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Anticipazioni per “Il castello del principe Barbablù” di Bartòk del 1° marzo alle 11 su Rai 5: dal Massimo di Palermo

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Anticipazioni per “Il castello del principe Barbablù” di Bartòk del 1° marzo alle 11 su Rai 5: diretto da Gregory Vajda per la regia di Stefano Ricci dal Teatro Massimo di Palermo

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Per la grande Musica Lirica in TV oggi lunedì 1° marzo andrà in onda alle 11 su RAI 5 l’opera “Il castello di Barbablù” di Bela Bartòk dal Teatro Massimo di Palermo, diretta da Gregory Vajda per la regia di Stefano Ricci nella rappresentazione andata in scena nel 2018 con l’interpretazione del mezzosoprano Atala Schöck e degli attori Giuseppe Sartori e Piersten Leirom.

Il castello di Barbablù (in ungherese A kékszakállú herceg vára, letteralmente “Il castello del duca Barbablù”) è un’opera in un atto del compositore ungherese Béla Bartók. Il libretto, in lingua ungherese, è stato scritto da Béla Balázs – poeta, regista e sceneggiatore – amico del musicista, rifacendosi molto liberamente sia alla celebre fiaba La Barbe Bleue (1697) di Charles Perrault sia al dramma Ariane et Barbe Bleue (1901) di Maurice Maeterlinck, grande drammaturgo belga autore, fra le altre opere, del dramma Pélleas et Mélisande musicato da Claude Debussy su libretto dello stesso Maeterlinck.

L’opera di Bartók dura poco meno di un’ora e ci sono soltanto due personaggi che cantano sul palco: Barbablù, baritono (in ungherese Kékszakállú), e la sua ultima moglie Judit (Judit), soprano/mezzosoprano. I due sono appena arrivati, e Judit è venuta nel castello di Barbablù per la prima volta, fuggendo dalla casa paterna, dove tutti sono stati contrari al suo matrimonio con questo gentiluomo dall’oscuro passato.

Il castello di Barbablù fu composto nel 1911 (con alcune modifiche apportate nel 1912 ed un nuovo finale aggiunto nel 1917) ma la prima rappresentazione ebbe luogo soltanto sette anni dopo, il 24 maggio 1918 al Teatro dell’Opera di Budapest. La Universal Edition pubblicò lo spartito per canto e pianoforte (1921) e la partitura completa (1925). La partitura completa di Boosey & Hawkes comprende solo le traduzioni tedesca e inglese della parte cantata, mentre l’edizione di Dover riproduce l’Edizione Universale ungherese/tedesca dello spartito per canto e pianoforte (con i numeri di pagina a partire da 1 invece che da 5). Una revisione dello spartito UE nel 1963 ha aggiunto una nuova traduzione tedesca di Wilhelm Ziegler, ma sembra non aver corretto tutti gli errori. La Universal Edition e la Bartók Records hanno pubblicato una nuova edizione dell’opera nel 2005 con nuova traduzione Inglese di Peter Bartók, accompagnata da un’ampia lista di errata-corrige.[1]

Béla Balázs originariamente aveva pensato questo libretto per il suo compagno di stanza Zoltán Kodály, nel 1908, e lo scrisse nel corso dei due anni successivi. Fu inizialmente pubblicato in serie, nel 1910, con una dedica congiunta a Kodály e Bartók, e nel 1912 comparve con il prologo parlato nella collezione “Misteri”.

Bartók fu motivato a musicare l’opera entro il 1911, in quanto era la data ultima per partecipare al Concorso – a cui si era regolarmente iscritto – per il premio “Ferenc Erkel” per un’opera in 1 atto, bandito dall’Accademia di Belle Arti ungherese. Un secondo concorso, organizzato dagli editori musicali Rózsavölgyi e con una data di chiusura entro il 1912, incoraggiò Bartók ad apportare alcune modifiche al lavoro, al fine di sottoporlo alla competizione Rózsavölgyi.

Poco si sa circa il premio Ferenc Erkel se non che il castello di Barbablù non lo vinse. I giudici Rózsavölgyi, dopo aver esaminato la composizione, ritennero che il lavoro (con solo due personaggi ed un unico luogo) non era sufficientemente drammatico per essere considerato nella categoria per la quale era stato inserito: la musica per il teatro.

