giovedì, Maggio 13, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di William Shakespeare del 24 aprile alle 15.45 su Rai 5: “Macbeth”

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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di William Shakespeare del 24 aprile alle 15.45 su Rai 5: “Macbeth”

Lucia Mosca on Twitter: "(Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di  Molière del 22 febbraio alle 15.45 su Rai 5: “Il misantropo”) Segui su: La  Notizia - https://t.co/OcN4KZlJWI… https://t.co/bUS2bZ9xXI"

Per il Grande Teatro in TV oggi pomeriggio sabato 17 aprile alle 15.45 va in onda su Rai 5 la celebre tragedia “Macbeth” scritta da William Shakespeare nel 1623 e messa in onda dalla Rai nel febbraio 1975 nella versione diretta da Franco Enriquez con l’interpretazione di Gianni Pulone, Gianni Cavina, Michele Mirabella, Odino Artioli, Giancarlo Palermo, Carlo Hintermann, Alessandro Tei, Sergio Di Giulio, Antonietta Carbonetti, Anita Bartolucci, Norma Martelli, Valeria Moriconi, Attilio Corsini, Glauco Mauri Franco Alpestre, Gianni Giuliano, Gigi Contanti, Giorgio Del Bene, Luigi Uzzo, Roberto Sturno e Vasco Santon.

Macbeth (titolo completo The Tragedy of Macbeth) è una fra le più note e citate tragedie shakespeariane.

Essa drammatizza i catastrofici effetti fisici e psicologici della ricerca del potere per il proprio interesse personale: l’esito di tale condotta è un gorgo inesorabile di errori ed orrori.

Fu pubblicato nel Folio del 1623, probabilmente da un copione teatrale. Frequentemente rappresentata e riadattata nel corso dei secoli, Macbeth è divenuta l’archetipo per eccellenza della brama di potere sfrenata e dei suoi pericoli, definizione che è stata tuttavia spesso giudicata estremamente restrittiva, se non addirittura erronea[1], date le ampie ripercussioni di natura filosofica sui temi del destino, dell’azione e della volontà, e le molte ombre e misteri che ancora aleggiano attorno alla vicenda della coppia Macbeth/Lady Macbeth, la cui vicenda personale è arricchita da un non-detto pregno di ambiguità.

Costituita da solo cinque atti, è la più breve tragedia di Shakespeare[2], ed è spesso stata indicata dalla critica come il suo lavoro più complesso e sfaccettato[3].

Per la trama Shakespeare si ispirò liberamente al resoconto storico sul re Macbeth di Scozia di Raphael Holinshed[4] e a quello del filosofo scozzese Ettore Boezio. Molto popolare è anche la versione operistica di questa tragedia, musicata da Verdi su libretto di Francesco Maria Piave.

Trama

La tragedia si apre in una cupa Scozia d’inizio Basso Medioevo, in un’atmosfera di lampi e tuoni; tre Streghe (Le Sorelle Fatali, ispirate certamente alle Norne del mito norreno e alle Parche/Moire della tradizione greco-romana) decidono che il loro prossimo incontro dovrà avvenire in presenza di Macbeth.

Nella scena seguente, un sergente ferito riferisce al re Duncan di Scozia che i suoi generali, Macbeth e Banquo, hanno appena sconfitto le forze congiunte di Norvegia e Irlanda, guidate dal ribelle Macdonwald. Macbeth, congiunto del re, è lodato per il suo coraggio e prodezza in battaglia.

La scena cambia: Macbeth e Banquo appaiono sulla scena, di ritorno ai loro castelli, facendo considerazioni sulla vittoria appena conseguita e sul tempo “brutto e bello insieme”, che caratterizza la natura ambigua e carica di soprannaturale della brughiera desolata e pervasa di nebbia che stanno attraversando. Le tre streghe, che li stavano aspettando, compaiono e pronunciano profezie. Anche se Banquo per primo le sfida, esse si rivolgono a Macbeth. La prima lo saluta come “Macbeth, il soldato”, titolo che Macbeth già possiede, la seconda come “Macbeth, il generale”, e la terza “Macbeth, il re”. Macbeth è stupefatto e silenzioso, così Banquo ancora una volta tenta di fronteggiarle, intimorito dall’aspetto delle Sorelle Fatali e dalle condizioni particolari e misteriose del momento. Le streghe dunque informano anche Banquo di una profezia, affermando che sarà il capostipite di una dinastia di re. Poi le tre streghe svaniscono, lasciando nel dubbio Macbeth e Banquo sulla reale natura di quella strana apparizione.

Sopraggiunge dunque il re, che annuncia a Macbeth la concessione a suo favore del titolo di generale dell’armata Scozzese: la prima profezia è così realizzata. Immediatamente Macbeth incomincia a nutrire l’ambizione di diventare re.

Macbeth scrive alla moglie (Lady Macbeth) riguardo alle profezie delle tre streghe.

Quando Duncan decide di soggiornare al castello di Macbeth a InvernessLady Macbeth escogita un piano per ucciderlo e assicurare il trono di Scozia al marito. Anche se Macbeth mostra dei tentennamenti, volendo ritornare sui propri passi e smentendo le ambizioni manifestate nella lettera inviata alla moglie, Lady Macbeth alla fine lo persuade a seguire il piano.

Nella notte della visita, Lady Macbeth ubriaca le guardie del re, facendole cadere in un pesante sonno. Macbeth, con un noto soliloquio che lo porta a vedere di fronte a sé l’allucinazione di un pugnale insanguinato che lo guida verso l’omicidio del suo stesso re e cugino, si introduce nelle stanze di Duncan e lo pugnala a morte. Sconvolto dall’atto si rifugia da Lady Macbeth, la quale invece non si perde d’animo e recupera la situazione lasciando la coppia di armi usate per l’assassino presso i corpi addormentati delle guardie, imbrattando i loro volti, le mani e le vesti col sangue del re.

