lunedì, Ottobre 18, 2021
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Anticipazioni per il Grande Teatro di Euripide in TV dell’8 agosto alle 16 su Rai 5: “Le Baccanti” dal Teatro Greco di Siracusa

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Anticipazioni per il Grande Teatro di Euripide in TV dell’8 agosto alle 16 su Rai 5: “Le Baccanti” dal Teatro Greco di Siracusa

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L’opera di Euripide “Le Baccanti”, per la regia del catalano Carlus Padrissa, spettacolo d’apertura della 56° edizione del Festival del Teatro Greco di Siracusa, è proposta domenica 8 agosto alle 16 su Rai5. 

Il dio Dioniso arriva dall’Oriente, con un seguito di Baccanti asiatiche, fino a Tebe, dove la sua famiglia non riconosce né lui né il suo culto. Le donne di corte, invasate dal dio, fuggono sui monti a celebrarne i riti, mentre il vecchio re Cadmo e l’indovino Tiresia si adeguano. Solo il re Penteo, cugino del dio, rifiuta quel culto e combatte il dio, ma verrà sedotto, ingannato e persuaso infine a seguire Dioniso sui monti, dove è vittima del delirio della sua stessa madre Agàve, e scambiato per una fiera, viene da lei scannato. 
La traduzione dell’opera è a cura di Guido Paduano. Le coreografie sono firmate da Mireia Romero Miralles, che è anche assistente alla regia.  Scene e musiche sono del regista Carlus Padrissa, che è tra i fondatori della Fura dels Baus. La direzione dei cori è di Simonetta Cartia. Collaborazione alla drammaturgia di Toni Garbini, Michele Salimbeni. Lo spettacolo è stato registrato al Teatro Greco di Siracusa nel luglio 2021‬. La regia televisiva è di Marco Odetto, il progetto editoriale di Felice Cappa‬.

«Anche se non lo vuole, questa città imparerà a conoscere i riti segreti di Bacco»
(vv. 39-40)

Le Baccanti (in greco antico Βάκχαι / Bákchai) è una tragedia di Euripide, scritta mentre l’autore era alla corte di Archelao, re di Macedonia, tra il 407 ed il 406 a.C. Euripide morì pochi mesi dopo averla completata.[3]

L’opera fu rappresentata ad Atene pochi anni dopo, probabilmente nel 403 a.C.,[2] sotto la direzione del figlio (o nipote) dell’autore, chiamato anch’egli Euripide. Venne messa in scena nell’ambito di una trilogia che comprendeva anche Alcmeone a Corinto (oggi perduta) e Ifigenia in Aulide. Tale trilogia di opere fruttò all’autore una vittoria postuma alle Grandi Dionisie di quell’anno.[4]

Trama

Dionisodio del vino, del teatro e del piacere fisico e mentale in genere, era nato dall’unione tra Zeus e Semele, donna mortale. Tuttavia le sorelle della donna e il nipote Penteo (re di Tebe) per invidia sparsero la voce che Dioniso in realtà non era nato da Zeus, ma da una relazione tra Semele e un uomo mortale, e che la storia del rapporto con Zeus era solo uno stratagemma per mascherare la “scappatella”. In sostanza, quindi, essi negavano la natura divina di Dioniso, considerandolo un comune mortale.

Nel prologo della tragedia, Dioniso afferma di essere sceso tra gli uomini per convincere tutta Tebe di essere un dio e non un uomo. A tale scopo per prima cosa ha indotto un germe di follia in tutte le donne tebane, che sono dunque fuggite sul monte Citerone a celebrare riti in onore di Dioniso stesso (diventando quindi Baccanti, ossia donne che celebrano i riti di Bacco, altro nome di Dioniso).

Questo fatto però non convince Penteo: egli rifiuta pervicacemente di riconoscere un dio in Dioniso, e lo considera solo una sorta di demone che ha ideato una trappola per adescare le donne. Invano Cadmo (nonno di Penteo) e Tiresia (indovino cieco) tentano di dissuaderlo e di fargli riconoscere Dioniso come un dio. Il re di Tebe fa allora arrestare lo stesso Dioniso (che si lascia catturare volutamente) per imprigionarlo, ma il dio scatena un terremoto che gli permette di liberarsi immediatamente.

Nel frattempo dal monte Citerone giungono notizie inquietanti: le donne che compiono i riti sono in grado di far sgorgare vino, latte e miele dalla roccia, e in un momento di furore dionisiaco si sono avventate su una mandria di mucche, squartandole vive con forza sovrumana. Hanno poi invaso alcuni villaggi, devastando tutto, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione. Dioniso, parlando con Penteo, riesce allora a convincerlo a mascherarsi da donna per poter spiare di nascosto le Baccanti. Una volta che i due sono giunti sul Citerone, però, il dio aizza le Baccanti contro Penteo. Esse sradicano l’albero sul quale il re si era nascosto, si avventano su di lui e lo fanno letteralmente a pezzi. Non solo, ma la prima ad infierire su Penteo, spezzandogli un braccio, è sua madre Agave.

Questi fatti vengono narrati a Cadmo da un messaggero che è tornato a Tebe dopo aver assistito alla scena. Poco dopo arriva anche Agave, munita di un bastone sulla cui sommità è attaccata la testa di Penteo che lei, nel suo delirio di Baccante, crede essere una testa di leone. Cadmo, sconvolto di fronte a quello spettacolo, riesce pian piano a far rinsavire Agave, che infine si accorge con orrore di ciò che ha fatto. A quel punto riappare Dioniso ex machina, che spiega di aver architettato questo piano per punire chi non credeva nella sua natura divina, e condanna Cadmo e Agave a essere esiliati in terre lontane. Con l’immagine di Cadmo e Agave che, commossi, si dicono addio, si conclude la vicenda.