martedì, Gennaio 26, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Melville del 5 gennaio alle 15.45 su Rai 5: “La rappresentazione della terribile caccia alla balena Moby Dick – 2° puntata”

moby dick

Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Melville del 5 gennaio alle 15.45 su Rai 5: “La rappresentazione della terribile caccia alla balena Moby Dick – 2° puntata

Moby Dick - Wikipedia

Per lo spazio “Stardust Memories”, che offre in versione restaurata i grandi classici del teatro delle Teche Rai, Rai Cultura propone oggi martedì 5 gennaio alle 15.45 su Rai 5 la seconda puntata dello spettacolo “Rappresentazione della terribile caccia alla balena bianca Moby Dick”. Adattamento da “Moby Dick” di Herman Melville firmato da Roberto Lerici, con la regia di Carlo Quartucci, viene così definito dallo stesso Lerici: «Non è un tentativo di illustrazione, di trascrizione pura e semplice del romanzo, piuttosto una ricerca dei significati più autentici ed attuali del romanzo. L’avventura c’è, persino dilatata, mai ricostruita tuttavia con pretese di realismo: è la cornice, non la sostanza. Le cacce alla balena vivono sul teleschermo più nella ingenua drammaticità di certe stampe popolari che nella documentaristica evidenza degli inserti filmati». Delle vicende del Pequod, del Capitano Achab, del giovane Ismaele e dei suoi compagni di navigazione e caccia, permane, nell’allestimento scenico di Quartucci, proprio questo: il dramma, l’ossessione, il delirio, la fascinazione per l’ignoto, il miraggio, il sogno, dimensioni dell’essere e del sentire che solo il mezzo teatrale può restituire per mezzo della finzione, dichiaratamente tale. 

Moby Dick o La balena (Moby-Dick; or, The Whale) è un romanzo del 1851 scritto da Herman Melville. È considerato un capolavoro della letteratura americana della cosiddetta American Renaissance.

La storia è quella della nave condannata ad essere affondata da una balena gigante: il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di balene e capodogli, e in particolare dell’enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo, verso la quale Achab nutre una smisurata sete di vendetta.

Storia editoriale

Il libro fu pubblicato in due versioni differenti nel 1851: in ottobre a Londra – dall’editore Bentley – col titolo The Whale (“La balena”) con modifiche fatte dall’autore e dall’editore per emendare il testo dalle parti considerate oscene, blasfeme e dalle ironie verso la Corona britannica; in novembre a New York – presso l’Editore Harper & Brothers – col titolo definitivo Moby-Dick, or The Whale (“Moby Dick, ossia la balena”), ma soggetta a vari passaggi di mano ed errori di copiatura.

Il romanzo, scritto in un anno e mezzo, fu dedicato all’amico Nathaniel Hawthorne. Il libro non piacque ai contemporanei e fu un fallimento commerciale[1]. Il fiasco di critica e pubblico – ad eccezione di Hawthorne, che plaudì all’opera – determinò la fine della carriera letteraria di Melville: alla sua morte, nel 1891, l’opera era fuori stampa, e ne erano state vendute circa 3200 copie.[2]. Il romanzo fu riscoperto solo negli anni Venti del Novecento[3], collocandolo ai vertici della letteratura mondiale. L’opera di rilancio di Moby Dick si deve a D. H. LawrenceCarl Van Doren e Lewis Mumford (su The New Republic, 1928).[4]

Moby Dick fu tradotto in italiano per la prima volta nel 1930 dallo scrittore Cesare Pavese che non riuscì a farlo pubblicare. Solo nel 1932 l’editore Carlo Frassinelli lo fece stampare nella sua neonata casa editrice[5] come primo titolo della collana Biblioteca europea diretta da Franco Antonicelli. Nel 2010, Giuseppe Natali ha pubblicato una traduzione per UTET avvalendosi della Longman Critical Edition (a cura di John Bryant e Haskell Springer), che mette a confronto le due edizioni del 1851. A fine 2015, per Einaudi, è stata pubblicata l’ultima traduzione, opera di Ottavio Fatica. Le versioni italiane hanno cercato di integrare le due differenti edizioni – inglese e americana – che differiscono per centinaia di varianti, più o meno importanti.

