidabilità dei test?
c) quale utilità ha testare la popolazione?
Sono domande il cui parere dovrebbe giungere da chi si prodiga a dare consigli ai cittadini, proponendo i test sierologici, per “ripartire in sicurezza”. Dimentico forse che, al di la di un inutile quadro epidemiologico
locale finalizzato più a ottenere un plauso per “aver fatto qualcosa”, nulla apporta alla soluzione emergenziale se all’evidenza della malattia non si aggiungono cure e assistenza adeguate. Ma ritorniamo ai test sierologici!
Ne esistono tre tipologie: qualitativi, semi-quantitativi, quantitativi e si differenziano nella metodologia e modalità di analisi:

  • Nei test qualitativi si stabilisce solo se una persona ha sviluppato o meno degli anticorpi
    (positivo/negativo); sono test rapidi, in cui è sufficiente una goccia di sangue, che viene esaminata in un kit
    portatile e si ottiene riscontro immediato.
  • Nei test quantitativi vengono dosate le quantità di anticorpi e richiedono un prelievo di sangue e uno
    specifico analizzatore in dotazione alle strutture sanitarie.
    Ma sono affidabili?
    Anche qui, la risposta dipende da alcune variabili.
    I test qualitativi (positivo/negativo) hanno grandi limitazioni in base al cut-off che viene definito, ovvero la soglia che stabilisce il limite di separazione tra positività e negatività al test.
  • Quindi in una situazione border-line, un test può dare risposta positiva mentre, un altro, negativa! Discorso diverso per i test quantitativi, che hanno un elevato grado di affidabilità e accuratezza, utilizzano
    sistemi di rilevazione con chemiluminescenza (CLIA) oppure sistemi immunoenzimatici (ELISA). Diversi i test sierologici quantitativi hanno ottenuto l’EUA (Emergency use authorization) dalla Food and Drug
    Administration americana e possono essere utilizzati in tutto il mondo.
    Ma cosa misurano i test sierologici? Come già enunciato, la presenza di anticorpi specifici (SARS-CoV-2) , individuandoli per qualità e quantità.
    Delle cinque tipologie di anticorpi prodotti dal sistema immunitario (IgM – IgG – IgA – IgD – IgE), quelle
    prese in considerazione sono due:
  • IgM: prodotti nella fase iniziale, solitamente appaiono al 4°-6° giorno dalla comparsa dei sintomi della
    malattia e, dopo qualche settimana, scompaiono;
  • IgG: prodotti più tardi (9°-12° giorno), rimangono all’interno dell’organismo per periodo più lungo.

Quindi, dall’enunciato, si comprende bene che anche il tempo in cui viene effettuato il test sierologico, per determinare o la malattia o la presenza di un’immunità anticorpale, è di primaria importanza per una
corretta esecuzione e validazione della risposta all’indagine di screening.
Per gli anticorpi IgG, indicativi dell’immunità, vi è un aperto dibattito nella comunità scientifica. Infatti si sono osservate grandi differenze tra chi è stato ammalato molto gravemente e chi ha avuto la malattia in forma lieve o paucisintomatica. In tali soggetti la quantità di anticorpi rilevati era variabile e la loro presenza nel tempo è un tema dibattuto e poco chiaro.

Le conoscenze sul COVID sono ancora scarse per cui la realtà potrebbe essere ben diversa dalle attuali ipotesi. Ciò che è certo, però, è che non stiamo parlando di una malattia che garantisce l’immunità per tutta
la vita; come quando si contrae il morbillo o la rosolia, ovvero la certezza che la malattia non tornerà più o che un vaccino ci salverà per sempre dall’infezione!

Ma allora, la “patente di immunità”, ampiamente sbandierata dai media per certificare una persona guarita dalla malattia, cosa sarà? Definita, addirittura, da alcuni “professori” come un “privilegio” per coloro che si
sottoporranno (volontariamente) alla vaccinazione, finalizzandola alla possibilità di maggior (non totale!) libertà di movimento e accesso a vari sevizi (cinema, teatri, ristoranti, voli aerei e quant’altro). Il test sierologico ha quindi una validità temporanea. Tantissimi, se non la maggioranza dei ricercatori in tutto il mondo, sono concordi nello stimare la validità
della presenza anticorpale non per anni, ma per mesi, come successe già con il SARS-CoV-1. Il SARS-CoV-2 è un betacoronavirus e come per altri betacoronavirus, l’immunità è solo momentanea!
Alcune persone sono più protette di altre perché esposte “naturalmente” ad agenti patogeni. L’organismo ha scatenato una risposta adattativa e ha prodotto delle specifiche molecole (interferoni). Studi in questo
campo sono stati avviati in diversi paesi. Mi viene in mente quanto mi suggerì un amico veterinario a tal proposito. Essendo egli a contatto con
animali, anche domestici (cani e gatti), serbatoi di coronavirus non infettivi per l’uomo, molto probabilmente, questa l’ipotesi, aveva sviluppato quelle specifiche difese (derivanti da interferenza virale) che lo mettevano al sicuro dal contrarre patologie addotte da coronavirus simili, patogeni per l’uomo.

La conclusione di quel discorso fu: “amate i vostri animali domestici e non abbandonateli, ma abbiatene cura. Potrebbero essere per voi una risorsa, se non anche la salvezza”! Concludendo, per non annoiare il lettore che ha avuto la bontà e curiosità di leggere fin qui, per diagnosticare l’infezione da Covid-19 attiva, l’unico strumento utile è l’analisi molecolare effettuata su secrezioni prelevate con tampone naso-faringeo.

La sierologia, infatti, non aiuta nella diagnostica, ma solo nella parte prognostica e a livello epidemiologico; per capire come si è mosso il virus e se rimarrà. Per una diagnosi corretta vanno realizzati i tamponi, alla comparsa dei sintomi (positivo) e a conclusione della malattia, accertata con un doppio tampone negativo al Covid-19. Solo dopo ha senso realizzare il test sierologico.”


Ettore Lembo

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