sabato, Dicembre 4, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Dostoevskij del 5 febbraio alle 15.45 su Rai 5: “I demoni – 5° e ultima parte”

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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di Dostoevskij del 5 febbraio alle 15.45 su Rai 5: “I demoni – 5° e ultima parte

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Per il Grande Teatro di Dostoevskij in TV va in onda oggi venerdì 4 febbraio alle 15.45 su Rai 5 la quinta e ultima parte de “I Demoni”, il capolavoro di Dostoevskij nella versione proposta dallo sceneggiato RAI in 5 puntate di Sandro Bolchi che venne trasmesso dal febbraio al marzo del 1972 con Luigi Vannucchi, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini, Warner Bentivegna, Mario Carotenuto, e Giulia Lazzarini.

Nell’ambito dell’omaggio a uno dei maggiori interpreti della letteratura russa, Fëdor Dostoevskij, nell’anno in cui cade il bicentenario della nascita lo spazio pomeridiano dedicato al teatro, Rai5 – dal primo al 5 febbraio alle 16.00 – propone “I demoni”, nell’adattamento televisivo del 1972 diretto da Sandro Bolchi, che dopo I fratelli Karamazov porta nuovamente Dostoevskij sul piccolo schermo. Sceneggiatura di Diego Fabbri. Nel cast, Luigi Vannucchi, Glauco Mauri, Lilla Brignone, Gianni Santuccio, Paola Quattrini, Luigi La Monica, Angiola Baggi, Marisa Bartoli, Antonio Battistella, Warner Bentivegna, Mario Carotenuto, Luigi Diberti, Giulia Lazzarini, Loredana Savelli, Alberto Terrani. In una città russa, un gruppo di anarchici congiura per la rivoluzione. In realtà sono divisi e velleitari, ma le loro trame servono ottimamente agli scopi di un misterioso individuo che manovra per gettare la città nel caos e per perseguire sue vendette personali.

Quinta Parte

La maggior parte della rabbia della società per gli eventi della notte è diretta verso Julia Michàjlovna. Pètr Stepànovic non è sospettato e si diffonde la notizia che Stavrogin è fuggito sul treno per Pietroburgo. L’associazione rivoluzionaria, tuttavia, è in allarme. I membri sono sul punto di ammutinarsi, finché Pètr Stepànovic mostra loro una lettera di Lebjàdkin a Von Lembke in cui il capitano prometteva di denunciare i rivoluzionari, dimostrando che era inevitabile metterlo a tacere. Egli indica il loro coinvolgimento innegabile e dice loro che anche Shatov è determinato a denunciarli. Essi concordano sul fatto che Shatov dovrà essere ucciso e viene organizzato un piano per attirarlo nel luogo isolato dove ha sepolto la macchina usata per stampare i proclami della società. Pyotr Stepanovich spiega poi che Kirillov ha già accettato di prendersi la responsabilità di tutti i loro crimini prima di suicidarsi e che quindi nessuno di loro rischierà niente.

Shatov nel frattempo è alle prese con l’inatteso ritorno della sua ex moglie Marie, che ha bussato alla sua porta, da sola, malata e povera. Lui è felice di vederla e quando si scopre che lei sta per partorire il figlio frutto della sua relazione con Stavrogin si mette freneticamente ad aiutarla. Il bambino nasce e Shatov, riconciliato con Marie, è pronto a diventarne il padre, infischiandosene del tradimento della moglie con Stravogin; Shatov sembrerebbe anche aver definitivamente messo da parte il suo proposito di denunciare l’associazione di Pètr Stèpanovic, ora che ha ritrovato la felicità con Marie e il bambino. Quella notte l’emissario del gruppo rivoluzionario, un fedelissimo seguace di Pètr Stèpanovic – Erkel – arriva per scortare Shatov al luogo isolato del parco di Skvorèsniki dove è sepolta la macchina da stampa. Pensando che dopo aver consegnato il macchinario sarà finalmente libero di allontanarsi dalla società, Shatov accetta di andarvi senza alcun sospetto. Mentre mostra a Erkel il posto, gli altri membri del gruppo saltano fuori e lo afferrano; Verchovènskij lo uccide con un colpo a bruciapelo in fronte. Mentre tentano maldestramente di sbarazzarsi del corpo gettandolo nello stagno, uno dei partecipanti al reato – Ljàmsin – perde la testa e comincia a strillare come un animale. Dopo averlo calmato, ognuno va per la propria strada.