Genesi

Tornato a New York nell’autunno del 1844, e determinato ad affermarsi come scrittore, Melville pubblicò due racconti che furono bene accolti: Typee e Omoo, basati sul suo vagabondare sull’Oceano Pacifico che possono considerarsi l’anteprima del romanzo Moby Dick, pubblicato nel 1851, durante il periodo che è stato chiamato il Rinascimento americano, il quale vide la pubblicazione di opere letterarie come La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne (1850), La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe (1852) così come Walden (1854) di Henry David Thoreau e la prima edizione di Foglie d’erba di Walt Whitman (1855).

Due avvenimenti reali costituirono la genesi del racconto di Melville. Il primo è l’affondamento nel 1820 della baleniera Essex di Nantucket, dopo l’urto con un enorme capodoglio a 3200 km dalla costa occidentale del Sud America. Il primo ufficiale Owen Chase, uno degli otto sopravvissuti, riportò l’avvenimento nel suo libro del 1821 Narrazione del naufragio della Baleniera Essex di Nantucket che fu affondata da un grosso capodoglio al largo dell’Oceano Pacifico.[6]

Il secondo evento fu la presunta uccisione, attorno al 1830, del capodoglio albino Mocha Dick nelle acque al largo dell’isola cilena di Mocha. Si raccontava che Mocha Dick avesse venti o più ramponi conficcatigli nel dorso da altri balenieri e che sembrava attaccare le navi con una ferocia premeditata come raccontò l’esploratore Jeremiah N. Reynolds, nel maggio 1839 sul The Knickerbocker.[7]

Tema

Sul modello dell’opera settecentesca Tristram Shandy di Laurence Sterne, demistificatore del romanzo, genere letterario più in voga ai suoi tempi, anche l’opera di Melville vuole essere fuori dagli schemi tradizionali narrativi: il contenuto enciclopedico e allo stesso tempo fortemente digressivo richiede che la lettura sia accompagnata dall’interpretazione, in quanto l’autore utilizza un gran numero di citazioni di storie epiche, shakespearianebibliche che rendono Melville quasi un precursore del modernismo, come quello in particolare di James Joyce.

In Moby Dick oltre alle scene di caccia alla balena, si affronta il dilemma dell’ignoto, del senso di speranza, della possibilità di riscattarsi che si può presentare da un momento all’altro. Alla paura e al terrore e alle tenebre, si affiancano lo stupore, la diversità, le emozioni che convivono insieme in questo romanzo di avventure: interiorizzando tutte le questioni, Melville vi profuse riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche – il dibattito sui limiti umani, sulla verità e la giustizia – e artistiche del narratore Ismaele, suo alter ego e una delle voci più grandi della letteratura mondiale, che trasforma il viaggio in un’allegoria della condizione della natura umana e al contempo in una parabola avvincente dell’imprudente espansione della giovane repubblica americana[8].

Per il puritano Melville la lotta epica tra Achab e la balena rappresenta una sfida tra il Bene e il Male. Moby Dick riassume, inoltre, il Male dell’universo e il demoniaco presente nell’animo umano. Achab ha l’idea fissa di vendicarsi della balena che lo ha mutilato e a ciò si unisce una furia autodistruttiva: «La Balena Bianca gli nuotava davanti come la monomaniaca incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui certi uomini profondi si sentono rodere nell’intimo….» (trad. di Cesare Pavese).

Ma la balena rappresenta anche l’Assoluto che l’uomo insegue e non può conoscere mai:

«Ma non abbiamo ancora risolto l’incantesimo di questa bianchezza né trovato perché abbia un così potente influsso sull’anima; più strano e molto più portentoso, dato che, come abbiamo veduto, essa è il simbolo più significativo di cose spirituali, il velo stesso, anzi, della Divinità Cristiana, e pure è insieme la causa intensificante nelle cose che più atterriscono l’uomo!…..[9]»

Quanto alla rappresentazione nel romanzo della natura, essa è un’entità tremenda e fascinosa (il mare, gli abissi) e può essere vista come esempio di Sublime romantico: lo spruzzo intermittente della balena è come un soffio potente per cui i marinai «non avrebbero potuto rabbrividire di più, eppure non provavano terrore, ma piuttosto un piacere….»[9]

In una lettera a Hawthorne, Melville definiva il suo romanzo come il “libro malvagio”[10] poiché il protagonista del racconto era il male, della natura e degli uomini, che egli però voleva descrivere senza rimanerne sentimentalmente o moralmente coinvolto.

