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Anticipazioni per “Pagliacci” di Leoncavallo del 20 aprile alle 10 su Rai 5: dalla Scala di Milano

Pagliacci

Anticipazioni per “Pagliacci” di Leoncavallo del 20 aprile alle 10 su Rai 5: diretto da Daniel Harding per la regia di Mario Martone dalla Scala di Milano

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L’edizione proposta è quella andata in scena nel 2011 al Teatro alla Scala di Milano con la regia di Mario Martone e la direzione di Daniel Harding. Lo spettacolo, che si avvale delle scenografie di Sergio Tramonti, dei costumi di Ursula Patzak e delle luci di Pasquale Mari, ha segnato – insieme a “Cavalleria rusticana” di Mascagni – il debutto scaligero per il regista teatrale e cinematografico Mario Martone, che ha attualizzato il dramma verista di Leoncavallo ambientandolo in uno scalcinato campo nomadi di periferia sotto un cavalcavia autostradale.

Uno sfondo d’impronta neorealista per l’atto unico di onore, amore e coltelli che vede protagonisti José Cura nei panni di Canio, Oksana Dyka in quelli di Nedda, Ambrogio Maestri nel ruolo di Tonio, Celso Albelo in quello di Beppe e Mario Cassi come Silvio. Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro alla Scala l’inglese Daniel Harding, direttore musicale della Swedish Radio Symphony Orchestra e dell’Orchestre de Paris, nonché direttore laureato a vita della Mahler Chamber Orchestra. Regia televisiva a cura di Emanuele Garofalo.

Pagliacci è un’opera lirica in due atti su libretto e musica di Ruggero Leoncavallo. Fu rappresentata per la prima volta al Teatro dal Verme di Milano il 21 maggio 1892, con Fiorello Giraud (Canio), Adelina Stehle (Nedda), Victor Maurel (Tonio), Francesco Daddi (Beppe), Mario Roussel (Silvio)[2] e la direzione di Arturo Toscanini.

Fin da poco tempo dopo la prima esecuzione è di frequente rappresentata insieme a Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni (1890), con la quale è considerata una delle più rappresentative opere veriste.[3]

Origine dell’opera

Stando alle parole dello stesso compositore, l’opera si ispira a un delitto realmente accaduto a Montalto Uffugo, in Calabria, dove il compositore visse da bambino alcuni anni.[4] Secondo i documenti dell’epoca, il suo tutore, Gaetano Scavello, era in relazione con una donna del luogo, della quale era innamorato anche un certo Luigi D’Alessandro: questi, geloso della donna e insultato pubblicamente dal tutore di Leoncavallo, la notte del 5 marzo 1865 accoltellò Scavello all’uscita da un teatro, aiutato dal fratello Giovanni; la vittima morì poche ore dopo ma fece i nomi degli assassini, che furono condannati dal padre di Leoncavallo, magistrato a Montalto.[5] Leoncavallo in seguito affermò che l’assassinio si svolse sotto i suoi occhi e che fu eseguito da un pagliaccio che aveva appena ucciso la propria moglie, poiché sosteneva di aver trovato tra i suoi vestiti un biglietto di Scavello.[5]

Quando nel 1894 l’opera fu tradotta in francese, il poeta, drammaturgo e librettista Catulle Mendès accusò Leoncavallo di plagio, poiché riteneva che la trama ricalcasse quella della sua opera La Femme de Tabarin, del 1887 (entrambe prevedevano una commedia all’interno dell’opera, un uomo geloso, la commedia che si trasforma in realtà con l’uccisione della donna per gelosia); Leoncavallo si difese sostenendo che la trama era ispirata al fatto di cronaca di cui era stato testimone da bambino e rilevò che anche l’opera di Mendès era passibile di plagio, poiché assomigliava ad altre precedenti, come Un drama nuevo di Manuel Tamayo y Baus; Mendès ritirò allora l’accusa.[6]

Prima rappresentazione

L’opera s’intitolava originariamente Pagliaccio, ma il baritono francese Victor Maurel, che aiutò Leoncavallo ad organizzare la prima rappresentazione, non voleva che il suo ruolo (Tonio) passasse in secondo piano in favore di quello del tenore (Canio); l’editore, per evitare di mettere a rischio la prima, mutò il titolo in Pagliacci.[7]

L’opera fu rappresentata per la prima volta a Milano il 21 maggio 1892, diretta da un giovane e poco conosciuto Arturo Toscanini, e ottenne subito un grande successo, che Leoncavallo non riuscì più ad ottenere con le sue successive opere; nel giro di due anni fu tradotta in molte lingue europee e, per via della sua brevità (circa un’ora), fu spesso accoppiata ad un’altra breve opera di stampo veristaCavalleria rusticana di Mascagni.[8]

Trama

Dopo un’introduzione strumentale, la rappresentazione inizia a sipario calato, con un baritono, in genere quello che interpreta Tonio, solitamente nel costume che vestirà più avanti come Taddeo, che si presenta al proscenio come “Prologo” (Si può?, si può?), fungendo da portavoce dell’autore ed enunciando i principi informatori e la poetica dell’opera.

La piccola compagnia teatrale itinerante composta dal capocomico Canio, dalla moglie Nedda e dai due commedianti Tonio e Beppe giunge in un paesino del sud Italia per inscenare una commedia. Canio non sospetta che la moglie, molto più giovane, lo tradisca con Silvio, un contadino del luogo, ma Tonio, fisicamente deforme, che ama Nedda e ne è respinto, lo avvisa del tradimento. Canio scopre i due amanti che si promettono amore, ma Silvio fugge senza essere visto in volto. L’uomo vorrebbe scagliarsi contro la moglie, ma arriva Beppe a sollecitare l’inizio della commedia perché il pubblico aspetta. Canio non può fare altro, nonostante il turbamento, che truccarsi e prepararsi per lo spettacolo (Vesti la giubba).

Dopo un intermezzo sinfonico, Canio/Pagliaccio deve impersonare nella farsa un marito tradito, ma la realtà prende il sopravvento sulla finzione (No, Pagliaccio non son) ed egli riprende il discorso interrotto poco prima, rinfacciando a Nedda/Colombina la sua ingratitudine e dicendole che il suo amore è ormai mutato in odio per la gelosia. La donna, intimorita, cerca di mantenere un tono da commedia, ma poi, minacciata, reagisce con asprezza. Beppe vorrebbe intervenire, ma Tonio, eccitato dalla situazione, di cui è responsabile con la sua delazione, glielo impedisce, mentre gli spettatori, dapprima attratti dalla trasformazione della farsa in dramma, comprendono troppo tardi che ciò che stanno vedendo non è più finzione. Di fronte al rifiuto di Nedda di dire il nome del suo amante, Canio accoltella a morte prima lei e poi Silvio, presente tra il pubblico, accorso sul palco per soccorrerla.

A tragedia compiuta, secondo la partitura originale, Tonio/Taddeo esclama beffardo e compiaciuto, rivolgendosi al pubblico: “La commedia è finita!”.[7] Tale battuta passò precocemente a Canio, divenendo la prassi esecutiva abituale.

Brani famosi
  • Si può?“, Tonio (Prologo)
  • Son qua, ritornano!“, Coro (Atto I)
  • Qual fiamma avea nel guardo“, Nedda (Atto I)
  • Vesti la giubba“, Canio (Atto I)
  • Canzone di Arlecchino“, Beppe (Atto II)
  • No, Pagliaccio non son“, Canio (Atto II)