lunedì, Ottobre 25, 2021
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Afghanistan, Acli Fermo: “Nessuno si salva da solo”

i talebani

Afghanistan, Acli Fermo: “Nessuno si salva da solo”

Riceviamo e da Acli Fermo pubblichiamo: “Nel bel mezzo delle Feriae Augusti quando tutto il mondo si stava godendo l’agognato riposo, i talebani si sono ripresi l’Afghanistan prima ancora che l’ultimo soldato della missione internazionale ISAF lasciasse il paese. Mentre gli “studenti” pashtu marciavano su Kabul il presidente Ashraf Ghani abbandonava il paese rifugiandosi in Uzbekistan. Kabul, una città di 4 milioni e mezzo di persone, è caduta nel giro di poche ore mentre tutte le missioni diplomatiche si davano alla fuga con ogni mezzo possibile. L’aeroporto Hamid Karzai la sera stessa è stato preso d’assalto dai civili nel tentativo di salire su gli ultimi voli in partenza. Una disfatta totale dopo anni di guerre, di morti tra civili e militari, intanto la popolazione afghana si ritrova da sola a fronteggiare un futuro drammatico ed incerto.  

Nonostante le rassicuranti dichiarazioni di Zabihullah Mujahid il portavoce dei Talebani che ha detto: “vogliamo assicurarci che l’Afghanistan non sia più un campo di battaglia, abbiamo perdonato tutti coloro che hanno combattuto contro di noi. La guerra è finita. Non vogliamo nemici esterni o interni” ed ancora ha aggiunto di volere rispettare la volontà delle donne all’interno della legge islamica, ha promesso un’amnistia generale per i funzionari statali, per tutti quelli che “hanno collaborato con gli americani” e persino per i soldati che hanno combattuto contro di loro. Ma il pragmatismo e la pacatezza ostentati in favore di telecamere non sono molto convincenti. La memoria delle efferatezze che i Talebani hanno commesso durante la loro prima stagione al potere è ancora viva e le notizie che giungono da alcuni centri dell’Afghanistan sono molto diverse dalla narrativa televisiva di Zabihullah. I Talebani infatti hanno già iniziato una caccia all’uomo, stanno cercano casa per casa i giudici donna, alleati ed ex collaboratori di americani ed europei.

Intanto, le allarmistiche dichiarazioni di alcuni governanti europei paventano una possibile ondata migratoria. (Vedasi Macron che è già in campagna per le presidenziali e non vuole rischiare di dimostrarsi morbido sulle migrazioni, nel timore di essere messo all’angolo da chi ha fatto della lotta all’immigrazione irregolare una delle sue armi più efficaci in termini di consenso).

Pochissimi si sono domandati se la previsione di un’ondata migratoria sia plausibile e se realmente l’Europa stia facendo tutto quello che sarebbe alla sua portata fare di fronte alla crisi afghana. La risposta per tutti e due i quesiti è no!

La crisi in Afghanistan molto probabilmente non porterà una nuova “ondata migratoria”. Vediamo perché. In base ai dati forniti dagli osservatori delle agenzie che monitorano i flussi migratori (Frontex e l’UNHCR dell’ONU), la maggioranza dei rifugiati afghani, circa 2,5 milioni, sono allocati in paesi limitrofi come l’Iran e il Pakistan, mentre solamente il 16% di quei rifugiati si trova in Europa. Sicuramente popolazioni afghane che vorrebbero raggiungere in maniera anche irregolare l’Europa ce ne sono, e sicuramente la crisi odierna farà aumentare il loro numero, ma è bassa la possibilità che queste persone arrivino in massa nei paesi europei e in tempi brevi. Non è plausibile che orde di afghani invadano i sistemi di accoglienza europea, chi sostiene ciò, lo fa solamente per allarmare l’opinione pubblica. Inoltre perché così facendo rende meno probabile che i governi europei dispongano del capitale politico sufficiente per fare ciò che potrebbero (e dovrebbero) fare subito: proteggere le afghane e gli afghani che si trovano già in Europa, da anni e i nuovi rifugiati.

Tra il 2008 e il 2020 i paesi europei – compresi Regno Unito, Norvegia e Svizzera – hanno ricevuto 600.000 richieste d’asilo da parte di persone afghane, ne sono state accolte 310.000.

Ci sono dunque 290.000 afghane e afghani a cui è stata negata la richiesta di asilo, e di queste persone, circa 70.000 sono già state rimpatriate. In Europa ci sarebbero quindi oltre 300.000 afghani che necessitano di protezione, e la metà dei quali dati da donne e minori.  

Per il momento gli stati d’Europa hanno sospeso i rimpatri nelle settimane precedenti alla presa di Kabul da parte dei talebani, ma questo non è sufficiente. Chi non viene rimpatriato non ha né un permesso di soggiorno né protezione del paese ospitante, e non può dunque rimanere in Europa se non in condizione di irregolarità. I governi europei hanno tutti gli strumenti per regolarizzare questa anomalia attuando una tutela temporanea per le decine di migliaia di afghane e afghani non protetti e già presenti in Europa.

La presidente della Commissione Europea ha dichiarato che aiutare le popolazioni afghane è “un dovere morale” dell’Unione Europea ed è pronta a fornire fondi agli stati che favoriranno il reinsediamento dei rifugiati.

Ma alle sue parole fa eco la voce dei paesi del “gruppo di Visegràd”. Il blocco europeo di leader politici di estrema destra anti-immigrazione guidati da Polonia, Ungheria, e Slovenia che sono contrari alla creazione di corridoi umanitari, a cui nelle ultime ore si è accodato anche il presidente francese.

Le ACLI ritengono che l’Europa e la Comunità internazionale debbano farsi carico dei rifugiati Afghani proteggendoli con l’istituzione di corridoi umanitari, ma soprattutto occorre non essere più impreparati come accaduto nel 2015, fornendo rapidamente il maggior sostegno possibile ai paesi confinati con l’Afghanistan per aiutare e mettere al sicuro i profughi.  Altra azione che l’Europa e l’Italia deve immediatamente attivare sono le procedure per il riconoscimento dello status di rifugiato sia ai 310.000 mila afghani già in Europa, sia agli altri profughi in fuga dai Talebani.  La normativa a livello Comunitario esiste già ed è la direttiva 2001/55 CE la quale concede la protezione temporanea nel caso di arrivo massiccio nell’Unione Europea di persone che non possono rientrare nel loro paese, in particolare in caso di guerra, violenze o violazioni dei diritti umani. La norma stabilisce una tutela immediata e in base a quanto specificato all’articolo 4 della Direttiva, la durata della protezione temporanea è pari ad un anno, salvo proroga automatica di sei mesi in sei mesi per un periodo massimo di un anno e la possibilità di proroghe ulteriori qualora persistano motivi per la concessione della protezione temporanea. Comunque sono escluse dal beneficio della protezione temporanea le persone sospettate di crimine contro la pace, crimini di guerra, reati gravi di natura non politica, azioni contrarie alle principali finalità delle Nazioni Unite e sono escluse tutte quelle persone che rappresentano un pericolo per la sicurezza dello Stato membro che li ospita”.

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                                                                       Il Presidente dott. Maurizio Petrocchi

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