Poiché l’edizione inglese mancava dell’Epilogo, che racconta la salvezza di Ishmael, sembrava che la storia fosse raccontata da qualcuno che si supponeva fosse perito. Il fatto fu riconosciuto da molti recensori britannici come una violazione delle regole delle opere di fiction e una seria pecca dell’autore[11].

Trama
(EN)«There she blows!-there she blows! A hump like a snow-hill! It is Moby Dick!»(IT)«Laggiù soffia! Laggiù soffia! La gobba come una montagna di neve! È Moby Dick!»
(Dal capitolo 133, La caccia)

Il narratore, Ismaele, è un marinaio in procinto di partire da Manhattan. Nonostante «sia oramai piuttosto vecchio del mestiere» per le esperienze vissute nella marina mercantile, questa volta ha deciso che per il suo prossimo viaggio s’imbarcherà su una baleniera. In una notte di dicembre giunge così alla Locanda dello Sfiatatoio, presso New Bedford (Massachusetts), accettando di dividere un letto con uno sconosciuto al momento assente. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, fa ritorno a ora tarda e scopre Ismaele sotto le sue coperte, i due uomini si spaventano reciprocamente. Diventati presto amici, i due decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla Pequod, «…bastimento vecchio e inusitato… una nave della vecchia scuola, piuttosto piccola… Stagionata e tinta dalle intemperie di tutti e quattro gli oceani. Un veliero cannibale, che si ornava delle ossa cesellate dei suoi nemici» con le quali è stata adornata. La nave è equipaggiata da 30 marinai di ogni razza e provenienti da ogni angolo del pianeta.

È comandata da un inflessibile capitano quacchero, chiamato Achab, che sembra non essere sulla nave, descritto da uno degli armatori come «un grand’uomo, senza religione, simile a un dio», il quale «è stato all’università e insieme ai cannibali». Poco dopo, sul molo, i due amici s’imbattono in un misterioso uomo dal nome biblico di Elia che allude a future disgrazie che colpiranno Achab. Il clima di mistero cresce la mattina di Natale quando Ismaele vede delle oscure figure nella nebbia vicine al Pequod, che proprio quel giorno spiega le vele.Moby Dick

All’inizio sono gli ufficiali della nave a dirigere la rotta, mentre Achab se ne sta rinchiuso nella sua cabina. Il primo ufficiale è Starbuck, un Quacchero serio e sincero che si dimostra anche un abile comandante; in seconda c’è Stubb, spensierato e allegro, sempre con la sua pipa in bocca; il terzo ufficiale è Flask, tozzo e di bassa statura e del tutto affidabile. Ciascun ufficiale è responsabile di una lancia con il proprio ramponiere.

Una mattina, qualche tempo dopo la partenza, finalmente Achab compare sul cassero della nave. La sua è una figura imponente e impressionante con una gamba che gli manca dal ginocchio in giù, rimpiazzata da una protesi realizzata con la mascella di un capodoglio. Achab svela all’equipaggio che il vero obiettivo della caccia è Moby Dick, un vecchio ed enorme capodoglio, dalla pelle chiazzata e con una gobba pallida come la neve, che lo ha menomato durante il suo ultimo viaggio a caccia di balene. Egli non si fermerà davanti a niente nel suo tentativo di uccidere la balena bianca. Il primo ufficiale Starbuck, che vorrebbe invece cacciare le balene e ritornarsene tranquillamente a casa, rifuggendo dall’odio e dalla vendetta, alla fine obbedirà al suo capitano.

Melville, intervenendo in prima persona, prova a dare una prima classificazione enciclopedica delle balene, dividendole in balene In-Folio, balene In-Ottavo e balene In-dodicesimo; si noti che l’autore definisce la balena come “un pesce che sfiata e con pinna orizzontale”.