Nel 1913 Balázs presentò uno spettacolo parlato in cui Bartók suonò alcuni pezzi per pianoforte in una parte separata del programma. Una lettera del 1915 alla giovane moglie di Bartók, Márta, (alla quale aveva dedicato l’opera) si conclude così:

«Ora so che non la potrò mai ascoltare in questa vita. Mi avevi chiesto di eseguirla per te, ma ho paura che non sarò in grado di farlo. Farò sì che possiamo almeno piangere di questo insieme.[2]»

Il successo del balletto Il principe di legno (in ungherese, A fából faragott királyfi) nel 1917 aprì la strada per la prima rappresentazione assoluta nel maggio 1918 con il medesimo direttore, Egisto TangoOszkár Kálmán fu il primo interprete di Barbablù e Olga Haselbeck la prima Judit. Dopo l’esilio di Balázs nel 1919 e la censura sui suoi lavori, non ci furono riprese fino al 1936. Bartók partecipò alle prove e, secondo quanto riferito, si schierò con il nuovo Barbablù, Mihály Székely, contro il nuovo direttore Sergio Failoni, insistendo sulla fedeltà alla partitura.

Seguirono produzioni in Germania, a Francoforte (1922) e a Berlino (1929).[3]

Il castello del Duca Barbablù fu eseguito in Italia, al Maggio Musicale Fiorentino, il 5 maggio 1938. Dirigeva Sergio Failoni e gli interpreti erano Miklós Székely, nel ruolo del protagonista, ed Ella Némethy come Judit. Al Teatro di San Carlo l’opera andò in scena per la prima volta sotto Ferenc Fricsay il 19 aprile 1951[3] con Mario Petri e Ira Malaniuk. Il debutto al Teatro alla Scala si ebbe il 28 gennaio 1954 con Petri e Dorothy Dow. Seguirono diverse altre produzioni nei maggiori teatri d’opera d’Italia, tra cui il Teatro Nuovo di Torino (1961), il Teatro dell’Opera di Roma (1962), il Teatro Comunale di Bologna (1966), La Fenice di Venezia (1967), ed il Teatro Regio di Parma (1970).

La prima esecuzione americana fu la trasmissione radiofonica della Dallas Symphony Orchestra sul programma Orchestras of the Nation della NBC Radio, il 9 gennaio 1949, seguita, il giorno successivo, da un concerto presso la Music Hall al Fair Park di Dallas, Texas. Entrambi gli spettacoli furono diretti da Antal Doráti, un ex allievo di Bartok.[4] Altre fonti parlano di un concerto nel 1946 a Dallas.[5][6][7] Negli Stati Uniti, la prima messa in scena completa dell’opera ebbe luogo alla New York City Opera, il 2 ottobre 1952, sotto la direzione di Joseph Rosenstock ed i cantanti James Pease e Caterina Ayres.[8] Il Metropolitan presentò l’opera per la prima volta il 10 giugno 1974 con il direttore Sixten Ehrling e i cantanti David Ward e Shirley Verrett.

La prima rappresentazione sudamericana avvenne al Teatro Colón di Buenos Aires, il 23 settembre 1953, diretta da Karl Böhm.[3].

Il castello del Duca Barbablù debuttò in Francia il 17 aprile 1950 in una trasmissione radiofonica su Radiodiffusion-Télévision Française. Il direttore era Ernest Ansermet, con protagonisti Renée Gilly come Judit e Lucien Lovano come Barbablù. In Francia l’opera arrivò all’Opéra National du Rhin di Strasburgo, l 29 aprile 1954 con Heinz Rehfuss nel ruolo del protagonista ed Elsa Cavelti come Judit. Il direttore era Ernest Bour. La prima rappresentazione a Parigi fu all’Opéra-Comique l’8 ottobre del 1959[3] con il soprano Berthe Monmart e il basso Xavier Depraz. Maestro concertatore e direttore d’orchestra fu Marcel Lamy, che utilizzò una traduzione francese del testo messa a punto da Michel-Dimitri Calvocoressi.

La prima rappresentazione a Londra ebbe luogo il 16 gennaio 1957 presso il Teatro Steiner Rudolf, durante il tour britannico del compositore scozzese Erik Chisholm, il quale diresse l’Università di Cape Town Opera Company in cui Désirée Talbot era Judit. Pochi anni prima, Chisholm aveva debuttato con questo lavoro in Sud Africa presso il Piccolo Teatro di Città del Capo.

Al Festival di Salisburgo l’opera giunse per la prima volta il 4 agosto 1978 con il direttore George Alexander Albrecht. Walter Berry e Katalin Kasza erano i due protagonisti.

In Israele, l’opera ha debuttato il 15 dicembre 2010 presso la New Israeli Opera di Tel Aviv. Vladimir Braun era Barbablù[9] e Svetlana Sandler, Judit.[10] Shirit Lee Weiss coreografo[11] e Ilan Volkov[12] direttore. Le scenografie, originariamente utilizzate nella rappresentazione del 2007, con la Seattle Symphony Orchestra, sono state progettate dall’artista del vetro Dale Chihuly.