Pètr Stepànovic, erroneamente convinto che ormai nessuno avrà più il coraggio di confessare ciò che hanno fatto, si reca da Kirillov, dove, secondo gli accordi, detterà al suicida la lettera che dovrà scrivere e poi lo lascerà uccidersi. Tuttavia, la notizia della morte di Shatov e il suo mai nascosto odio per Pètr Stèpanovic suscitano in Kirillov una certa riluttanza a rispettare il patto e i due si dilungano in un animata discussione, entrambi con le pistole in mano. Alla fine Kirillov, anche lui in preda ad un delirio sempre più incontrollabile, sembra aver superato i suoi dubbi e scrive faticosamente la lettera per assumersi la responsabilità dei crimini di Pètr Stèpanovic; corre poi nella stanza accanto per suicidarsi. Non sentendo nessun colpo di pistola, Pètr Stepànovic, che comincia a temere che in realtà Kirillov voglia sparare a lui, lo segue con cautela nella stanza buia, dove viene effettivamente aggredito dall’ormai impazzito Kirillov. Pètr Stepànovic scappa in preda al panico e nel mentre un colpo di pistola risuona nella notte. Verchovènskij torna in casa per accertarsi che Kirillov si sia effettivamente sparato alla testa e se ne va soddisfatto.

Nel frattempo, Stepàn Trofìmovic, ignaro degli orrori che si svolgono e sentendosi una sorta di eroe abbandonato da tutti, ha lasciato la città a piedi, determinato a prendere la strada maestra verso un futuro incerto. Vagando con nessuno scopo o destinazione reale, gli viene offerto un passaggio da alcuni contadini. Lo portano al loro villaggio dove incontra Sòfja Matvèevna, una venditrice di vangeli, alla quale si affeziona immediatamente. Si avviano insieme, ma Stepàn Trofìmovic si ammala e sono costretti a prendere una camera in uno dei villaggi successivi. Stepan racconta a Sòfja Matvèevna una versione un po’ abbellita della sua vita e la supplica di non lasciarlo. Nel frattempo, Varvara Petrovna aveva saputo della fuga di Stepan Trofìmovic, con un sentimento misto di rabbia e preoccupazione, si era gettata al suo inseguimento. Lo raggiunge al villaggio e comincia tirannicamente a rimproverarlo, non prima di aver ordinato a Sòfja Matvèèvna di andarsene; poi però si rende conto che lui è molto malato e che Sòfja Matvèevna si è presa cura di lui, e il suo atteggiamento si ammorbidisce. Avviene una difficile riconciliazione tra i due amici, durante la quale vengono richiamati alcuni eventi dolorosi del passato: sia Stepan che Varvara confessano di essersi amati. Diventa evidente che Stepàn Trofìmovic sta morendo. Nelle sue ultime ore coscienti riconosce gli errori della sua vita, perdona tutti, compreso il figlio “Petrùsa”, e fa un discorso estatico che esprime il suo ri-acceso amore per Dio.

Vedendo che Shatov non torna, Marie, ancora esausta dopo il parto, si spaventa e va a cercarlo a casa di Kirillov. L’incontro con la terribile scena del suicidio la atterrisce; afferra il suo bambino appena nato e si precipita fuori al freddo, disperatamente in cerca di aiuto. Il freddo ucciderà entrambi.

Alla fine, le autorità sono chiamate sulla scena. Hanno letto la nota di Kirillov e poco tempo dopo il corpo di Shatov viene scoperto a Skvorèsniki. La scena del crimine di Skvorèsniki rivela che Kirillov non può aver fatto tutto da solo, anche se lui dice così nella sua lettera, ma probabilmente ciò non sarebbe bastato a rivelare l’esistenza di un gruppo organizzato di cospiratori rivoluzionari dietro a tutti i crimini e disordini se non fosse stato per Ljàmsin. Questi infatti, non in grado di sopportare i suoi sensi di colpa, fa una confessione dettagliata alle autorità, sperando di ottenere in cambio qualche sconto di pena. Racconta la storia del complotto in grande dettaglio e il resto dei membri dell’associazione viene arrestato, con l’eccezione di Pètr Stepànovic che ha lasciato la città per Pietroburgo dopo il suicidio di Kirillov e che riuscirà a sfuggire alla cattura.