Durante la prima calata della lance per inseguire un gruppo di balene, Ismaele riconosce gli uomini intravisti nella foschia prima che il Pequod salpasse. Achab aveva in segreto portato con sé il proprio equipaggio, incluso un ramponiere chiamato Fedallah (a cui si fa anche riferimento come ‘il Parsi’), un enigmatico personaggio che esercita una sinistra influenza su Achab al quale profeterà che la morte li colpirà assieme.

Il romanzo descrive numerosi “gam”, incontri fra due navi in mare aperto[12] durante i quali per Achab c’è un’unica domanda che sempre pone all’equipaggio delle altre navi: «Avete visto la Balena Bianca?»Queequeg

Quando il Pequod entra nell’Oceano Pacifico, Queequeg si ammala mortalmente e chiede al carpentiere della nave che gli venga costruita una bara, ma poi decide di continuare a vivere, e la bara diviene così la sua cassa portaoggetti che poi verrà calafatata e adattata per rimpiazzare il gavitello del Pequod.Achab rampona Moby Dick

Da equipaggi di altre baleniere giungono notizie su Moby Dick. Il capitano Boomer del Samuel Enderby, che ha perso un braccio proprio a causa della balena, si stupisce di fronte al bruciante bisogno di vendetta di Achab. Dalla nave Rachele arriva una richiesta di aiuto per ricercare il figlio più giovane del capitano andato disperso con la sua barca durante un recente scontro con la balena bianca. Ma il Pequod adesso è davvero vicino a Moby Dick e Achab non si fermerà di certo per soccorrerli. Infine viene incrociata la Letizia mentre il suo capitano sta facendo gettare a mare un marinaio ucciso da Moby Dick. Starbuck, sentendo vicino il disastro, implora vanamente Achab per l’ultima volta di riconsiderare la sua sete di vendetta.

Il giorno dopo, il Pequod avvista Moby Dick. Per due giorni l’equipaggio insegue la balena, che infligge loro numerosi danni, compresa la scomparsa in mare del ramponiere Fedallah che al terzo giorno Moby Dick, riemergendo, mostra ormai morto avviluppato dalle corde dei ramponi. Conscio che il capodoglio che nuota lontano dal Pequod non cerca la morte dei balenieri, e che Achab è ossessionato dalla sua vendetta, Starbuck esorta un’ultima volta Achab a desistere, osservando che:

«Moby Dick non ti cerca. Sei tu, tu che insensato cerchi lei!»
(Moby Dick, Cap. 135)

Achab ignora per l’ennesima volta la voce della ragione e continua con la sua caccia sventurata. Poiché Moby Dick aveva danneggiato due delle tre lance che erano salpate per cacciarlo, l’imbarcazione di Achab è l’unica rimasta intatta. Achab rampona la balena, ma la corda del rampone si rompe. Moby Dick si scaglia allora contro il Pequod stesso, il quale, danneggiato gravemente, comincia ad affondare. Il capitano Achab rampona nuovamente la balena ma questa volta il cavo gli si impiglia al collo e, quando Moby Dick si immerge, viene trascinato negli abissi oceanici. Anche in punto di morte egli inveisce contro Moby Dick: «in nome dell’odio che provo, sputo su di te il mio ultimo respiro». La lancia viene quindi inghiottita dal vortice generato dall’affondamento della nave, nel quale quasi tutti i membri dell’equipaggio trovano la morte. Soltanto Ismaele riesce a salvarsi, aggrappandosi alla bara-gavitello di Queequeg, e dopo un intero giorno e un’intera notte viene fortunosamente recuperato dalla Rachele.

Personaggi
Il Pequod e il suo equipaggio

La nave con il suo equipaggio, destinati profeticamente alla morte, non solo è la protagonista del racconto di tutta la navigazione diretta alla caccia della balena, sia quando si ferma immobile, priva di vita, per l’assenza dei venti sia quando è squassata in tutte le sue strutture dalla tempesta, ma essa è anche il simbolo di un’avventurosa società americana multirazziale fiduciosa della forza che le proviene dalla comune volontà di vincere il male e progredire:
«È la propaggine di una civiltà americana affascinata dalle proprie potenzialità di crescita e potenza. Dall’osservazione della vita sul Pequod Ismaele trae un’immensa varietà di significati: … le ragioni e i limiti del vivere sociale; la possibilità di una comunione che travalichi le barriere religiose, razziali, sessuali; infine, i processi che determinano l’ascesa di un capo politico.»[13]