Nel 1988 la BBC aveva trasmesso un adattamento dell’opera con il titolo Il Castello del Duca Barbablù diretto da Leslie MegaheyRobert Lloyd era Barbablù ed Elizabeth Laurence, Judit.[13]

La prima Taiwanese, diretta e condotta da Tseng Dau-Hsiong, ha avuto luogo nel Teatro Nazionale di Taipei, il 30 dicembre 2011.[14] Nel mese di gennaio 2015, il Metropolitan ha presentato la sua prima produzione del Castello del Duca Barbablù in originale ungherese, interpretato da Mikhail Petrenko come Barbablù e Nadja Michael come Judit.

Trama

La trama è assai liberamente ispirata alla fiaba popolare “Barbablù“, ma viene effettuata una radicale rielaborazione psicologica, alcuni direbbero psicoanalitica o psicosessuale (vedi Bruno Bettelheim ne Il mondo incantato).LuogoUn’enorme sala buia in un castello, con sette porte chiuse.PeriodoNon definito

Barbablù arriva con Judit al suo castello, che è immerso nell’oscurità. Barbablù chiede a Judit se vuole rimanere e le offre anche la possibilità di andarsene, ma lei decide di rimanere. La donna insiste nel volere che tutte le porte siano aperte, per permettere alla luce di entrare e asciugare i muri umidi e freddi; insistendo, inoltre, che le sue richieste si basano sul suo amore per Barbablù. Il duca si rifiuta, dicendole che sono luoghi segreti e non devono essere esplorati da altri; chiede a Judit di amarlo senza fare domande. Judit insiste e alla fine prevale sul suo rifiuto.

La prima porta si apre per rivelare la camera della tortura, macchiata di sangue. Dapprima sconcertata, poi incuriosita, Judit continua. Dietro la seconda porta c’è un’armeria, e dietro la terza un tesoro di ori e gioielli. Ogni volta che una porta viene aperta, si sentono misteriosi sospiri di dolore provenire dall’interno. Barbablù spinge Judit avanti. Dietro la quarta porta c’è un giardino segreto con magnifici fiori; dietro la quinta, si apre una finestra sul vasto regno di Barbablù. Tutto è ora illuminato dal sole, ma il sangue ha macchiato la camera della tortura, l’armeria e anche i tesori, ha bagnato il giardino e le nuvole cupe gettano ombre rosso sangue sopra il regno del Duca.

Barbablù supplica la sposa di fermarsi: il castello ora splende come più non si può ottenere, e non sarà possibile renderlo più luminoso di così. Judit però rifiuta di fermarsi dopo essersi spinta fin lì e, insistendo, ottiene di aprire la sesta porta. Intanto un’ombra scura passa sopra il castello. Questa è la prima camera che non è macchiata di sangue: un lago d’acqua argentea e silenziosa è tutto ciò che si trova all’interno, “Sono lacrime, Judit, lacrime” ripete Barbablù. Lei deve semplicemente di amarlo e non fare altre domande. L’ultima porta deve rimanere chiusa per sempre. Ma la donna insiste ancora, chiedendogli notizia delle sue ex mogli e poi accusandolo di averle uccise, arrivando a supporre che appartenga proprio a loro il sangue trovato dappertutto, e che le loro lacrime siano quelle che hanno formato il lago, e che i loro corpi giacciano dietro l’ultima porta. Di fronte a queste accuse Barbablù le consegna la settima chiave.

A quel punto entrano in scena le tre ex mogli di Barbablù, silenziose ma ancora vive, splendidamente vestite e adornate di corone e gioielli. Barbablù, sopraffatto dall’emozione dei ricordi, si prostra davanti a loro e le esalta una per una (come le sue mogli dell’alba, del mezzogiorno e del tramonto). Infine, rivolgendosi a Judit, le dice che lei è la più bella di tutte: incontrata di notte, ora alla notte dovrà appartenere per sempre. Lei, affranta, lo prega di desistere dal proposito di lasciarla, ma è troppo tardi. Barbablù l’adorna di gioielli meravigliosi e di un manto stellato, che le pesano addosso come una cappa di piombo. Mentre reclina la testa sotto quel peso, è costretta a seguire le altre mogli, che escono lungo un fascio di luce lunare attraverso la settima porta. Questa si chiude alle sue spalle, e Barbablù rimane solo, mentre tutto svanisce nel buio totale e le tenebre tornano ad invadere il castello.