martedì, Dicembre 7, 2021
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Russia: la persecuzione dei Testimoni di Geova, tra Kafka e l’Inquisizione medievale

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Russia: la persecuzione dei Testimoni di Geova, tra Kafka e l’Inquisizione medievale

La persecuzione dei Testimoni di Geova in Russia in atto da quattro anni, dopo che l’ente giuridico è stato dichiarato fuorilegge, ha visto comportamenti e risvolti crudelmente kafkiani: le forze dell’ordine russe entravano nei luoghi di culto del movimento (come appurato da numerose riprese delle telecamere), depositavano “pubblicazioni estremiste”, quindi si recavano dal tribunale di competenza per farsi dare un mandato di perquisizione. Poi si passava all’accusa penale verso i testimoni di Geova locali perché in possesso (!) di pubblicazioni dichiarate estremiste dall’articolo 282.2 del codice penale della Federazione Russa.

Ma non bastava per le autorità russe. L’attacco sferrato a singoli e famiglie ha visto perquisizioni, intimidazioni, sequestro di conti bancari, sim, computer e poi maltrattamenti, percosse, torture e altre azioni efferate nei confronti di gente inerme. In molti casi perché, secondo l’accusa, leggevano, pregavano o parlavano tranquillamente -ma non sempre- di religione. Tra l’altro in questi incontri non si incitava né la ribellione verso lo Stato né si offendeva chicchessia . Si deve rimarcare che nessun tribunale russo ha vietato la religione dei Testimoni di Geova e le autorità hanno sottolineato solo pochi mesi fa (20 febbraio 2021) che i Testimoni di Geova possono riunirsi per il culto collettivo.

Ma la polizia del FSB spesso va oltre le irruenti perquisizioni improvvise a casa delle famiglie. In un caso, nel Territorio di Krasnoyarsk, in Siberia, Dmitry Maslov di 44 anni è stata accusato penale di aver commesso un crimine sempre ai sensi del oramai noto articolo 282.2. Quale sarebbe la colpa? Maslov apicoltore insieme alla moglie, è un appassionato di escursioni in montagna. Nel 2019 si è recato in montagna per un gita insieme a degli amici. Al suo ritorno le autorità hanno avviato un procedimento penale considerando l’escursione “una continuazione delle attività estremiste”. In seguito sono stati chiamati i testimoni del presunto reato che hanno negato che Maslov imponesse la sua religione a qualcuno. Anzi le testimonianze dei compagni del viaggio in montagna di Maslov sono state positive e hanno decritto il 44enne come una persona onesta, gentile, puntuale e lavoratore impeccabile. Maslov ha trascorso diversi mesi in un centro di detenzione temporanea. Il pubblico ministero ha chiesto sei anni di prigione. Il 2 giugno il Tribunale locale lo ha riconosciuto colpevole e condannato a pagare una multa di 450 mila rubli. Ma non è detto che la vicenda giudiziaria possa finire qui, visto l’accanimento verso i Testimoni in quella zona. Le Forze di Polizia per perquisire le case dei Testimoni hanno ingaggiato perfino i combattenti della Guardia Nazionale che hanno interrogato e fermato in carcere circa 30 Testimoni.

Questo caso, paradigma del modus operandi delle autorità russe, mostra che il semplice sospetto che un credente abbia commesso il “reato”- ma per la Costituzione Russa non è reato- fa scattare le manette. Qui siamo ai modi di fare analoghi dell’Inquisizione Medievale dove bastava essere ‘veementemente’ sospetti e si ingranava un processo all’imputato che iniziava già con il giudizio di colpevolezza sulla sua testa.

Ricchard Clayton rappresentante del Regno Unito presso la Commissione di Venezia già nel marzo 2017 affermava che “non c’era nessuna prova che confermava l’accusa di estremismo” verso i Testimoni di Geova. Numerose altre organizzazioni internazionali sono giunte alla medesima conclusione analizzando il caso dei Testimoni di Geova banditi nella Federazione.

Qualche giorno fa, Vasily Reznichenko di 78 anni, altro Testimone di Geova condannato a due anni di prigione sempre per “partecipazione ad attività estremista”, si è rivolto alla corte che lo stava giudicando in ultima battuta con queste parole: “Gli ufficiali dell’FSB mi considerano un pericoloso criminale e sto cercando di capire cosa c’è di così pericoloso e terribile contro lo stato o le persone che ho commesso? Perché mi trattano così? Ho fatto questa domanda agli ufficiali dell’FSB, ma non ho ricevuto una risposta comprensibile. In udienza, ascoltando le testimonianze di testimoni e periti, ho anche cercato di capire quale fosse la mia colpa, cosa avrei dovuto fare o, al contrario, non fare per non essere considerato un criminale. Ma non ho mai avuto risposta alla mia domanda”.

Parole agghiaccianti che echeggiano l’angosciosa vicenda di Josef K, l’impiegato del Processo, giudicato colpevole senza capire di cosa. Ma qui si esce dalla letteratura e si arriva alla realtà in carne e ossa con ragazzi, anziani, malati, disabili, sbattuti in prigione senza aver commesso nessun tipo di crimine. L’unica differenza rispetto al personaggio di Kafka, la fa la fede ferrea degli accusati che sopportano stoicamente e cristianamente le vessazioni subite. E non è un particolare di secondaria importanza in un contesto inquisitorio che condanna non le azioni ma i pensieri e le idee, che difficilmente si possono sradicare nell’animo umano, proprio di chi è perseguitato per il proprio credo.

Roberto Guidotti

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Nella foro una scena del film “Il processo