Il capitano Achab

Il capitano Achab è il protagonista assoluto della storia. La sua figura titanica ha un nome biblico: Ahab, nel Primo Libro dei Re (21: 26), è colui che «commise molti abomini, seguendo gli idoli». Egli guida l’equipaggio del Pequod nella folle impresa di caccia, ai quattro angoli dell’oceano, del bianco capodoglio, che ai suoi occhi ha le sembianze del biblico Leviatano. «Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile», Achab deve vendicarsi di Moby Dick che, aggredito, aveva reagito e gli aveva tranciato e divorato una gamba quando «.. venne allora che il corpo straziato e l’anima ferita sanguinarono l’uno nell’altra [e] … Achab e l’angoscia giacquero coricati insieme nella stessa branda». Ai suoi occhi, il capodoglio è l’incarnazione del male, che egli insegue e persegue fino alla catastrofe.

Ismaele
(EN)«Call me Ishmael.»(IT)«Chiamatemi Ismaele.»
(Inizio del libro)

Ismaele è il narratore, unico sopravvissuto, ma non il protagonista dell’epico racconto, e così si presenta ai lettori: «Chiamatemi Ismaele» (Call me Ishmael). Il nome ha origine biblica, nella Genesi infatti Ismaele è il figlio ripudiato di Abramo e della schiava Agar, entrambi cacciati nel deserto. Sicché “Chiamatemi Ismaele” è come dire “Chiamatemi esule, vagabondo”. Egli riassume in sè la voce di tutti gli orfani, i diseredati della terra, ossia la condizione creaturale di tutti gli uomini e le donne del mondo. Descrive poco di se stesso: solo che ha le spalle larghe e che è newyorkese.

Moby Dick

Moby Dick è descritta nel titolo come una balena bianca con uno sfiatatoio enorme e i fianchi flagellati da ramponi e «tre buchi alla pinna di tribordo». L’animale è il punto di riferimento per ogni personaggio; la sua insolita bianchezza – ovvero assenza di connotazioni etiche – simboleggia l’inaccettabile indifferenza della natura nei confronti dell’uomo.[14]