Varvara Petrovna, tornata a casa dopo la morte di Stepàn Trofìmovic, è molto scossa da tutte le terribili notizie. Darya Pavlovna riceve una lettera inquietante da Nikolàj Vsèvolodovic, il quale le chiede di raggiungerla in Svizzera, dove Stravogin ha intenzione di trascorrere il resto dei suoi giorni per tentare di cancellare i suoi molti fantasmi. Darya mostra la lettera a Varvara Petrovna e entrambe si decidono a partire per raggiungere Stravogin, quando giunge l’improvvisa notizia che in realtà Nikolaj Vsèvolodovic si trova a Skvorèsniki, chiuso nelle sue stanze. Le due donne si recano lì, giusto in tempo per scoprire che Nikolàj Vsèvolodovic si è impiccato.

I demoni (in russo: Бесы, Besy) è un romanzo di Fëdor Dostoevskij pubblicato in volume per la prima volta nel 1873.

La traduzione del titolo originale ha subito variazioni a seconda della casa editrice: mentre il titolo più usato è appunto quello de I dèmoni (plurale di “demone“), si sono avuti anche come titolo I demònî (plurale di “demonio“), Gli indemoniati o Gli ossessi. Il titolo si riferisce appunto ai ‘diavoli, posseduti, spiriti maligni’ rappresentati da alcuni dei personaggi principali.

La seconda moglie di Dostoevskij, Anna Grigor’evna Dostoevskaja, racconta che chi veniva a comprare le copie del romanzo, spesso ne storpiava il nome: “Qualcuno lo chiamava Le forze nemiche, un altro diceva «Sono venuto per i diavoli»; un terzo chiedeva alla cameriera «Una decina di diavoli». La vecchia bambinaia, sentendo questi nomi, se la prendeva con me, dicendo che, da quando tenevamo in casa gli spiriti impuri, il suo pupillo (mio figlio) era diventato irrequieto e dormiva male la notte”.[1]

Vita di un grande peccatore

“Io ripongo grandi speranze nel romanzo che sto attualmente scrivendo per il “Messaggero Russo“:[2] così scrive Dostoevskij il 5 aprile 1870, in una lettera indirizzata a Nikolaj Nikolaevič Strachovfilosofo e amico personale. L’opera che l’autore ha in mente si sta formando lentamente ma inesorabilmente da due anni: Sarà il mio ultimo romanzo. Avrà l’ampiezza di Guerra e pace,[2] scrive con enfasi il giorno dopo ad Apollon Nikolaevič Majkov, anche se poi in realtà l’opera non è stata la sua ultima.
Nella stessa lettera rivela che il titolo che ha in mente è Vita di un grande peccatore, titolo che non vedrà mai la luce, perché la storia a cui Dostoevskij sta lavorando è talmente ampia che alla fine verrà sviluppata in due romanzi distinti: I demoni e L’adolescente.

L’ambiente politico

La seconda moglie di Dostoevskij testimonia che il marito era molto interessato agli avvenimenti politici dell’epoca, che il fratello di lei gli raccontava. Il 21 novembre 1869, infatti, lo studente universitario Ivan Ivanovič Ivanov viene ucciso da una cellula rivoluzionaria capeggiata da Sergej Gennadjevič Nečaev (autore insieme a Bakunin dell’opera Catechismo del rivoluzionario). Il processo di Nečaev provoca scalpore in tutta la Russia e si conclude con la condanna del colpevole a 20 anni di carcere.

Dostoevskij aborrisce il declino morale che la gioventù russa sembra stia subendo. Ivan Sergeevič Turgenev, con il suo famoso romanzo Padri e figli, aveva già d’altronde fatto conoscere ampiamente al grande pubblico il concetto di nichilismo, una corrente di pensiero che si diffonde rapidamente in quegli anni fra i giovani, cosa che infastidisce fortemente Dostoevskij.