Al mattino, poco dopo l’arrivo di MacDuff, nobile scozzese venuto a recare omaggio al sovrano, viene scoperto l’omicidio. In un simulato attacco di rabbia, Macbeth uccide le guardie prima che queste possano rivendicare la loro innocenza.

MacDuff è subito dubbioso riguardo alla condotta di Macbeth, ma non rivela i propri sospetti pubblicamente. Temendo per la propria vita, il figlio di Duncan, Malcolm, scappa in Inghilterra.Su questi presupposti Macbeth, per la sua parentela con Duncan, sale al trono di Scozia.

A dispetto del suo successo, Macbeth non è a suo agio circa la profezia per cui Banquo sarebbe diventato il capostipite di una dinastia di re, temendo di essere a sua volta scalzato. Così lo invita a un banchetto reale e viene a sapere che Banquo e il giovane figlio, Fleance, usciranno per una cavalcata quella sera stessa. Macbeth ingaggia due sicari per uccidere Banquo e Fleance (un terzo sicario compare misteriosamente nel parco prima dell’omicidio: secondo una parte della critica potrebbe essere immagine e personificazione stessa dello spirito dell’Assassinio). Banquo viene dunque massacrato brutalmente, ma Fleance riesce a fuggire. Al banchetto, che dovrebbe celebrare il trionfo del re, Macbeth è convinto di vedere il fantasma di Banquo che siede al suo posto, mentre gli astanti e la stessa Lady Macbeth non vedono nulla. Il resto dei convitati è spaventato dalla furia di Macbeth verso un seggio vuoto, finché una disperata Lady Macbeth ordina a tutti di andare via.

Macbeth, che cammina ormai a cavallo fra mondo del reale e mondo soprannaturale, si reca dalle streghe in cerca di certezze. Esse, interrogate, chiamano a rispondere degli spiriti: una testa armata dice a Macbeth “temi MacDuff”, un bambino insanguinato gli dice “nessun nato di donna può nuocerti”, un bambino incoronato gli dice “Macbeth non sarà sconfitto fino a che la foresta di Birnam non muova verso Dunsinane”; infine appare un corteo di otto spiriti a simboleggiare i discendenti di Banquo, alla vista dei quali Macbeth si dispera.

Si avvia una stagione di sanguinaria persecuzione ai danni di tutti i lord di Scozia che il sovrano ritiene sospetti, e in particolare contro MacDuff. Un gruppo di sicari viene inviato al suo castello per ucciderlo, ma una volta lì i mercenari non lo trovano, essendo questi recatosi in Inghilterra per cercare aiuto militare contro Macbeth e avviare una rivolta. Gli assassini a ogni modo perpetrano il massacro della moglie di MacDuff e dei suoi figli, in una scena piena di patetismo e crudeltà.

Lady Macbeth nel frattempo, incapace di raggiungere il marito nelle dimensioni surreali in cui si è perso, non regge più il peso dei suoi delitti e comincia a essere tormentata da visioni e incubi che sconvolgono il suo sonno, portandola a episodi di sonnambulismo che sfociano in crisi disperate dove tenta di ripulire le mani da macchie di sangue incancellabili.

In Inghilterra MacDuff e Malcolm pianificano l’invasione della Scozia. Macbeth, adesso identificato come un tiranno, vede che molti baroni disertano dal suo fianco. Malcolm guida un esercito con MacDuff e Seyward, conte di Northumbria, contro il castello di Dunsinane, fortezza associata al trono di Scozia dove Macbeth risiede. Ai soldati, accampati nel bosco di Birnam, viene ordinato di tagliare i rami degli alberi per mascherare il loro numero. Con ciò si realizza la terza profezia delle streghe: tenendo alti i rami degli alberi, innumerevoli soldati rassomigliano al bosco di Birnam che avanza verso Dunsinane. Alla notizia della morte della moglie (la cui causa non è chiara; si presume che ella si sia suicidata, oppure che sia caduta da una torre in preda al delirio da sonnambula) e di fronte all’avanzata dell’esercito ribelle, Macbeth pronuncia il famoso soliloquio (“Domani e domani e domani”), sul senso vacuo della vita e di tutte le azioni che la costellano, vani atti insignificanti che puntano al raggiungimento di obiettivi che non hanno alcun reale valore.

Richiede poi che gli siano portate armi e armatura, pronto a vendere cara la pelle in quello che già sente essere il suo atto finale.

La battaglia infuria sotto le mura di Dunsinane, il giovane Seyward, alleato di MacDuff, muore per mano del tiranno, che affronta poi MacDuff. Macbeth ritiene di non avere alcun motivo di temere il lord ribelle perché non può essere ferito o ucciso da “nessuno nato da donna”, secondo la profezia delle streghe. MacDuff però dichiara di “essere stato strappato prima del tempo dal ventre di sua madre” e che quindi non era propriamente “nato” da donna. Macbeth tuttavia, nella furia della battaglia accetta tale destino e non dimostra neanche un momento di cedimento, nella sua lucida follia. I due combattono e MacDuff decapita Macbeth, realizzando così l’ultima delle profezie.

Anche se Malcolm, e non Fleance, salí al trono, la profezia delle streghe riguardante Banquo fu ritenuta veritiera dal pubblico di Shakespeare, che riteneva che re Giacomo I fosse diretto discendente di Banquo.

Redazione
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