Altri personaggi
  • Queequeg è un gigante, nativo di una fittizia isola polinesiana chiamata Kokovoko o Rokovoko. Suo padre era un Gran Capo, un Re; suo zio un Gran Sacerdote. È il primo personaggio importante incontrato da Ismaele nella Locanda dello Sfiatatoio. Sul Pequod sarà il primo ramponiere. Descritto con curiosità e rispetto da Ismaele, non si separa mai da Yojo, il suo piccolo idolo che egli venera come una divinità. È protagonista di alcuni atti eroici tra cui il salvataggio di Tashtego che stava per morire dopo essere precipitato nella testa di un capodoglio morto dal quale si stava estraendo lo spermaceti.
  • Starbuck è il primo ufficiale del “Pequod”, nativo di Nantucket. Quacchero, viene descritto fisicamente come alto e magro, e di carattere severo e coscienzioso. Egli è «l’uomo più cauto che si possa trovare nella baleneria», prudente ma non codardo, sarà uno dei più riluttanti ad assecondare il folle piano di Achab. Come tutto l’equipaggio perisce in mare dopo un ennesimo tentativo di uccidere la balena bianca.
  • Stubb è il secondo ufficiale, nativo di Capo Cod, descritto come un uomo allegro e spensierato, apparentemente indifferente ad ogni pericolo e minaccia, collezionista e fumatore di pipe.
  • Flask è il terzo ufficiale, nativo di Tisbury, un giovane tozzo e rubicondo, baleniere intrepido benché poco sensibile al fascino del mare.
  • Tashtego è il secondo ramponiere, un risoluto guerriero indiano nativo del “Capo Allegro”, originariamente terra di guerrieri-cacciatori, che ora forniva a Nantucket molti dei suoi più audaci ramponieri.
  • Daggoo è il terzo ramponiere, «un gigantesco negro selvaggio», imbarcatosi spontaneamente da giovane su una nave baleniera dal suo villaggio nativo in Africa.[15]
  • Pip, abbreviazione di Pippin, un nero di piccola statura, suonatore di tamburello: è un ragazzo schiavo latitante, marinaio un po’ stralunato e goffo; durante gli inseguimenti alle balene inevitabilmente finisce in mare e quando per la seconda volta accade viene abbandonato nell’oceano e ripescato solo molte ore dopo, completamente impazzito. Emarginato dall’intero equipaggio, viene invece accolto da Achab, che lo sente suo simile nella follia.
  • Fedallah è un misterioso asiatico (Parsi) dai capelli a turbante, che sembra legato come un’ombra ad Achab da un influsso quasi telepatico: sarà lui a predire con una strana profezia la fine di entrambi.
  • Lana Caprina è il cuoco di bordo che viene schernito da Stub durante la cena a base di pinna di balena.
Il viaggio del Pequod
«Ora, il Pequod era salpato da Nantucket proprio all’inizio della Stagione Equatoriale. Nessuna impresa al mondo avrebbe pertanto consentito al suo capitano di compiere la grande traversata verso sud, di doppiare Capo Horn, e poi, risalendo a nord per sessanta gradi di latitudine, di giungere in tempo nel Pacifico equatoriale per battere le sue acque. Egli avrebbe dunque dovuto attendere la stagione successiva. Nondimeno, la partenza prematura del Pequod forse era stata scelta segretamente da Achab proprio in considerazione di questo insieme di cose. Infatti, egli aveva innanzi a sé un’attesa di trecentosessantacinque giorni e altrettante notti, e invece di passarla a terra soffrendo impaziente, avrebbe impiegato quel lasso di tempo in una caccia mista, nel caso in cui la Balena Bianca, trascorrendo le vacanze in mari molto lontani dai suoi periodici siti di alimentazione, avesse mostrato la sua fronte rugosa al largo del Golfo Persico, o nella Baia del Bengala, o nei Mari della Cina, o nelle altre acque frequentate dalla sua specie. E così i monsoni, i pamperi, i maestrali, gli harmattan, gli alisei, tutti i venti, insomma, tranne il levante e il simun, avrebbero potuto sospingere Moby Dick entro il cerchio tracciato dalla scia del Pequod, nel suo tortuoso zigzagare per il mondo.»
(Capitolo 44)

Dunque il capitano Achab non doppia Capo Horn, ma il Capo di Buona Speranza: si dirige dunque a Sud, poi a Est, raggiungendo l’Oceano Pacifico attraverso l’Oceano Indiano.

Redazione
Lucia Mosca è giornalista iscritta all'albo. Dal 1994, collabora regolarmente con riviste e quotidiani tra i quali Il Messaggero (dal 1994 al 1998 a Macerata, per la cultura , dal 1999 al 2002 a San Benedetto del Tronto, per la cronaca bianca, dal giugno 2005 al luglio 2007 ad Ancona per la cronaca nera e giudiziaria ), La Rucola, periodico maceratese di cronaca, cultura, satira (dal 1996 al 1998 a Macerata), Il Piceno, periodico della Provincia di Ascoli Piceno (2002 – 2003). Le esperienze più significative: dal dicembre del 2003 collabora con Il Resto del Carlino di Ascoli Piceno, testata per la quale si occupa di cronaca, politica, cultura, spettacolo, sanità, sindacale, inchieste, con servizi anche per il regionale. Il 5 gennaio 2005 conclude la propria esperienza di stagista (della durata di 6 mesi). Un mese dopo riprende la precedente collaborazione con Il Messaggero di Ascoli Piceno seguendo la politica locale, la cultura e la cronaca bianca con servizi anche per il regionale. Nel giugno 2005 si sposta su Ancona, dove si occupa per Il Messaggero di cronaca nera e giudiziaria. Dal 2006 collabora con La Stampa di Torino per la cronaca nazionale. Dal 3 agosto 2009 è direttore del quotidiano in edicola Il Giornale24ore, su Teramo e provincia. Il contratto ha la durata di poco meno di un anno per chiusura della testata. E’ stata direttore della sezione giornalistica di Tvp, canale 119 del digitale terrestre nell'anno 2015. Ora direttore della testata giornalistica www.la-notizia.net

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