venerdì, Dicembre 3, 2021
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Canada, il genocidio dei bambini indigeni ancora sconosciuto al mondo

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Canada, il genocidio dei bambini indigeni ancora sconosciuto al mondo

Pochi giorni fa un’ondata di sdegno in Canada e in tutto il mondo ha accolto la notizia del ritrovamento dei resti di 215 bambini nativi in una fossa, presso una scuola gestita dalla Chiesa cattolica nel British Columbia.

“Mi unisco ai vescovi canadesi e a tutta la Chiesa cattolica in Canada nell’esprimere la mia vicinanza al popolo canadese, traumatizzato dalla scioccante notizia”, ha affermato Papa Francesco intervenendo nel corso del consueto Angelus domenicale sul caso che ha sconvolto il Canada nei giorni scorsi. Bergoglio, oltre ad esprimere “dolore” e “vicinanza”, ha chiesto la “collaborazione” tra le autorità politiche e religiose al fine di “fare luce” su quanto accaduto. Secondo il Papa “la triste scoperta, accresce ulteriormente la consapevolezza dei dolori e delle sofferenze del passato”

Ma che cosa è realmente successo a quei bambini indigeni in Canada all’interno delle scuole che i bambini frequentavano? Il macabro ritrovamento menzionato è una punta dell’iceberg di quel massacro definito il Canadian Genocide, uno dei crimini più efferati mai compiuti ai danni dell’umanità, specialmente perché le vittime erano bambini. Si calcola che furono coinvolti 150.000 nativi.

L’inizio della vicenda viene fatta risalire al 1883 quando il Primo Ministro canadese Sir John Macdonald autorizzò la creazione nel Canada occidentale di tre scuole, due dirette da personale cattolico e una anglicano. Il motivo e lo scopo della creazione delle scuole era la “civilizzazione” dei nativi indigeni. Il Governo incaricò gli educatori religiosi cattolici in prevalenza, di sradicare la cultura spirituale dei nativi e sostituirla con la cristianizzazione dei bambini. Innanzi tutto i bambini venivano allontanati dai genitori in quanto le scuole erano costruite a centinaia di chilometri dai luoghi nativi dei ragazzi. Poi tramite il programma Indian Acts il Governo entrava in possesso di tutti gli effetti dei nativi e disponeva che i ragazzi abbandonassero le tradizioni religiose e dimenticassero la loro identità culturale.

Ma questo tipo di violenza è poca cosa rispetto a quello che avveniva all’interno delle scuole. Dai primi decenni del XX secolo i bambini venivano introdotti nelle scuole trasportati dentro grossi camion stipati come animali. A ogni bambino veniva assegnato un numero: da allora in poi sarebbero stati chiamati solo con quello e non con il nome. I maschi e le femmine venivano separati e nel caso di fratelli e sorelle non si sarebbero più rivisti se non quando fossero tornati a casa, sempre che vi avessero fatto ritorno. La permanenza era caratterizzata da una ferrea disciplina che imponeva ai bambini quando andare in bagno, quando pregare e addirittura quando tossire e sbadigliare. La stragrande maggioranza dei bambini soffrì un orrore continuo fatto di violenze coercitive a tutti i livelli. Spesso gli ospiti subivano forzatamente l’educazione cattolica mediante lunghe sessioni di preghiera in ginocchio sul pavimento e alla partecipazione obbligatoria alle lezioni di catechismo. In un’indagine del medico supervisore tra il 1888 e il 1905 si leggeva che il 25% dei ragazzi erano deceduti per le scarse condizioni igieniche. In una delle scuole il dato della mortalità toccava il 69% a causa di tubercolosi, carenze igieniche e mancanza di ventilazione.

Nel 1913 un rapporto del Vice Ministro per gli Affari Indiani affermava “che il 50% dei bambini che erano transitati per queste scuole non erano vissuti per beneficiare dell’istruzione”. Oltre alla condizioni igieniche uno dei problemi più gravi era la fame. Ad alcuni bambini – come racconta lo storico Pierluigi Tombetti nel libro I segreti del Vaticano in un capitolo dedicato alla vicenda – venivano consegnate delle trappole per topi per catturare scoiattoli e piccoli roditori che potevano arrostiti e lenire la fame, garantendo la sopravvivenza in alcuni casi. Da vari rapporti risultava che il cibo era immangiabile e che molti bambini dovevano nutrirsi cercando avanzi nei bidoni della spazzatura. Che dire della violenza verso i bambini? Alcune “trasgressioni” dei bambini come bagnare il letto, erano punite anche con il pestaggio, violenti schiaffi e percosse. Sempre Tombetti, paragona la gestione dei bambini nelle scuole al trattamento inflitto ai prigionieri nei lager nazisti.

Ma il vero orrore per i giovani furono gli abusi sessuali. Nel 2003 la polizia canadese svolse indagini su 900 presunti casi di abuso. Le indagini sugli stupri erano cominciati nel XIX anche se spesso erano coperti dagli stessi membri della classe docente. Le denunce di molestie e le azioni legali intentate in attesa di giudizio sono almeno 12.000. Le testimonianze raccolte negli ultimi anni tra i sopravvissuti hanno scoperchiato un vaso di orrori senza fine e gravi conseguenze negli anni, in forma di dolore, sensi di colpa e problemi psichiatrici. Molti ragazzi cresciuti, hanno poi avuto problemi di adattamento sociale, di droga, alcolismo, prostituzione e incapacità di gestire i rapporti con altri.

Nel 2008 il Primo Ministro Harper rivolse le scuse ufficiali illustrando il motivo dell’istituzione delle scuole ovvero “uccidere l’indiano uccidendone i bambini”. Nel 2013 Kevin Annett portavoce dell’ITCSS, il Tribunale Internazionale per i crimini di Chiesa e Stato ha tenuto a Savona una conferenza che narrava i crimini compiuti ai danni dei bambini. Poco tempo prima una delegazione dei sopravvissuti aveva raggiunto il Papa emerito Joseph Ratzinger a Roma per illustragli la vicenda e i rapporti sui crimini commessi.

Un capitolo quello del genocidio canadese che non si può ancora considerare chiuso alla luce degli ultimi episodi. Un fatto che secondo molte vittime ed altri, merita di essere conosciuto più a fondo dall’opinione pubblica non solo canadese, ma mondiale.

Roberto Guidotti

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