lunedì, Dicembre 6, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di D’Annunzio del 2 luglio alle 15.45 su Rai 5: “La fiaccola sotto il moggio”

la fiaccola sotto il moggio

Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di D’Annunzio del 2 luglio alle 15.45 su Rai 5: “La fiaccola sotto il moggio” regia di Giorgio De Lullo

Lucia Mosca on Twitter: "(Anticipazioni per il Grande Teatro in TV di  Molière del 22 febbraio alle 15.45 su Rai 5: “Il misantropo”) Segui su: La  Notizia - https://t.co/OcN4KZlJWI… https://t.co/bUS2bZ9xXI"

Per il Grande Teatro in TV in onda oggi venerdì 2 luglio alle 15.45 su Rai 5 la tragediaLa fiaccola sotto il moggio” di Gabriele D’Annunzio con la regia di Giorgio De Lullo nella versione andata in onda nell’aprile 1965 sulla Rai.

La fiaccola sotto il moggio è una tragedia di Gabriele D’Annunzio ambientata ad Anversa degli Abruzzi in provincia dell’Aquila, scritta nel 1905 e rappresentata per la prima volta nello stesso anno.

D’Annunzio vi venne ispirato nella sua breve permanenza ad Anversa degli Abruzzi con Antonio De Nino, e scrisse di proprio pugno: “La fiaccola sotto il moggio è la perfetta delle mie tragedie”.[1] Tra le interpreti della sua opera ebbe modo di dichiarare dell’attrice Paola Pezzaglia: “Ha tenuta accesa la mia fiaccola ponendola sopra il moggio”.[2]

Trama

Il dramma tratta gli ultimi istanti di reggenza della famiglia dei Di Sangro al castello normanno di Anversa degli Abruzzi ed è ambientato nel terzo decennio dell’Ottocento, sotto il regno di Ferdinando I di Borbone. Viene uccisa la madre della protagonista Gigliola per opera della matrigna Angizia e del padre Tibaldo. Gigliola non ne riesce a vendicare il misfatto.

La storia porta Gigliola al sacrificio. Il castello infine crolla ed i personaggi sono affetti da vari morbi più o meno gravi: Simonetto è emofiliaco, Tibaldo è affetto da un tremore, Bertrando è moralmente corrotto, Angizia è sfrontata.

“Tenere una fiaccola sotto il moggio” (una specie di piccolo tino usato come unità di misura per le granaglie) è un’espressione derivata dai Vangeli per indicare “possedere una verità nascosta”, che è appunto quella della farneticante e quasi folle Gigliola, la quale intuisce la vera causa della morte materna, ma non la manifesta ed è alla fine sopraffatta nel suo impeto vendicatore dal destino, implacabile signore delle ombre e unico arbitro delle vicende umane.

La tragedia inizialmente fu accolta negativamente da pubblico e critica, e rivalutata soltanto dopo la morte del poeta, venendo accostata a La figlia di Iorio per le qualità e i collegamenti con l’Abruzzo. Gigliola è vista come una superfemmina in negativo, rispetto alle protagoniste Fedra e Francesca da Rimini, che distruggono la vita del proprio amato, in qualità di femmes fatales. Gigliola è stata definita una vera e propria eroina tragica, figlia dei personaggi dei classici greci, che viene annientata dal potere della natura (il paesaggio tetro di montagna, la gente ignorante e ostile e la sensuale Angizia), e che prende ugualmente in mano il proprio destino, venendo però distrutta, secondo la tipica legge dei figli che pagano per le colpe dei genitori. Tuttavia il pessimismo nella tragedia si rivela universale e simbolico perché non solo Gigliola viene distrutta dalla morte, ma con lei rovina tutto il palazzo nobile dei Sangro, che simboleggia la decadenza fisica-morale non solo della struttura, ma anche dei componenti dell’antica famiglia. Da qui sempre la comunione panica con la natura degli elementi Sangro-Castello.

L’importanza della tragedia consiste anche, come per la figlia di Iorio, nella scelta del paesaggio, che si correla perfettamente con gli schemi della tragedia, basata su leggi del casato e su regole universali imposte dalla natura. L’Abruzzo descritto da D’Annunzio era ancora profondamente legato a riti mistici pagani, come la venerazione dei serpenti, nel personaggio del Serparo, e della montagna Majella, le cui leggende spingevano al commettere atti di profonda venerazione, che a volte sconfinava nell’estasi dionisiaca tipica della tragedia, e della poetica dannunziana. I valori negativi di corruzione sono evidenti in ogni componente della vecchia famiglia, di cui ciascuno incarna il tradimento, l’inganno o la follia, destinati per legge di “hybris” della tragedia classica ad essere annientati nella morte.

Attualmente del castello sono visibili solo i ruderi; forse questo ha ispirato D’Annunzio per l’apoteosi finale.