«Ogni tanto mi viene in mente che molti di questi stessi giovani delinquenti, che vanno attualmente in putrefazione, finiranno un giorno per diventare degli autentici e solidi počvenniki,[3] e cioè dei veri russi? Quanto agli altri, che finiscano pure di marcire! Finiranno pure per tacere anche loro, colpiti da paralisi. Ma che autentiche carogne![2]»

Nečaev, il rivoluzionario organizzatore di cellule terroristiche, si trasforma nel personaggio di Pëtr Verchovenskij, mentre lo studente universitario Ivanov veste i panni di Šatov. Ma durante la lavorazione nella mente dell’autore si affaccia il “vero” protagonista del romanzo, che sarà il ‘demone’ Nikolaj Stavrogin.

Il “vero” protagonista

Iniziato a scrivere verso la fine del 1869, il romanzo appare subito problematico per l’autore. Scritta infatti una prima parte, l’autore viene “visitato dall’autentica ispirazione e a un tratto mi sono innamorato del mio tema”,[2] come scriverà il 21 ottobre 1870. Riscrive quella prima parte, seguendo l’ispirazione avuta, finché sorge un altro problema: “si è fatto avanti un nuovo personaggio che avanzava la pretesa di essere lui il vero protagonista del romanzo, cosicché il precedente protagonista (un personaggio interessante, ma che effettivamente non meritava il ruolo di protagonista) si è ritirato in secondo piano. Questo nuovo protagonista mi ha talmente affascinato che ho cominciato un’altra volta a riscrivere il romanzo”.[2]

Il “vecchio” protagonista è Pëtr Verchovenskij che, come novello Nečaev, porta avanti i suoi propositi rivoluzionari reclutando e organizzando uomini al proprio scopo. Il “nuovo” protagonista è invece Nikolaj, figura che incarna un’altra tipologia di giovane odiata dall’autore: quello del viziato annoiato e immorale. Eppure Dostoevskij sembra nutrire per lui un affetto ed attenzione maggiore che per gli altri; fa nascere il cognome del personaggio dalla parola greca σταυρός (stauròs) che significa “croce”, volendo dare elementi religiosi ad un personaggio che a prima vista non pare proprio averne. Eppure sarà l’unico dei tanti “peccatori” del romanzo che prenderà pienamente coscienza dei propri peccati e che pagherà spontaneamente per questi.

Trama

L’azione si svolge quasi esclusivamente in una provincia senza nome vicino a San Pietroburgo ed è raccontata da Anton, colui che parla in prima persona; questi è un ufficiale ed ha seguito tutti gli eventi, o direttamente o perché raccontatigli da qualcuno dei protagonisti. Anton Lavrentievič è un caro amico di Stepan Trofimovič, che vive come tutore un po’ esteta alla residenza della ricca Varvara Petrovna, vedova nonché imperiosa nobildonna.

Il figlio di lei, Nikolaj Vsevolodovič, torna a casa dopo aver trascorso anni di vita dissoluta all’estero; torna trasformato soprattutto nell’animo, moralmente prosciugato da ogni illusione ideale o romantica di gioventù. Pëtr Stepanovič, figlio di Stepan Trofimovič, cerca la collaborazione di Nikolaj Vsevolodovič: egli vorrebbe metterlo a capo di un gruppo di cospiratori che ha l’obiettivo di rovesciare tutte le autorità, laiche e religiose. A questo scopo, con i suoi cinque affiliati, oltre alla collaborazione di Šatov e Kirillov, sta preparando degli attentati terroristici.

La ‘generalessa’ Varvara Petrovna ha intanto predisposto un piano per far sposare il figlio con la benestante Lizaveta Nikolaevna, figlia di una cara amica di famiglia, un matrimonio che dovrebbe esser di puro interesse; ma ella non sa ancora che Nikolaj, mentre si trovava a San Pietroburgo, ha già sposato in segreto (ed apparentemente senza alcun motivo) Marija Timofeevna, sorella storpia ed in parte fuor di senno dell’ubriacone Lebjadkin. Nikolaj Vsevolodovič pare rimanere impermeabile a qualsivoglia emozione, distaccato e distante, quasi fosse afflitto da una perenne noia esistenziale o oblio dell’anima.

Il giovane Šatov continua ad esser combattuto tra una profonda ammirazione ed un altrettanto forte senso di disprezzo nei confronti di Nikolaj: per merito suo sostiene infatti d’aver trovato la fede in Dio e non sembra troppo turbato dal fatto che questi abbia avuto una relazione con sua moglie, Marija Ignatijevna. Nikolaj in realtà ha un altro segreto inconfessabile, oltre a quello del matrimonio, che cela con cura in cuore.

Kirillov intanto rivela in dettaglio agli altri la propria intenzione di uccidersi e ciò per dimostrare così a tutti l’inesistenza, non solo delle leggi divine, ma dello stesso Dio. Il suo progetto filosofico vuol esser quindi un suicidio educativo; in maniera tanto tragica quanto teatrale si spara un colpo di rivoltella nella tempia dopo un drammatico incontro con Pëtr Stepanovič.

Un certo Fed’ka, tipo losco ed inquietante, presentatosi davanti a Nikolaj, gli offre di liberarlo dalla storpia Marija per poter così aver spianata la strada del matrimonio con la danarosa ragazza trovata per lui dalla madre. Ma la proposta del criminale viene bruscamente respinta da Nikolaj. In seguito il giovane pare voler confidarsi con la sorella di Ivan, la buona Dar’ja Pavlovna, chiedendo in modo ancora abbastanza imprecisato e non perfettamente chiaro, perdono per tutti i suoi crimini passati e finanche per quelli futuri che non ha ancora commesso. Avrà anche un colloquio con lo starec Tichon e gli racconterà della sua assoluta incapacità di credere in Dio ed aver fede nella sua religione: si viene a questo punto a conoscere la verità, cioè che Nikolaj ha tempo addietro violentato una bambina, la quale, per la vergogna e la disperazione, si è subito dopo impiccata. Lui non ha fatto nulla per impedire la tragedia, anzi in quel momento già pregustava quello che avrebbe potuto fare la piccola dopo esser stata così brutalmente sedotta ed abbandonata.

Nel frattempo Pëtr Stepanovič ha trovato l’obiettivo adatto: la debolezza di Lembke, nuovo governatore della regione, e l’ambizione liberaleggiante della moglie, Julia Michajlovna, tramite la quale egli assume un ruolo di rilievo nella società mondana della cittadina. Segretamente, egli riunisce varie persone per organizzare un complotto, che forse prevederà “un assassinio politico”, e frattanto si adopera per spargere ovunque confusione e discredito per l’autorità.

Cercando di attrarre a sé Nikolaj Vsevolodovič, Pëtr Stepanovič era giunto al punto d’offrirgli il comando del gruppo, ma quegli non si è mai fatto attrarre alla causa nichilista propugnata da questi giovani uomini disillusi da tutto: da allora i due hanno continuato nel tempo a discutere dei rispettivi ideali. In una riunione clandestina, il congiurato Šigalëv propone un nuovo sistema politico, in cui il 90% dell’intera popolazione del grande impero russo sia costretta a lavorare al livello più primitivo d’esistenza, rimanendo completamente sotto il controllo e dominate dal restante 10%.

Le manovre di Pëtr Stepanovič culminano nell’uccisione, per mano di Fed’ka, di Marija Timofeevna e del fratello. Nikolaj ha tentato nel frattempo di partire assieme a Lizaveta; ma quando lui le dice di non aver fatto nulla per impedire l’assassinio della moglie, lei si affretta di corsa verso il luogo dell’omicidio: qui viene letteralmente linciata dalla folla impazzita, che la crede mandante dell’efferato crimine.

Il rifiuto di Nikolaj Vsevolodovič fa sfumare i progetti di Pëtr Stepanovič. Convinto che Šatov possa denunciare tutti, Pëtr Stepanovič lo fa ammazzare a sangue freddo. La responsabilità di questo assassinio e degli altri misfatti verrà addossata a Kirillov, il quale, nella sua indifferenza, ha accettato di scrivere una lettera d’addio in cui si dichiara responsabile.

Stefan Trofimovič decide di lasciare la città, ma durante il viaggio a piedi si ammala. Varvara l’ha fatto cercare e, appena ritrovatisi l’uno di fronte all’altra, non possono far altro che confessarsi i reciproci sentimenti d’amore che sempre hanno provato, ma tenuto segreto e represso per anni.

Nikolaj, dopo avere proposto a Dar’ja di seguirlo in Svizzera, travolto dal senso di colpa sempre più insopportabile (è afflitto costantemente da allucinazioni, attraverso cui gli appaiono una varietà enorme di ‘spiriti maligni’), finisce con l’impiccarsi ad una trave della soffitta di casa, esattamente nello stesso modo che era stato scelto dalla bambina stuprata da lui anni prima.